L’apprendistato di Stratos

Trentacinque anni fa a oggi un male incurabile spegneva una voce che nondimeno tuttora risuona, forte e suggestiva. Forse la più peculiare del Novecento, in Italia di sicuro e non solo. Come qualche giorno fa con Jeff Buckley, per ricordare Demetrio Stratos ho scelto (recuperando alcune migliaia di battute da un articolo molto più lungo) di raccontarne su VMO non la dipartita ma i primi passi. Dall’arrivo in Italia alla nascita degli Area.

Demetrio Stratos

A quindici anni, ossia nel 1960, Efstratios Demetriou ha buona o ottima dimestichezza con cinque lingue ma con l’italiano non ancora. Il greco lo ha imparato in culla dai genitori, cristiano-ortodossi di elevata classe sociale residenti ad Alessandria d’Egitto, la più cosmopolita delle metropoli mediterranee. Il tedesco all’asilo. L’inglese in una delle scuole frequentate da una élite cittadina che privilegia il francese per le discussioni colte nei salotti. L’arabo, giocando per strada. L’infanzia innocente e felice è in ogni caso un ricordo che va sbiadendo. La crisi di Suez ha indotto alla fuga gli stranieri e il ragazzino è stato spedito a Nicosia, a completare gli studi medi in un collegio cattolico. Per quanto da bambino gli abbiano fatto studiare, a livello di prime classi del conservatorio, pianoforte e fisarmonica, i suoi hanno in mente per lui un avvenire da architetto. Già lo hanno iscritto alla Columbia University quando alla madre qualcuno parla molto bene del Politecnico di Milano. L’opportunità di non mettere un oceano in mezzo fra un diciassettenne e la sua famiglia viene prontamente colta. Per quanto abbia letto su di lui, ignoro se si laureò. So che dell’italiano si impadronì passando intere giornate al cinema per due anni consecutivi, guardando western. E solo preparando questo articolo ho risolto il mistero dell’accento emiliano di colui che quasi da subito si era reso conto che in Italia tutti scambiavano il suo cognome per il nome e tanto valeva adeguarsi: “La mia ragazza è di Parma”, spiegava a un Gianni Dall’Aglio incredulo prima che fosse italiano (per via di un inglese perfetto) e poi che non fosse italiano. Al bar del meneghino Santa Tecla il batterista dei Ribelli gli offriva un posto nel complesso dopo averlo sentito interpretare Ray Charles e gli Animals. Offerta accettata, ci sarebbe mancato altro.

A fine 1966 in Italia i Ribelli sono un gruppo importante. In pista sin dal ’60, e dunque in notevole anticipo sul beat, hanno a lungo fiancheggiato Adriano Celentano, del suo Clan sono stati i primi a cogliere in proprio grandi successi (che al tempo si contano in centinaia di migliaia di copie) e dal suo Clan sono stati, un attimo prima del fatidico incontro con Demetrio Stratos, i primi a staccarsi. Dire clamoroso l’esordio con il nuovo cantante è un eufemismo: Pugni chiusi fa sfracelli e, una volta perdonata la lampante derivazione da When A Man Loves A Woman (oltre al fatto di racchiudere in 2’23” tutti i vezzi che vent’anni dopo saranno di Piero Pelù), si porge come uno dei migliori esempi di sempre e non solo in Italia di beat impregnato dal soul. È esattamente quella voce negrissima che prima non avevano (in un backstage sanremese Stevie Wonder si presterà a fare i cori per Demetrio, mica il contrario) a far compiere al complesso il salto di qualità. Fra questo e quello scivolone nella bubblegum music, l’unico e omonimo LP del 1968 sistema altri brillanti esempi di errebì assai poco “bianco”: dalla Chi mi aiuterà che traduce nel nostro idioma You Keep Me Hangin’ On delle Supremes a una Lei m’ama che si palesa come la Tell Mama che Janis non ha ancora preso in prestito da Etta James, passando per una fenomenale Get Ready, dai Temptations, direttamente in inglese. Nessuna traccia di psichedelia, nessun accenno di hard e si intenderà allora come mai il declino di un gruppo appena un anno prima a uno zenit di popolarità fu improvviso. Irrimediabilmente superati dai tempi dopo averli prima precorsi e quindi cavalcati, i Ribelli alzano bandiera bianca invece che gialla nel ’70. Non è una notizia che suscita scalpore come lo scioglimento dei Beatles.

Pugni chiusi

Demetrio si è da poco sposato con Daniela Ronconi e già è in arrivo una figlia, quella Anastassya che inconsapevole eserciterà un’influenza decisiva sul papà dandogli lo spunto iniziale, con i primi balbettii (le cosiddette lallazioni), per le ricerche sulla voce. Nel confuso momento di transizione fra un beat che in Italia si è trascinato ben più a lungo che altrove e il progressive (la psichedelia quasi del tutto saltata nel Bel Paese), il Nostro si ostina a non mollare il colpo. Che la musica da hobby si sia trasformata in professione è stato un felice caso e pazienza se la fama da rotocalco si è appassita. Per intanto gli interessano due cose: riuscire a pagare i conti; trovare una sua strada. Non necessariamente in quest’ordine. Gira per balere con un repertorio prevalentemente black e formazioni che hanno come sole costanti la versatilità e l’elevato livello dei musicisti. Una casa si costruisce partendo dalle fondamenta. Un gruppo, dal batterista. Nei variabilissimi organici di un progetto che neppure ha ancora un nome Giulio Capiozzo, un emiliano classe 1946, è il primo punto fisso. Allievo di Kenny Clarke, viene dal jazz, al jazz educa Stratos per cominciare facendogli ascoltare Coltrane, con Stratos ha in comune una passione rara per l’epoca, quella per le musiche etniche in generale e dei paesi balcanici e mediorientali in particolare. Demetrio in mezzo a certi suoni c’è cresciuto, Giulio ne è sommamente incuriosito. La formazione che comincia a prendere un assetto vagamente stabile presumibilmente intorno a fine ’71 anticipa con la sua composizione quell’aggettivo, “International”, che Gianni Sassi inserirà nella ragione sociale: alla chitarra c’è l’ungherese Johnny Lambizi, al basso un francese di origini greco-tunisine, Patrick Djivas. Quest’ultimo proviene, come il tastierista Gaetano Leandro, dal gruppo di Lucio Dalla. Completa quello che fino al primo album compreso resterà un sestetto una presenza che persino in un contesto così poco convenzionale stupisce: di quindici anni più anziano del più anziano fra i compagni, il sassofonista Eddy Busnello è un esponente di genio e di spicco della scena jazz italiana, con un curriculum eccezionale e un serio problema di alcolismo.

Nei primi mesi del 1972 Demetrio Stratos pubblica un sette pollici da solista per la Numero Uno di Lucio Battisti. Nell’attesa di trovare domicilio con un nuovo titolo (L’abitudine) e un testo di Bruno Lauzi in un album di Mina, la ballata soul Daddy’s Dream passa completamente inosservata. A inizio luglio negli studi RCA di Roma un manipolo di giovani turnisti fra i più preparati dello Stivale si raduna per dar man forte ad Alberto Radius, chitarrista della Formula 3, nelle registrazioni del suo debutto da solista. A parte che è un fantastico esempio di rock post-hendrixiano e uno dei dischi nostrani più sottovalutati di sempre, “Radius” merita un ascolto o dieci per due ragioni. Una si intitola To The Moon I’m Going, hard da Led Zeppelin primevi con al microfono non Plant ma… sì, Stratos. L’altra… Be’, l’altra si chiama Area e schiera la formazione dianzi citata, Busnello eccettuato e con Stratos non alla voce (il pezzo è strumentale) ma all’organo. Sono 10’50” energici e già belli sofisticati.

Tratto da Area – Spartiti per il proletariato elettrico. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.34, estate 2010.

7 commenti

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7 risposte a “L’apprendistato di Stratos

  1. La sua ricerca stilistica ( complicata e fuori dai circuiti del facilmente comprensibile), lo pone ai vertici dell’avanguardia Artistica del XX secolo … Anacronistico per questi tempi in cui tutto deve per forza essere capito in meno di un minuto (altrimenti stufa) … 🙂

  2. Antonio

    Non voglio fare la maestrina, però un piccolo dettaglio, forse trascurabile: il primo a staccarsi dal Clan fu Ricky Gianco, nel 1963, non i Ribelli.

  3. Giampiero

    Ciao Carissimo,non ho mai commentato un tuo pezzo….ma stavolta….si tratta di Stratos, non posso tirarmi indietro avendo avuto l’immensa fortuna di averlo visto e ascoltato due volte con gli AREA.Si poche parole come disse lui, all’apertura di un indimenticabile concerto allo stadio comunale di Piacenza credo nel ’78 o ’80, non certo ’79, in quell’anno mi sollazzavo a naja quindi mi persi anche il concerto commemorativo a Milano, commemorativo lo diventò dopo il decesso, in origine doveva servire a raccogliere una provvista per le sue cure, a proposito del grande lavoro di Radius, secondo il mio punto di vista merita una dovuta attenzione il solo al violino di D’Aquino Alfredo in Area, e poi la copertina di Caesar Monti.
    Grazie da un fortunato fruitore del tuo lavoro.
    Gp “lostlemmy”

  4. Gian Luigi Bona

    Ciao Eddy, vorrei chiederti quali dischi dovrei recuperare dei Ribelli e se ritieni che i primi due dischi dei Formula 3 sono da recuperare.
    Grazie Eddy !

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