Brian Eno dai Roxy Music alla ambient music

Brian Eno 1

…uno dei pochi veri originali della musica contemporanea, unico quanto basta per essere autenticamente spiazzante.” (Lester Bangs su Brian Eno, da un articolo/intervista pubblicato dal mensile statunitense “Musician” nel 1979)

Eno è Dio.” (graffito nella metropolitana newyorkese citato da Bangs nel pezzo sunnominato)

Nel momento in cui scrivo queste righe sono da pochi giorni nei negozi le ristampe rimasterizzate, in eleganti confezioni cartonate, di quattro dei primi cinque album solistici di Brian Eno o, conteggiando in altro modo e cioè includendo due dischi con Robert Fripp e uno con i tedeschi Cluster, di quattro dei primi otto. Tant’è: manca all’appello “Discreet Music”. Non è una questione solo di differente etichetta originale, giacché i quattro ripubblicati erano Island e quello Obscure, ma di differenti filosofie che li sottesero, da un lato delle raccolte di eccentriche canzoni pop, dall’altro il primo esempio (con tanto di racconto aneddotico e teorizzazione all’interno della copertina) di quella musica per ambienti che dominerà da quel punto in avanti la produzione di – tiro un bel respiro e vado a leggere sulla carta di identità – Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno. Non sarà che nel 1990, quindi ben tredici anni dopo “Before And After Science”, che il Nostro, in quel “Wrong Way Up” a quattro mani con John Cale e più o meno disconosciuto da entrambi (invece un lavoro da recuperare; hanno pesato sui giudizi a posteriori degli artefici i contrasti che ne punteggiarono le registrazioni), tornerà al pop: bislacco, certamente, ma pur sempre pop. “Discreet Music” farà probabilmente parte di una seconda ondata di riedizioni e chissà se allora, oltre che di suoni a tal punto tirati a lucido da fare emergere dettagli mai notati in precedenza, si potrà raccontare di qualche inedita gemma estratta dai capaci forzieri di casa Eno. Come non è successo questa volta e fa specie immergersi nella lettura di materiali giornalistici d’epoca e apprendere che i dieci brani finiti in “Before” furono frutto di un’estenuante selezione operata fra la bellezza di centoventi. Possibile che fra gli esclusi non ci fosse nulla degno di pubblica esposizione? Sempre che non lo si tenga da parte per ulteriori ristampe future o sistemazioni in cofanetti da attendersi, visto che i due “Box” esistenti, “Instrumental” e “Vocal”, lasciano molto fuori e hanno già quegli undici anni. Sarebbero strategie basse piuttosto che oblique e chi già è enologo sa cosa intendo.

Qualcuno potrebbe sostenere che questo poker di album non è la ragione per la quale questo artista che si affacciò sul mondo del rock mixando dal vivo i primissimi Roxy Music (solamente in un secondo momento veniva chiamato a dividere il palco con loro; in un terzo sarebbe stato invitato da Bryan Ferry a togliere il disturbo) è stato così importante per la musica – popolare? colta? entrambe – dell’ultimo quarto di Novecento. Ed è più che mai presenza onnipervasiva, pur avendo diradato di parecchio le uscite, in questo principio di anni 2000. A contare sul serio – spiegherà – è il Brian Eno ambient, che ha insegnato molto a molti senza avere in termini assoluti inventato niente (e qui si vede il genio del teorico e del divulgatore). E a contare forse ancora di più è poi l’Eno regista per terzi, per il Bowie berlinese come per i Talking Heads, per i Devo come per gli Ultravox!, catalizzatore della no wave e quinto U2. Altri, infine, può darsi che considerino ancora Brian Eno un bluff, un venditore di fumo e tanto più da quando smise di fare canzoni: alcune ere geologiche fa (erano i primi ’80) una delle firme a quel tempo più importanti di questo giornale lo randellava spesso, con un livore degno di cause migliori. Strano come una musica che cerca di essere del tutto asettica, di letteralmente sparire laddove viene diffusa, finisca per suscitare passioni forti.

Un po’ ho divagato. Esprimo la mia opinione – l’Eno che approda a “Music For Films”, e da lì procede, è il più decisivo, ma quello prima è assai sottovalutato e non meno incisivo e avanguardistico – e mi incammino à rebours, fino al giugno 1973, al giorno in cui i Roxy Music sono in cartellone allo “York Festival”. Il loro secondo LP, “For Your Pleasure”, è fuori da tre mesi e si è inerpicato nelle classifiche fino alla quarta piazza, migliorando di sei posizioni il già ottimo piazzamento, l’anno prima, dell’omonimo esordio. Vantano inoltre a quel punto due Top 10 a 45 giri, Virginia Plain e Pijamarama, e sono adorati dalla critica. Potrebbero essere più che soddisfatti ma tensioni sono montate fra Bryan e Brian. Ferry del gruppo è il deus ex machina, lui il cantante, suoi tutti i pezzi, dichiarata ai compagni e da essi accettata la volontà che così continui a essere (fra l’altro: con ovvie ripercussioni nella divisione dei guadagni). Epperò non gli basta. Mal sopporta le attenzioni che riceve quel non-musicista (vezzosa definizione da subito adottata; è del resto vero che non sa suonare alcuno strumento convenzionale) che occupa un’estremità del palco armeggiando con registratori, tastiere e assortiti marchingegni elettronici, mentre lui si colloca su quella opposta. Sono i tempi del glam e Eno fra i cinque è quello che più esagera in abbigliamento sgargiante e trucco femmineo e ciò, unito alla posizione in scena e allo sciolto eloquio nelle interviste, fa sì che sempre più venga percepito, nonostante ogni evidenza del contrario, come il vero leader. Non bastasse: non si limita ai Roxy. Quel dì fatale Bryan Ferry arrivando a York scopre che la stampa è in subbuglio per l’imminente debutto in proprio, in collaborazione con il chitarrista dei King Crimson, di Eno, con un lavoro annunciato come sperimentale. L’irritazione sale quando si rende conto che l’ex-mixerista prenderà la ribalta già prima dei Roxy Music, in quanto parte della Portsmouth Sinfonia, ed esplode quando la platea lo invoca durante l’esecuzione di Beauty Queen. È in realtà un colossale equivoco, siccome il nostro uomo si è ritirato dietro le quinte (il brano non richiede la sua presenza) apposta per lasciare la scena tutta al cantante, ma a fine concerto un Ferry dalla faccia (testimonianza del compianto Ian MacDonald) cinerea informa il management che mai più dividerà un palco con Eno. Allibito costui convoca una riunione del gruppo alla quale il cantante non si presenta. Ma vada al diavolo, sono io ad andarmene. E subito è come se un peso gli fosse stato tolto dalle spalle. “Uscii e mi ritrovai a correre, saltare e cantare per King’s Road, felice come si può esserlo quando termina la scuola. Un mare di possibilità mi si apriva dinnanzi. Tornai a casa e quello stesso giorno scrissi, di getto, Baby’s On Fire”: così rievocherà quel 21 giugno che gli cambiò la vita. L’entusiasmo verrà messo a dura prova dai conteggi presentati dalla Island secondo i quali il Nostro deve all’etichetta quindicimila sterline ed è anche per cercare di rimediare a tale disastroso bilancio che il 33 giri con Fripp, “No Pussyfooting”, viene immediatamente messo fuori. Il disco più economico della storia? In interviste separate sia l’uno che l’altro dei titolari hanno affermato che costò quanto la bobina su cui fu inciso, ossia una decina di sterline. E che fu realizzato all’incirca nel tempo che ci va ad ascoltarlo, vale a dire meno di quaranta minuti. Sono due lunghe improvvisazioni per chitarra trattata, registratori, synth, sequencer, scostanti se le si prende di petto, ipnotiche e alla fine persino gradevoli se si sceglie di caderci dentro. Il neofita gli preferisca però l’altro album della coppia, “Evening Star”, gassoso, onirico, crepuscolare come da titolo. Moooolto più maneggevole.

Brian Eno 2

Un errore fare di “No Pussyfooting” la prima sortita post-Roxy e, fatte le debite proporzioni, è un po’ come Lennon che esordisce con “Two Virgins”. Allontana un pubblico pronto a mangiare in mano a Eno. Nessuno degli album ora ora ristampati venderà più di cinquantamila copie e soltanto il primo entrerà in classifica – ventiseiesimo in Gran Bretagna, il piazzamento più alto di sempre del nostro eroe. Assimilati dalle sgargianti copertine, “Here Come The Warm Jets” e “Taking Tiger Mountain (By Strategy)” vedono la luce nel 1974 (dieci mesi in mezzo) e si possono dire due facce della medesima medaglia. È come se nel primo salisse la sbornia della ritrovata libertà: decolla con la tiratissima (clamorosamente protopunk) Needles In The Camel’s Eye e prima di atterrare con la narcotica traccia omonima zigzaga fra l’esuberanza invincibile di Baby’s On Fire e i Velvet con Kevin Ayers per Lou Reed di Cindy Tells Me, fra una Driving Me Backwards alla Wyatt e il nevrotico carillon di una Blank Frank pre-Pixies. Ove nel secondo  l’alcool induce rilassamento, biascicamenti inconsulti, stralunati ondeggiamenti in dieci canzonette meravigliosamente fuori di capa, dalla bucolica Burning Airlines Give You So Much More alla circense Back In Judy’s Jungle, dalla spettrale e felpata The Fat Lady Of Limbourg alla ninna nanna Put A Straw Under Baby, al quasi-rock’n’roll The True Wheel. Assiste fra questo e quello un parterre di re, dai Roxy Music (naturalmente senza Ferry) a Fripp, da Chris Spedding a Busta Jones, da Robert Wyatt a Phil Collins. Il 18 gennaio 1975, tornando a casa a Maida Vale dagli studi Island in Basing Street, Brian Eno viene investito da un taxi. È un incidente serio, che lo terrà a lungo immobilizzato e gli farà temere, a dispetto delle rassicurazioni dei medici, di avere subito danni cerebrali. Sarà nel corso della convalescenza che concepirà il concetto di “ambient music”.

Dei quattordici brani contenuti in ‘Another Green World’ solo cinque sono cantati. È una cosa di cui tanti non si rendono conto e infatti nel sentire comune è percepito come un’antologia di canzoni. Al contrario, è un disco strumentale in cui qui e là fa capolino la voce.” (BE)

Sul retro copertina di “Another Green World”, uno dei tre (!) LP licenziati in un anno trascorso in non piccola parte a letto (gli altri due sono “Discreet Music” e “Evening Star”), l’ex-Roxy è immortalato mentre legge un libro, seduto e a torso nudo, i capelli corti e senza più traccia di trucco, sobria immagine distantissima dal glamour antico. Parimenti sobrio, e poetico, è un album dai toni sfumati – dal tratto tondo – anche negli stridori dell’iniziale, sospesa Sky Saw, nelle pulsioni radenti l’industrial di In Dark Trees, nel meccanismo a orologeria di Sombre Reptiles. Over Fire Island è una specie di quieto funk-jazz, la title track un incantesimo di tastiere svagate, Little Fishes un Satie apocrifo (e così Becalmed), Golden Hours una tenerissima Penguin Cafe Orchestra formata da robottini e infanti. È un capolavoro di grazia indicibile, musica letteralmente di un altro mondo (yes, un altro mondo verde è possibile) con assonanze forse giusto con il Wyatt più ispirato. Passeranno a quel punto due anni prima che Eno, nel frattempo impegnato soprattutto con Bowie, congegni un altro e definitivo punto di equilibrio fra avant-pop e liquefazioni ambientali. In fondo tutto il suo percorso è riassunto (tutta la sua poetica è racchiusa), in “Before And After Science”, fra il funk alla Talking Heads (ma in moviola) di No One Receiving e il tremolante, struggente ascendere di Spider And I.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n. 583, 15 giugno 2004. Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno compie oggi sessantasei anni. Auguri!

4 commenti

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4 risposte a “Brian Eno dai Roxy Music alla ambient music

  1. Giorgio

    Bellissimo articolo, i primi quattro dischi di Eno sono dei capolavori e formano una sequenza qualitativa raramente eguagliata in ambito rock.
    La firma del Mucchio anni 80 che non sopportava Eno era Bianchini vero?

  2. Che ne pensi dell’ultimo con karl hyde?
    A me sta piacendo parecchio!

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