Mojave 3 – Pittori di emozioni

Son tornati insieme (come ben sa chi li ha visti in azione pochi giorni fa al “Primavera Sound Festival”) gli Slowdive. Notizia che non mi ha eccitato manco un po’. Persino cattiva se implica che dei Mojave 3, ufficialmente in pausa ormai dal 2008, non sentiremo parlare più.

Mojave 3

I love the sun / And the hi-lights in your hair / They turn me on” (Anyday Will Be Fine)

Il tempo è galantuomo, si dice, ma anche impietoso. Il sole illuminando i ruderi del passato ne mostra occasionalmente la maestosità ma più spesso il declino. Ci si può già provare a chiedere: che resta del rock degli anni ’90? Perlomeno di quello prima del post-. E volgendosi indietro il chiacchiericcio estatico che accolse crossover e grunge, Madchester e il britpop pare sempre più, per dirla con Shakespeare, “tanto rumore per nulla”. Delle scene che hanno caratterizzato il decennio appena trascorso (o no? in fondo in musica i decenni non cominciano né finiscono mai con l’anno zero o uno) restano un tot di bei dischi (non tanti) e alcuni capolavori (e per quelli bastano le dita delle mani). Non che siano mancate opere memorabili nei ’90, se non altro perché a garantirlo ha provveduto l’incremento in progressione geometrica della produzione, ma a licenziarle sono stati soprattutto cani sciolti che non hanno né creato né seguito mode. Artefici di canzoni piuttosto che di teoremi. Pittori di emozioni. Penso a Beck. Penso al secondo Buckley caduto. In futuro e già ora credo che penserò ai Mojave 3 di “Excuses For Travellers”. Gli Slowdive, al contrario, non mi verranno in mente mai. Questa è la storia di una crisalide divenuta farfalla.

Lo shoegazing! Dio. Lo shoegazing. Fra tutte le invenzioni della stampa musicale inglese, la più inventata. Se ne parlò per qualche tempo sul principio del decennio e il termine copriva una serie di gruppi (nessuno dei quali vi si riconobbe mai) che in comune avevano la timidezza nel concedersi, esplicitata dall’atteggiamento ritroso sul palco (da lì il “contemplarsi le scarpe”) e dall’uso del feedback. Derivato più dagli Spacemen 3 e dai My Bloody Valentine, che ne avevano fatto un elemento strutturale delle composizioni, che non dai primi Jesus & Mary Chain, per i quali era disturbante glassa richiusa su dolcetti pop, fallì l’impresa di coprire l’inconsistenza a livello di scrittura di costoro. Tanto noiosi che quando, non molto dopo, gli Oasis si affacciarono alla ribalta sembrarono una faccenda eccitante.

Ho giusto tenuto i dischi di Ride e Telescopes, che erano di gran lunga i migliori (e poi i Ride avevano una bella sfrontatezza), ma è una vita che non oso riascoltarli. Ho invece frequentato di nuovo ultimamente gli Slowdive, scoprendo che erano meglio di quel che ricordavo, ma che erano peggio. Li rammentavo come i più tendenzialmente psichedelici del lotto – valga come dimostrazione una rilettura intrigante, sospesa e lacera, della Golden Hair di Syd Barrett sistemata su uno dei primi mix – e i più attenti alla forma canzone. Così è. Solo che anche nel debutto adulto “Just For A Day” (dei successivi “Souvlaki” e “Pygmalion” non merita parlare), senz’altro la loro cosa più rilevante, c’è più forma che sostanza. Curatissimi gli arrangiamenti, danno tuttavia una sensazione di incompiutezza le melodie, anche di pregio, che vi sfilano. Paradossale, dacché si ha la netta impressione che in questo caso meno sarebbe più. È come se tutto fosse avvolto in una fitta nebbia che offusca pure evidenti presagi degli splendori a venire: come una Ballad Of Sister Sue, che si direbbe citare Dylan all’inizio e si fa nell’incedere interpretazione di Leonard Cohen via Dead Can Dance; come una Waves che manda i Beach Boys a fare surf al largo di un fiordo. E anche il marziale, lisergico lirismo di Spanish Air riesce quasi ad avvincere ma, in generale, sembra di trovarsi in presenza dei Cocteau Twins e questo per me non è un complimento. Sorprende il marchio Creation sull’etichetta, essendo questo un disco che ossequia piuttosto il più classico canone 4AD, gotico e compiaciuto.

A cavallo fra ’95 e ’96 l’impresa Slowdive chiude bottega e il factotum Neil Halstead (voce e chitarra) ne apre un’altra, Mojave 3, portandosi dietro gli antichi soci Rachel Goswell (voce) e Ian McCutcheon (batteria e percussioni). I tre si accasano proprio presso la 4AD e per i motivi suesposti parrebbe logico. E invece è una logica alla Lewis Carroll, visto che il nuovo gruppo con il suo indirizzarsi a un folk-rock di scuola ’60 o poco su sarebbe stato perfetto per la Creation d’antan. Bizzarra traiettoria.

“Ask Me Tomorrow” vede la luce nel 1996 ed è davvero il caso di dire: vede la luce. È come se la nebbia si fosse dissolta e sulle fragili creazioni di Halstead scintillasse ora il sole. Fra il Chris Isaak femmina di Love Songs On The Radio e le impennate elettriche della solenne e tenera Mercy ci sono altre sette canzoni da stringersi forte al cuore, scoprendo che batte più forte. Se la penna di Neil è felice susseguirsi di trattini che collegano Gram Parsons a Nick Drake, Leonard Cohen ai Velvet Underground più aggraziati via Opal (esemplare Pictures), sorprende ancora di più la metamorfosi di Rachel, non più Liz Fraser bensì Jennifer Warnes più Hope Sandoval. Da innamorarsene. Come quando intona “it’s christmas again so we lit all the candles”, in quell’incantata ballata a due voci che è Candle Song.

Gli Slowdive avevano avuto molta stampa, magari cattiva ma molta. Dei Mojave 3 pochi si accorgono. Halstead e compagni del resto si concedono con riluttanza ed è questa un’epoca che aiuta a essere distratti. Nessuno scrive (non faccio eccezione: mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa) che “Out Of Tune” è uno dei più bei dischi del ’98. Rachel si cimenta ora pure con il basso, Christopher Andrews, che aveva suonato le tastiere sul predecessore, è stato rilevato da Alan Forrester e l’ingresso di un altro chitarrista, Simon Rowe, che si occupa delle elettriche lasciando le acustiche a Neil, fa del gruppo un quintetto. Qui e là si intromettono una tromba, un trombone, una slide. L’omaggio a Drake è sempre più scoperto (Who Do You Love, All Your Tears), quello ai Beach Boys offerto più che altro dalla copertina (la meno 4AD che si sia mai vista, con il chiarore del mattino che balugina su tavole da surf) e fanno capolino gli Smiths più raccolti (To Whom Should I Write). Ci sono un capolavoro di afflato liturgico (Caught Beneath Your Heel) e una ballatona che in un mondo migliore sarebbe stata numero uno (Baby’s Coming Home). Hello! Qualcuno sta ascoltando?

Immutata la formazione, il nuovo “Excuses For Travellers” è come “Out Of Tune”. Solo, persino più ispirato. Solo, fra squarci di Dylan del ’65 (il magistrale organo di In Love With A View) e Beatles post-’65 (When You’re Drifting), con tocchi di rhythm’n’blues (Anyday Will Be Fine) ed echi di Simon & Garfunkel (Got My Sunshine), persino più drakiano. Ma come ho già annotato recensendolo (n.398) non è un viaggio al fondo della notte come fu “Pink Moon”, prima del quale la malinconia dell’uomo delle cinque cartine rimaste era piuttosto “quella delle albe primaverili, dei meriggi estivi, dei crepuscoli autunnali comunque inondati di sole”. “Pink Sun”, allora?

The sun came up today & it burned my blues away” (Got My Sunshine)

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.406, 18 luglio 2000.

4 commenti

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4 risposte a “Mojave 3 – Pittori di emozioni

  1. Visionary

    Brividi. Inevitabili ogni volta che ascolto In Love With A View, canzone della vita, per me, più di tante altre per diversi motivi 🙂 Riguardo la domanda sul “rock prima del post-” io una mia risposta ce l’ho, ma non la rivelerò neanche sotto tortura, che in questo mondo sgangherato le amicizie sono come perle preziose, ed io ci tengo a mantenerle tutte le mie amicizie 😉

  2. Giancarlo Turra

    Ma neppure gli Swervedriver, Eddy ? Ovviamente il buon Adam Franklin confermava di persona, in tempi recenti, che lo shoegazing fosse una roba montata dalla stampa. E no, non era il vino della Franciacorta che parlava 🙂

  3. husker

    Mmmh….Souvlaki è un disco di cui non merita parlare? Mi sto preoccupando, è la terza volta in un mese (dopo aver letto i giudizi su Faith e su Tommy) che ho un’opinione totalmente contrapposta al VM

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