The Cure 1978-1996 (5): Pornography

Pornography

One Hundred Years. A Short Term Effect. The Hanging Garden. Siamese Twins. The Figurehead. A Strange Day. Cold. Pornography.

Fiction, maggio 1982 – Registrato presso il Rak Studio One di Londra – Tecnici del suono: Mike Nocito, Robert Smith e Phil Thornalley – Produttori: Phil Thornalley e The Cure.

Le ultime parole che si ascoltano nel brano che dà il titolo a questo LP sono tanto significative da costituire il migliore punto di partenza possibile per una disamina di “Pornography”: “I must fight this sickness, find a cure”, canta Robert Smith. “Devo combattere questa malattia, trovare una cura.” Ultimo pannello del trittico dark aperto da “Seventeen Seconds”, “Pornography” si configurò dunque da subito nella mente, pur confusa al tempo, ottenebrata da stress, alcool e droghe, di Smith come un punto di non ritorno, un disco dopo il quale per i Cure ci sarebbero potute essere solamente la fine o una rivoluzione copernicana. E difatti, dopo il tour più tempestoso della sua storia, sembrò per qualche mese che il gruppo fosse giunto al capolinea. La successiva rifondazione sarà frutto più del caso che di strategie accuratamente pianificate.

La tattica seguita da Chris Parry per fare assurgere i suoi protetti all’empireo delle stelle prevedeva un’attività concertistica incessante, indispensabile, soprattutto in assenza di grandi successi a 45 giri (anche Charlotte Sometimes, uscita a mezza via fra “Faith” e “Pornography”, aveva mancato i Top 10), per fare radicare definitivamente il gruppo fra il popolo del rock. La vita senza pause – si tenga conto che a quel tempo il capobanda dei Cure faceva parte anche di Siouxsie & The Banshees – a lungo andare fece sentire il suo peso. Nell’universo in miniatura in cui Smith, Gallup e Tolhurst si erano rinchiusi per reggere le pressioni del mondo esterno era cominciata a montare la tensione, erano affiorati malumori e sospetti. Come sovente accade nei matrimoni che vanno in rovina, a creare danni più che le cose dette furono quelle non dette: Smith e Gallup, una volta intimi confidenti, smisero di parlarsi e quest’ultimo, geloso dell’amicizia sempre più stretta che legava il primo a Steve Severin dei Banshees, iniziò a scaricare la tensione su Tolhurst. Mike Hedges, che aveva preso per mano il gruppo durante le sedute di incisione dei primi tre LP, era impegnato dalle registrazioni di “A Kiss In The Dreamhouse” dei Banshees e non poteva più quindi fare da cuscinetto e il nuovo produttore Phil Thornalley, pur valente dietro il banco di missaggio, non aveva il polso necessario a imporre un punto di vista neutrale. Quanto a Parry, fedele alla linea assunta a partire da “Seventeen Seconds” preferì non interferire e restò alla finestra, a osservare il tornado che si avvicinava.

Smith aveva ben chiaro il suono che desiderava avesse l’album, le atmosfere che doveva creare, ma si scoprì incapace di spiegare le sue idee ai compagni. Scrisse quindi – e arrangiò, e produsse – “Pornography” praticamente da solo, senza ascoltare altre voci che quelle nella sua testa. Gallup, Tolhurst e Thornalley non furono altro che manovalanza e, paradossalmente, la loro acquiescenza irritò il leader, che la scambiò per indifferenza, piuttosto che acquietarlo. Cinque anni dopo, conversando con Steve Sutherland, Parry così riassumerà la parabola descritta dai primi quattro 33 giri dei Cure: “Il primo LP fu il prodotto dell’ingenuità, il secondo di una chiara visione, il terzo di uno stress crescente e il quarto fu un concentrato dei tre che l’avevano preceduto”.

Eppure “Pornography”, come un altro storico album assemblato in condizioni manicomiali, “Forever Changes” dei Love, è un capolavoro esemplare dell’epoca in cui fu concepito e che dice di un artista che ha raggiunto il suo apogeo creativo. Come nella storia della formazione californiana c’è un “prima” e un “dopo” “Forever Changes”, in quella dei Cure c’è un “prima” e un “dopo” “Pornography” e le due vicende in un punto sono identiche: dopo i due LP in questione Love e Cure smisero di essere veri gruppi e divennero ragioni sociali dietro le quali i due leader celarono quella che di fatto era una carriera solistica. Differenza non da poco: toccato lo zenit con il terzo LP dei Love, Arthur Lee scivolò disco dopo disco verso il suo nadir, ove Robert Smith non ha conosciuto declino.

A proposito di condizioni manicomiali… Quando Sutherland stava raccogliendo il materiale per Ten Imaginary Years, Smith gli raccontò: “Durante il tour di ‘Faith’ cominciai a leggere libri sulla malattia mentale e sulle istituzioni psichiatriche. Iniziai a riflettere su che genere di vita deve essere quella di chi è rinchiuso in una casa di cura, sui trattamenti che subisce, e a pensare che, se fossi rimasto solo, avrei potuto fare quella fine. Invece che cantare di fronte a un pubblico mi sarei ritrovato a cantare a un muro. Il verso ‘una faccia di carbone mi morde la mano’, che c’è in A Short Term Effect, è preso da un libro in cui si parla di un pazzo che aveva sepolto della gente sotto dei cumuli di carbone e che nei suoi incubi vedeva le vittime emergere da quelle montagnole ancora in vita. Anche girare il video di Charlotte Sometimes in un manicomio mi colpì profondamente”.

Gli scatti sul davanti e sul retro di copertina di “Pornography”, che effigiano i membri del gruppo a mezzo busto, immersi in una livida luce rossastra, i volti resi irriconoscibili da un obiettivo fuori fuoco e da un effetto stile specchio deformante, hanno molto di folle. Ancora più disturbante è la foto sul foglio interno, con Smith, Gallup e Tolhurst bardati in indefinibili abiti neri che hanno tanto l’aria di camicie di forza.

Non importa se moriremo tutti” sono le prime parole che si ascoltano inoltrandosi in One Hundred Years: la batteria è metronomica, la melodia solenne e a presa rapida, il suono un muro distante anni luce dall’esangue estetismo di “Faith” – “Phil Spector all’inferno” scrisse David Quantick sul “New Musical Express” sintetizzando esemplarmente, in una recensione peraltro negativa, l’impressione suscitata dal disco nel suo insieme. A Short Term Effect impasta chitarra e tastiere appoggiandole a un drumming sempre molto squadrato, mentre la voce sembra giungere da cripte polverose nelle quali da anni nessun essere umano ha messo piede. Da un incubo si emerge sbucando in un altro ma – credeteci – di rado gli incubi sono attraenti come lo è The Hanging Garden, che uscì anche a 45 giri ed è di gran lunga il brano più immediato di “Pornography”: l’attacco di batteria trascinante, il giro di basso nella migliore tradizione Cure, la chitarra sinuosa e orientaleggiante che l’attraversa, il ritornello pop, la voce di Smith che una tantum più che disperazione trasmette un’impressione di dandismo deliziosamente affettato ne fanno una canzone indimenticabile. La seguente Siamese Twins, che si snoda al ralenty ed è pur’essa saporosa d’Oriente, sbiadisce al confronto.

Sulla seconda facciata, la batteria da parata militare che si confronta con una chitarra acidula in The Figurehead è la migliore introduzione immaginabile alla tastiera chiesastica della quasi psichedelica A Strange Day e a quella cupissima della insopportabilmente triste Cold. L’album e un’intera fase della vita di Robert Smith e dei suoi compagni di gruppo sono giunti al traguardo dell’ultima tappa e il brano che dà il titolo al disco, e lo conclude, lo certifica: effetti come di una radio la cui sintonia tende a slittare e Smith – la voce lontanissima nel mix e trattata con l’eco – che si produce in una litania scostante almeno quanto la musica, informe e fuori fuoco come le foto di copertina.

A suo tempo “Pornography” non venne apprezzato come avrebbe meritato. La stampa britannica fu nei casi migliori tiepida, Parry era perplesso e Smith troppo esaurito fisicamente e psichicamente per potere formulare un giudizio obiettivo. Il “14 Explicit Moments Tour” che seguì a ruota la sua pubblicazione si risolse in un disastro. Riposti nelle custodie gli strumenti dopo l’ultima data Gallup e Smith, che erano addirittura giunti alle mani un paio di settimane prima, si salutarono con freddezza. Non si sarebbero più visti né rivolti la parola per un anno e mezzo. I Cure come vero gruppo – non un comandante più chi capita – non esistevano più.

Ma come si suol dire, non tutto il male vien per nuocere. “Pornography” è un’opera estremista una cui ipotetica seconda puntata non avrebbe potuto risolversi che nell’autoparodia. O avrebbe portato il signor Smith a cantare di fronte a un certo muro.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

1 Commento

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Una risposta a “The Cure 1978-1996 (5): Pornography

  1. San Avio

    Stavo aspettando proprio la puntata di “Pornography” per tornare con la mente a quello splendido periodo. Mi hai fatto tornare la voglia di ascoltarlo per la milionesima volta. Questo disco è epocale.

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