Howlin’ Wolf – Il Presidente

Fu il ventunesimo presidente, Chester A. Arthur, ma non ha lasciato quasi tracce di sé nella storia degli Stati Uniti. Arrivato alla Casa Bianca nel 1881 soltanto per disgrazie altrui (il presidente eletto James A. Garfield, di cui era il vice, era incappato in una pallottola fatale dopo pochi mesi di mandato), Arthur fu spesso messo sotto da un Congresso ostile e alla scadenza del quadriennato non riuscì neppure (caso raro) a ottenere la nomination dal proprio partito. Deluso, si ritirò a vita privata e morì un anno dopo, appena cinquantaseienne. Chissà cosa mai indusse due contadini neri del Mississippi, Dock e Gertrude Burnett, a onorarne la memoria, ventiquattro anni più tardi, battezzando così un loro figliolo.

Howlin' Wolf 2

Chester Arthur Burnett: suona come il nome di un Lord. O giustappunto di un presidente. Dunque perfettamente adeguato, anche se tutti lo conoscono come Lupo Ululante (gran bell’appellativo da capo indiano, codesto), per l’uomo che per un quarto di secolo ha diviso con Muddy Waters la presidenza della Repubblica del Blues Elettrico.

Armonicista sottovalutato, chitarrista sopravvalutato (fin quando non ci si rese conto toccando con mano, nell’Europa che viveva di mitologie bluesologiche, che le parti principali di chitarra nei suoi dischi erano suonate da altri), Howlin’ Wolf fu musicista istintivo e rozzo. Davvero non granché da un punto di vista meramente tecnico. Ma siccome nella musica popolare questo non ha mai avuto grande importanza e dacché ha scritto una quantità di classici e ha inventato un modo di suonare, di cantare, di porgersi che, sintesi peculiarissima di modelli precedenti, ha generato innumerevoli eredi, Howlin’ Wolf risulta una delle figure fondamentali della musica del secondo Novecento. Colossale in metafora come lo fu in carne e ossa, centoquaranta chili distribuiti su un paio di metri. Intimidente quindi già per la sola imponenza fisica, si racconta che mise parecchio a disagio la corte di rockstar adoranti – Eric Clapton, Steve Winwood, la sezione ritmica degli Stones e la sesta Pietra Rotolante, Ian Stewart – che nel 1970 si radunarono in uno studio londinese per onorarlo incidendo con lui una dozzina dei suoi cavalli di battaglia. Al punto che Ringo Starr non resse i maltrattamenti e letteralmente scappò, dopo un solo giorno (è lui il “Richie” alla batteria in I Ain’t Superstitious). Del resto, volete che uno che aveva suonato con Robert Johnson potesse impressionarsi perché stava dividendo la sala con un tizio dei Beatles? Dei chi?

Benché molto sia stato scritto su di lui (particolarmente brillanti le pagine di Peter Guralnick), Howlin’ Wolf resta una figura enigmatica. Le foto che lo immortalano in sala di registrazione o nell’intimità delle mura domestiche trasmettono l’immagine di un gigante placido, posato (era solito incidere da seduto) e sovente sorridente. Viceversa scatti e cronache dei concerti testimoniano di uno sfrenato animale da palcoscenico capace di arrivare in scena in sella a una moto e a cinquantacinque anni (così riferiva il compianto Robert Palmer, che lo vide nel 1965 a Memphis) di arrampicarsi fino in cima al sipario e da lì lasciarsi scivolare giù e chiudere perfettamente a tempo l’ultimo pezzo della serata. Iggy Pop e Lux Interior prima di Iggy Pop e Lux Interior.

La paciosità in studio sembra d’altro canto che fosse riservata ai fotografi, visto che chi c’era, a partire da Willie Dixon, narra di un artista ombroso e capriccioso che faceva sempre di testa sua, mai secondo le regole e che il resto dell’umanità si adeguasse ad andargli dietro, se gli riusciva. Affari dei musicisti e dei malcapitati tecnici. Da qui gli “errori”. Da qui il suono sgangherato a dispetto delle capacità tecniche non indifferenti di gruppi che il Nostro seppe sempre scegliersi assai valenti. Un suono, primordiale più che primitivo, che costituisce metà dell’ineffabile quid Howlin’ Wolf e grazie al quale il blues delle origini è giunto fino a noi per tramite dei tanti che al Lupo sono stati devoti, ponte lanciato fra Charley Patton e i Royal Trux con arcate chiamate Rolling Stones, Captain Beefheart, Cramps, Birthday Party. Suono che è rivissuto di recente quando la Jon Spencer Blues Explosion ha offerto i suoi servigi a R.L. Burnside, uno degli ultimi maestri viventi delle dodici battute.

L’altra metà di tale quid è naturalmente la voce: rasposa e selvatica, colma insieme di gioia e di male di vivere, urlo d’animale braccato che si rivolta, azzanna e vince. Modello per il padre di tutti i DJ, Wolfman Jack, e naturalmente per Capitan Cuor Di Bue. Sul serio un ululato. Ed è ben curioso che il nome d’arte di Chester Arthur Burnett nulla avesse a che vedere con le caratteristiche, uniche, della sua voce. Taluni sostengono che derivi da un successo del 1930 di J.T. Smith, Howlin’ Wolf Blues, ma il nostro eroe sosteneva invece che così lo ribattezzò, a tre anni, Nonno John Jones: “Perché ero un discolo e mi cacciavo sempre nei guai… E allorà mi raccontò di cosa il lupo fece a Cappuccetto Rosso”.

Nel Mississippi rurale dei tardi anni ’20 le leggende della musica del Diavolo andavano a spasso per i campi, quando non erano intente a coltivarli. Howlin’ Wolf sudava sulle zolle di una piantagione a Ruleville. Poco distante da lì si trovò a lavorare Charley Patton, più anziano di diciannove anni e che morirà ancora giovane. Naturalmente i due finirono per conoscersi. Naturalmente il più giovane apprese dal più vecchio i rudimenti della chitarra e come stare su un palco (trent’anni dopo un lascito pattoniano, Pony Blues, rivivrà nella Saddle My Pony di Howlin’ Wolf). Influenza diretta come quella di Tommy Johnson (il cui Cool Drink Of Water Blues sarà parafrasato da Wolf in I Asked For Water), ove un bianco, Jimmie Rodgers, forniva indirettamente un altro modello prezioso, con la sua voce yodelante, per la formazione dell’ancora imberbe Burnett. Che nel 1928 suonava per la prima volta in pubblico e nel decennio seguente batteva il Sud con il cognato Sonny Boy Williamson II e con Robert Junior Lockwood e per alcune date spartiva il palco nientemeno che con Robert Johnson. Le capacità di intrattenitore progressivamente affinate gli torneranno utili quando gli Stati Uniti verranno coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale. Arruolato nel 1941, congedato nel 1945, Howlin’ Wolf cantava per le truppe del Pacifico Nordoccidentale e non calcava mai un teatro di battaglia.

Il dopoconflitto lo vede da capo incerto fra la povera solidità del mestiere di contadino e le potenzialità sempre a rischio del fare musica. Dopo avere vagabondato per qualche tempo nello stato natìo, si stabilisce a West Memphis, Arkansas. Scelta decisiva. Lì ottiene un programma radiofonico, alla KWEM. Lì mette in piedi il suo primo gruppo professionistico. Elettrico, significativamente, e con un paio di nomi da mozzare il fiato: James Cotton e Little Junior Parker. Ma il più importante della combriccola è senza dubbio il chitarrista Willie Johnson, di cui il critico inglese Charlie Gillett così descriverà lo stile: “Suonava come se stesse strimpellando filo spinato con un chiodo”. La banda suona molto dal vivo e dal vivo alla radio e un Sam Phillips che ancora non ha scoperto Elvis Presley la ascolta e decide che deve registrarla a tutti i costi. E così, alla bella età di quarantun’anni, Howlin’ Wolf debutta discograficamente.

Howlin' Wolf

Moanin’ At Midnight/How Many More Years è un esordio come pochi se ne ricordano. La prima decolla su un urlo belluino che introduce una chitarra caracollante e un’armonica incalzante, sghemba epica di amore indomabilmente istintivo. La seconda viaggia su un piano shuffle su cui pesta (pensate un po’) Ike Turner e sulla chitarra digrignante di Johnson, ma vive soprattutto di una voce che fulmina l’ascoltatore sulla strada per Damasco. Ma luciferina, sia chiaro. Non è il blues la musica di Satanasso? Altre facciate memorabili sono partorite in quello stesso 1951 – Howlin’ Wolf Boogie, metallica e scintillante; The Wolf Is At Your Door, strascicatissimo blues mannaro – mentre il 1952 offre, fra le altre, una (Well) That’s All Right che già preconizza l’Elvis delle “Sun Sessions”. Nel frattempo la RPM e la Chess si disputano i servigi di Lupo Ululante. Se li aggiudica la seconda e il Nostro non cambierà più casa.

Gli anni ’50, mentre divampa il rock’n’roll, vedono Howlin’ Wolf trasferirsi a Chicago, sostituire Johnson con il più docile Hubert Sumlin (che lo accompagnerà fino alla morte) e inanellare una sfilza di canzoni monumentali, dall’ancora autoreferenziale I’m The Wolf alla malevola (come titolo impone) Evil (il debutto di Sumlin: che debutto!), da una Who Will Be Next che anticipa i primi Rolling Stones e li contiene tutti a una Smokestack Lightnin’ che diventerà uno dei testi base del garagismo (la rifaranno, fra i tanti, Yardbirds e Animals). Grande è la popolarità dei concerti di Mr. Burnett, ma le cose vanno meno bene per quanto attiene le vendite dei dischi. E allora la Chess cerca di addomesticare il Lupo e trasformarlo in un più simpatico cagnone. Il suo factotum Willie Dixon non soltanto fornisce di arrangiamenti eleganti una Sittin’ On Top Of The World (uno dei brani più belli vergati da Wolf; nondimeno la distanza da una Moanin’ At Midnight è abissale) ma comincia anche a imporgli una percentuale sempre più rilevante di canzoni sue. Tanto che i tre megaclassici dell’anno di grazia 1960 – Wang Dang Doodle, Backdoor Man, Spoonful – sono tutti firmati da Dixon.

Pur se ancora straordinario e capace di tuffi a testa in giù nella wilderness (ascoltate Three Hundred Pounds Of Joy, del 1963: sono o non sono i Cramps?), l’Howlin’ Wolf dei primi anni ’60, quasi succube di Dixon, è indubbiamente molto diverso da quello degli esordi. Sempre elettrico ma con gli spigoli smussati, più fluido e meno possente; inevitabilmente via via più prossimo (comunque meno distante, che non è la stessa cosa) al grande rivale Muddy Waters, per cui lo stesso Dixon scriveva a più non posso. Barcamenandosi fra i due galletti con trucchi da fine manipolatore di psicologie. Come dire a Wolf, quando ci tiene particolarmente che incida un pezzo che ha composto pensando a lui, che no, non può darglierlo perché l’ha promesso a Muddy Waters. E allora Howlin’ Wolf fa una questione di principio del registrarlo. Epperò appena Dixon cessa di fargli da balia il Lupo scaglia al cielo, è il 1964, uno dei suoi ululati da “volevamo stupirvi con effetti speciali e ci siamo riusciti”: si chiama Killing Floor ed è l’ultimo suo indiscutibile classico.

In quello stesso anno l’itinerante “American Blues Festival” lo porta per la prima volta in Gran Bretagna e nell’Europa continentale. Una ciurma di ragazzotti britannici sta rivendendo il blues agli americani, rendendolo popolare fra la gioventù bianca di oltre Atlantico proprio mentre i neri stanno smettendo di praticarlo e ascoltarlo. Alla Chess non pare vero. Nel novembre del 1968 spedisce il Nostro in studio per il suo primo LP vero e proprio (quelli usciti in precedenza erano raccolte di singoli), imponendogli di aggiornare una manciata di pezzi forti del repertorio secondo la voga psichedelica. Scoppiano litigi furiosi e il disco viene pubblicato con un adesivo che recita: “Questo è il nuovo album di Howlin’ Wolf. A lui non piace”. “Un ammasso di merda”, lo definirà in un’intervista, ed è arduo non dargli torto e non sentirsi offesi con lui.

Ben altro rispetto mostrano, due anni dopo, le rockstar di cui si diceva più su, a partire da Eric Clapton che, saputo che la Chess non intende fare partecipare alle registrazioni Sumlin, si affretta a spedire un telegramma in cui dichiara che, se Sumlin non dovesse esserci, non parteciperà nemmeno lui. Il chitarrista viene subito messo su un aereo. Wolf sta male di testa e nel corpo e non apprezza come dovrebbe tanto amore. Ma nonostante stringa il cuore sentirlo evidentemente così stanco (Sittin’ On Top Of The World, nemesi del suo stesso titolo, colma di una tristezza squassante), “The London Howlin’ Wolf Sessions” (numero 79 nelle classifiche USA, il più grande successo di Mr. Burnett) è un disco magnifico e, vista la scaletta, la più economica introduzione oggi disponibile al bluesman del Mississippi. Ve lo consiglio senz’altro, avvertendovi però nel contempo che non è nei suoi solchi che scoverete l’Howlin’ Wolf immortale, rintracciabile invece nelle tante antologie che documentano i suoi primi quindici anni di registrazioni e in particolare il periodo 1951-1960. Se vi riesce ancora di trovarlo, il triplo “The Chess Box” del ’91 è la chiave per accedere a un mondo di selvagge meraviglie.

Nel novembre 1975 Lupo Ululante è il mattatore di un festival zeppo di nomi illustri all’International Amphitheatre di Chicago. La sera dopo si esibisce al 1815 Club. È il suo ultimo concerto. Muore da lì a due mesi, in un ospedale per veterani, e con lui è un mondo intero che se ne va.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.16, ottobre 1999. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007. Di Howlin’ Wolf ricorre oggi il centoquattordicesimo anniversario della nascita.

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