L’enigma Nick Drake

Non fosse morto quarant’anni fa, appena ventiseienne, Nick Drake di anni ne compirebbe oggi sessantasei. Ma non si riesce proprio a immaginarselo anziano. Così lo raccontavo nel 2000, in occasione di uno dei tanti giri di ristampe di un catalogo tanto scarno quanto prodigioso.

Nick Drake

Il tempo mi ha detto/che sei una rara scoperta/una cura problematica per una mente problematica” (Time Has Told Me)

Chissà se sarebbe stato ciclicamente riscoperto, chissà se i suoi dischi avrebbero avuto infinite ristampe (le ultime appena uscite nel momento in cui scrivo, rimasterizzate e arricchite di note che difettavano alle edizioni precedenti) non ci avesse lasciato, ventiseienne, il 25 novembre 1974. Suicida. Oppure no, avendo sempre sostenuto i familiari che gli antidepressivi che lo uccisero (amara ironia) furono assunti in dose eccessiva per errore. Fu un enigma in vita, Nick Drake, che la morte ha ingigantito. Sciocco negare che il mito romantico dell’eroe caduto nel fiore degli anni non abbia pesato sulle apologie a posteriori di un artista che in vita fu ignorato. Ha pesato eccome, e non vale dire che di musica meravigliosa si tratta. Anche le poesie di Keats lo erano, ma non ha contato sulla loro glorificazione la scomparsa prematura dell’autore? Qualche pillola in meno e Nick Drake sarebbe ancora fra noi ma magari senza esserci, un altro Syd Barrett, siccome quando morì il suo terzo album era faccenda di oltre due anni prima e datavano nove mesi le quattro canzoni riesumate nel ’79 per il box “Fruit Tree”, primo di diversi riordini a posteriori di archivi peraltro avari di epifanie. Prestate attenzione alla durata dei dischi del Nostro: quasi quarantadue minuti il primo, meno di quaranta il secondo, ventotto e mezzo il terzo. Segno chiaro di resa all’afasia. Non aveva più nulla da dire, il giovane Drake, e allora bisognerebbe essere forse lieti che se ne sia andato bellissimo, senza dare triste spettacolo di sé come l’amico John Martyn, che ha avuto la fortuna/sfortuna di invecchiare. Ecco perché un capolavoro come “Solid Air”, che proprio a Drake è dedicato e squisitamente drakiano è, resta patrimonio dei soliti “happy few” mentre l’influenza del cantore delle cinque cartine rimaste su certo pop odierno – basti un nome per tutti: Belle & Sebastian – appare pervasiva. Così è se vi pare e chiamatemi cinico se volete.

Ma non resta molto spazio e converrà allora aggiungere qualche parola alle tante (hanno scritto pagine memorabili su Nick Drake in Gran Bretagna Patrick Humphries e Ian MacDonald, in Italia Stefano Pistolini) che sono state spese per “Five Leaves Left”, “Bryter Layter”, “Pink Moon”. L’estate, l’autunno, l’inverno di una vita breve ma intensissima, non negli eventi ma nei sentimenti. Il primo: un esordio memorabile come pochi. Orchestrazioni discrete magistralmente disegnate da Robert Kirby intorno a un folk gentile che commercia con il blues, lambisce il jazz (Dave Brubeck l’ispirazione celata dietro al 5/4 di River Man), azzarda ipotesi di neocameristica (gli archi, un po’ ovunque, e soprattutto il torpido violoncello di Cello Song). Ho scritto folk e non folk-rock apposta: la batteria c’è solo nella conclusiva Saturday Sun. È sempre invece presente nel secondo: quello che Nick Drake intese come il suo album commerciale. Che sembra una di quelle giornate ottobrine inondate dal sole, che recano seco un fondo di malinconia ma di una dolcezza infinita. Orchestra ancora il maestro Kirby ed è un trattenuto tripudio di archi e ottoni che dilaga attorno a melodie alate ma dense e almeno in un frangente – quando in Poor Boy escono alla ribalta controcanti femminili di gusto soul – scopertamente ironiche. Qui e là (Introduction, la traccia omonima, il congedo di Sunday) Drake tace. Un sintomo o la malattia? Nel terzo alla sua voce si affianca solo la chitarra e la tristezza si fa soffocante. L’inverno è alle porte. L’artista non lo vedrà.

Il sole della domenica sorse presto una mattina/in un cielo così chiaro e azzurro/Il sole della domenica sorse senza preavviso/così nessuno seppe cosa fare” (Saturday Sun)

Pubblicato per la prima volta su “Audio Rebiew”, n.204, luglio/agosto 2000.

1 Commento

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Una risposta a “L’enigma Nick Drake

  1. enrico tagliaferro

    E’ vero che la madre ha sempre negato il suicidio volontario, la cosa mi fu confermata da alcuni vicini quando feci visita al suo villaggetto, Tanworth in Arden, nel 1980. Tuttavia non si può non considerare che la presenza sul comodino a fianco del letto, adiacente al tubetto di Tryptizol, di un libro di Camus sul mito di Sisifo, lascia pensare se non proprio ad una volontà determinata di uscire dalla vita, quanto meno ad una totale incuria nei confronti del rischio di sovradosaggio, come dire: se è troppo, non importa. Io ad un “errore” di dosaggio per disattenzione, non ci credo.

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