Saluti da Jeff Buckley

Il 4 giugno 1997 poche righe di agenzia spegnevano la flebile speranza che la scomparsa, sei giorni prima, di Jeff Buckley nelle fetide e improvvisamente tumultuose acque del Wolf River Harbour a Memphis potesse essere un elaborato scherzo di cattivo gusto. Diciassette anni dopo, il dolore per una morte tanto assurda non accenna a placarsi. Nei due tondi decenni trascorsi dacché venne dato alle stampe, nessun disco mi ha più emozionato come “Grace”. Per ricordarne l’autore ho pensato di ripubblicare un breve estratto da un ben più corposo articolo che dedicai congiuntamente a lui e alla figura ancora più geniale e tragica del padre. Non la parte dedicata alla drammatica uscita di scena del figlio di Tim, bensì il racconto di come si affacciò alla ribalta.

Jeff Buckley

Morendo a ventotto anni Tim completa una parabola: da predestinato alla fama a pressoché perfetto sconosciuto. Chi lo ha amato lo custodisce nell’intimo come un prezioso segreto, chi potrebbe amarlo non ne ha la possibilità perché i dischi non si trovano e quell’unico che un poco circola è, supremo oltraggio, l’orrido “Look At The Fool”. Cambia tutto la pubblicazione, nel settembre 1983, del primo 45 giri del collettivo This Mortal Coil, il lato A un’emozionante rilettura – con Elizabeth Fraser e Robin Guthrie dei Cocteau Twins a fare le veci dell’autore – di Song To The Siren. Ripreso da lì a tredici mesi nell’esordio “It’ll End In Tears”, il singolo soggiorna per centouno settimane (quarto con la più lunga permanenza di sempre) nella classifica indie britannica. Nel resto del decennio un ondivago programma di ristampe rimette in circolazione, sebbene per brevi periodi, l’intera opera buckleyana e l’uscita nel ’90 di “Dream Letter” allarga ulteriormente il culto. Ammesso che di culto possa ancora parlarsi, giacché a quel punto l’uomo di “Goodbye And Hello” e “Starsailor” ha fatto un ingresso trionfale nella storiografia ufficiale del rock e non ne uscirà più. Non per questo si forma la fila davanti alla porta del produttore Hal Willner quando costui, noto per essere stato per dieci anni il supervisore musicale del “Saturday Night Live” e soprattutto per avere allestito fenomenali omaggi discografici a Nino Rota e Thelonious Monk, Kurt Weill e Walt Disney, annuncia un concerto-tributo, “Greetings From Tim Buckley”. Chi si offre – fra gli altri Elliott Sharp, Gary Lucas, Richard Hell, Eric Andersen, le Shams, Syd Straw – lo fa per genuino amore per l’arte del caro estinto, non certo per lucrare un istante sotto le luci di una ribalta che sarà comunque raccolta, minuscola proprio come a Tim sarebbe piaciuto: una chiesa di Brooklyn. Fino a poche settimane prima dell’evento Willner ignora che l’omaggiato abbia un erede e tantopiù che questi sia un musicista. Lo scopre in maniera casuale quando Janine Nichols, che lo sta coadiuvando nell’organizzazione dello spettacolo, telefona a Herb Cohen per chiedergli una foto di Tim per i manifesti. “Lo sapevi che aveva un figlio?”, fa Herbie. E aggiunge: “E che ha persino più talento del padre?”. O Cohen è dotato di sovraumana preveggenza, o la sta sparando grossa: nei tre lustri trascorsi dalla morte di Tim la sua frequentazione di Mary e Jeff è stata occasionale e per azzardare un giudizio tanto impegnativo non ha in mano che un demo di quattro pezzi e venti minuti malcontati. La Nichols, scettica, si annota comunque un telefono di Los Angeles e chiama, per pura cortesia. Che il ragazzo possa meritarsi un posto in cartellone è da vedere. Gli risponde una voce esitante. Certo che lo sa chi è Hal Willner, però non ha mai cantato in pubblico canzoni del padre e nemmeno può dire di averlo conosciuto. Deve pensarci.

È stata raccontata così tante volte la prima apparizione vera al proscenio di Jeff Buckley che un po’ è come esserci stati e un po’ è come una bella leggenda. Jeff che sale sul palco dopo un’ora di concerto, accorda la chitarra nella penombra e attacca, accompagnato da Gary Lucas e dal suo gruppo, I Never Asked To Be Your Mountain. E improvvisamente un riflettore lo illumina di spalle e, ricorderà Willner, “fu come se fosse arrivato il Cristo”. Ancora con Lucas, Jeff torna da lì a un’ulteriore ora per un finale in cui esegue uno dei pochi brani salvabili di “Sefronia”, The King’s Chain, e la classicissima Phantasmagoria In Two. Poi Lucas lo lascia da solo e allora intona, immerso in un silenzio attonito nel quale si potrebbe sentire cadere una lacrima, Once I Was. Un attimo prima del ritornello conclusivo si rompe una corda. È a cappella che scaglia verso la volta di St. Ann’s gli ultimi versi: “Qualche volta mi domando, sebbene solo per un attimo/Ti ricorderai di me?”. Fa un inchino, ringrazia e fugge. Fra gli spettatori che sciamano fuori dalla chiesa, i più troppo sbalorditi e commossi per potere commentare, una certezza è assoluta: è nata una stella. Per tre anni da quel fatidico 26 aprile 1991 brillerà però soltanto su New York.

Tratto da Tim e Jeff Buckley – Una fantasmagoria di due. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.35, inverno 2011.

4 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

4 risposte a “Saluti da Jeff Buckley

  1. Alfonso

    Una volta portai a scuola il mio lettore con dentro il cd di Grace, per far ascoltare a una mia amica questo tizio con la voce di un altro mondo che avevo appena scoperto. Me la guardai mentre sentiva in cuffia la prima traccia, Mojo Pin, per godermi la faccia che avrebbe fatto, e fece, quando lui lancia quell’urlo impossibile, desolato e pieno di bellezza, al minuto 3:55. Ne ho dozzine di ricordi belli così, con la colonna sonora di questo ragazzo. Mi mandi a letto un po’ triste, ma grazie mille per questo post Eddy.

  2. Giancarlo Turra

    Quell’articolo lì è da “Top 10” di sempre del VMO, per come la vedo io.

  3. Un racconto sublime. Grazie 🙂

  4. Con le lacrime agli occhi…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...