Il mezzo capolavoro dimenticato di Joe Cocker

Joe Cocker compie oggi settant’anni e, con mio grande stupore, della ricorrenza si è occupato persino qualche tiggì. Ma forse non me ne dovrei sorprendere, giacché per il pur da lungi spellacchiato leone di Sheffield l’Italia ha sempre avuto un affetto speciale e questo da ben prima che quel mediocre garzone di bottega del Fornaciarino contribuisse la sua bella parte a riportarlo e tenerlo in auge. Faccio i miei auguri al vecchio Joe recuperando una recensione di quello che è forse il suo album migliore. A insaputa sua e di più o meno tutto il resto del mondo.

Joe Cocker - Sheffield Steel

Il punto di vista consolidato dello studioso di rock riguardo a Joe Cocker? Fenomenali esordi datati 1969, con quel “With A Little Help From My Friends” benedetto dai Beatles (il 33 giri, l’omonimo singolo è datato ’68) e il trionfo a Woodstock, un altro anno glorioso alla testa del carrozzone di “Mad Dogs & Englishmen”, con annesso celebrativo live, e poi un rovinoso declino indotto dall’abuso di alcool. Insomma: da trent’anni una macchietta e non sono valsi a riscattarlo né una sobrietà infine conquistata né il ritorno nelle classifiche a metà ’80, dovuto a due film, Ufficiale e gentiluomo (di cui interpretò il tema conduttore in coppia con Jennifer Warnes) e, soprattutto, Nove settimane e mezzo (sua la voce che ruggiva You Can Leave Your Hat On di Randy Newman nella celeberrima scena dello spogliarello). Tutto giusto? All’incirca. Alla luce di questo “Sheffield Steel”, album ristampato su CD a vent’anni dalla prima uscita con l’aggiunta di un paio di inediti e di due versioni diverse che lo anticiparono su un mix di brani in esso contenuti, converrà mettere da parte ogni pregiudizio e arrendersi all’evidenza: un signor disco, forse anche migliore di quei primi famosissimi. Merito delle solite corde vocali scartavetrate (che comunque anche nei momenti più prossimi all’autoparodia un pizzico di vita e dignità lo hanno sempre conservato), di un repertorio scelto con mano felice e dei musicisti in esso all’opera. In particolare, della sezione ritmica reggae per antonomasia, quella formata da Robbie Shakespeare al basso e Sly Dunbar alla batteria.

Si parte con il sublime soul in levare con chitarra funky di Look What You’ve Done (autentico classico sortito dalla penna di Leo Nocentelli dei Meters) e fino al congedo, con una rauca e scarnificata Inner City Blues di Marvin Gaye rimasta criminalmente in un cassetto per due decenni, è un susseguirsi di “oh!” e “ah!” di meraviglia. Il suono è quello che in quegli stessi anni e in quegli stessi studi (i Compass Point di Nassau alle Bahamas) sosteneva le corde vocali di acciaio e seta di Grace Jones. Della Pantera avrebbero potuto benissimo essere la robotica Ruby Lee (Bill Withers) e il techno-pop con retrogusto black di Talking Back To The Night (Steve Winwood). Non però l’agrodolce serenata Marie (Randy Newman), né una Seven Days (Bob Dylan) aggiornante il suono di The Band all’era della new wave. Favolosa. Il solo pezzo che perde il confronto con l’originale è Many Rivers To Cross di Jimmy Cliff (mi porto avanti con il lavoro: la canzone che vorrei che fosse suonata al mio funerale), ma è quello un brano che l’afflato gospel rende intoccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.514, 17 dicembre 2002.

6 commenti

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6 risposte a “Il mezzo capolavoro dimenticato di Joe Cocker

  1. Sbaglio o c’è una citazione da “Alta Fedeltà” di Hornby?Grande!

  2. Buon disco, ma il titolo in rapporto al contenuto è puro cabaret.

    • Il titolo fa riferimento all’industria cui Sheffield è storicamente legata. Nessun ammiccamento al metal.

      • Come dire, le orecchie se ne erano accorte…:-) In ogni caso, a me il titolo continua a sembrare comico, specialmente avuto riguardo alla Sheffield del 1982, tutto qua. Resta che l’album è piacevole.

  3. Zanna, ho letto e riletto: dove sarebbe la citazione da Alta Fedeltà?

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