Quando John Fogerty plagiò se stesso

John Fogerty - Centerfield

Forse è stata la soddisfazione più grande della sua vita e per certo una delle emozioni più forti che abbia mai provato e no, non sto parlando di quando i Creedence Clearwater Revival furono introdotti nella “Rock And Roll Hall Of Fame”: momento indimenticabile per ragioni tutte sbagliate quello, il sapore di fiele della rivalsa sugli antichi compagni scientemente gustato in luogo di quello di miele di un riconoscimento meritato come pochi mai. Piace pensare, per non schifare troppo l’uomo quando l’artista è immenso, che il ricordo di quella livida sera di inizio 1993 John Fogerty abbia cercato da allora di rimuoverlo e, non potendo, quantomeno al pensiero provi rammarico. C’è da scommettere che fino all’ultimo dei suoi giorni conserverà invece con orgoglio e piacere la memoria di un evento a noi assai più vicino. Aprile 2009: si inaugura a New York il nuovo Yankee Stadium e il momento clou della cerimonia è l’esecuzione da parte dell’autore stesso – naturalmente al centro del diamante di gioco – di una canzone che da ventiquattro anni e tre mesi è un inno, qualunque sia il colore del loro tifo, per tutti gli appassionati di baseball. Vale a dire per più o meno tutti gli americani. Praticamente sin dal giorno della pubblicazione dell’album – questo – cui dà il titolo, Centerfield è entrata nella cultura popolare USA andando – ultima – a fare compagnia ad almeno un’altra dozzina di classici scritti dal Nostro. A farla peculiare nel nobile consesso una leggerezza spensierata cui l’ex-leader dei Creedence non si è arreso sovente in vita sua. Magari giusto giocando o guardando giocare a baseball. Nella sua prima foto in cui ci si imbatte nel libretto dell’edizione del venticinquennale da poco mandata nei negozi dalla Geffen/Universal, verga sorridente un autografo non sulla copertina di un disco bensì su una pallina.

Enorme lo stupore suscitato da “Centerfield” all’uscita. Sorprendeva tanto per cominciare il semplice fatto che fosse in giro un nuovo album di John Fogerty quando nessuno – a dieci anni da un omonimo predecessore capace solo a tratti di rinverdire i fasti di “Willie And The Poor Boys” e “Cosmo’s Factory”; e soprattutto a nove dal disastro di “Hoodoo”, un disco talmente brutto da vedersi negare il “si stampi” dalla Asylum – se lo aspettava più. Ma ciò che maggiormente lasciava allibiti, felicemente, era che si potesse tornare ad accostare al riverito nome la parola “capolavoro” senza tema di smentite. Un quarto di secolo dopo certi entusiasmi paiono un pochino esagerati e nondimeno il disco resta solido e piacevole, forte in particolare di quella che era in origine una prima facciata pressoché perfetta. Al centro il favoloso omaggio a Elvis, fra country e rockabilly, di Big Train From Memphis e a fargli corona l’epicità spigliata di The Old Man Down The Road, una Rock And Roll Girls da Springsteen al top, la struggente rievocazione degli anni ’60 di I Saw It On TV e, un gradino sotto, il martellare stentoreo di una Mr. Greed che, conoscendo anche sommariamente la storia dell’artefice, si poteva facilmente immaginare a chi fosse dedicata. Polemica pungente e tuttavia nulla di fronte alla ferocia di una Zanz Kant Danz ingannevolmente giuliva con il suo funky-pop ricercatamente plasticoso, stilisticamente un corpo estraneo sistemato a congedo dopo i torpori country-blues di Searchlight, l’innodia giubilante della traccia omonima e una I Can’t Help Myself schiacciasassi. Bersaglio degli strali al curaro di Fogerty era il nemico giurato Saul Zaentz, presidente di quella Fantasy cui il catalogo CCR continuava a fruttare milioni di dollari all’anno. Che non la prendeva bene.

Incorreggibile John! Incapace di resistere ai cattivi consigli datigli dall’ego, oppure o anche dal rancore, quasi riusciva a rovinarsi una rentrée trionfale (due singoli nei Top 20 e l’album dritto al numero uno). Zaentz gli intentava la causa più ridicola mai approdata a un tribunale, contestandogli l’eccessiva somiglianza di The Old Man Down The Road a Run Through The Jungle dei Creedence (insomma: lo accusava di avere plagiato se stesso), e naturalmente la perdeva, ottenendo però a latere almeno di vedere modificato il titolo della troppo esplicita canzone di cui sopra. Quante energie sprecate che avrebbero potuto essere messe a frutto più proficuamente, ad esempio nella realizzazione di “Eye Of The Zombie”, che nell’86 stupiva per ragioni opposte rispetto al predecessore: per non essersi fatto attendere che ventuno mesi e per una scrittura sottotono che pessimi arrangiamenti venati di elettronica finivano per rovinare del tutto. Di quello è auspicabile che una stampa celebrante (si fa per dire) il venticinquennale non ci sia. Viceversa benvenuto questo “Centerfield” tirato a lucido e appena ingrassato da due bonus (erano state al tempo dei lati B) belle frizzanti: l’indiavolato zydeco My Toot Toot e il gospel I Confess.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.675, ottobre 2010. L’ex-leader dei Creedence Clearwater Revival compie oggi sessantanove anni.

1 Commento

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Una risposta a “Quando John Fogerty plagiò se stesso

  1. Gian Luigi Bona

    Meraviglia ! Se avessi un euro per ogni volta che l’ho ascoltato non dico che sarei milionario però…

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