The Cure 1978-1996 (7): The Top

The Top

Shake Dog Shake. Bird Mad Girl. Wailing Wall. Give Me It. Dressing Up. The Caterpillar. Piggy In The Mirror. The Empty World. Bananafishbones. The Top.

Fiction, maggio 1984 – Registrato presso gli studi Garden, Trident e Genetic di Londra – Tecnici del suono: Dave Allen e Howard Grey – Produttori: Dave Allen, Chris Parry e Robert Smith.

Nel settembre del 1983 vide la luce il primo e unico LP dei Glove, estemporaneo progetto di studio del duo Robert Smith/Steve Severin. Assemblato sei mesi prima dal leader dei Cure e dal bassista dei Banshees, con le parti vocali affidate alla ragazza di Budgie (il batterista di Siouxsie) Jeanette Landray per espresso volere di Parry, che temeva che la voce di Smith ne avrebbe fatto un album dei Cure, “Blue Sunshine” è un disco invero curioso, prescindibile ma interessante. La sua stralunatezza è un riflesso dello stato mentale volutamente alterato degli autori durante le quattro settimane nel corso delle quali venne registrato. Un forte aroma psichedelico (ma sia chiaro: nulla vi è in esso di revivalistico) lo impregna e il suo più grande pregio è anche il suo principale difetto: si scommetterebbe che ognuno dei brani che offre sia opera di un differente gruppo.

Più di qualcosa dell’obliquità di quell’album è rintracciabile in “The Top”, lavoro interlocutorio e però ricco di spunti felici. A sentire Smith, parecchio lo danneggiò l’essere stato messo insieme in condizioni per niente ideali, fra una seduta d’incisione e l’altra di “Hyaena” dei Banshees (dei quali faceva ancora parte) e, stante l’indisponibilità di Thornalley (in Australia con i Duran Duran), senza un vero gruppo a disposizione. Di ciò il gran capo dei Cure avrà molto a lamentarsi.

Al solito giornalista francese due anni dopo dichiarerà: “Fui costretto a fare tutto da solo, o quasi, e avere il controllo totale divenne un’ossessione per me. Mentre si era in studio non sapevo cosa pensare del disco, non riuscivo a capire se fosse valido o pessimo: un giorno mi pareva brillante, il giorno dopo spaventoso. Oggi ne sono soddisfatto solo parzialmente. Credo che Shake Dog Shake sia uno dei brani migliori che io abbia mai scritto, sia per la musica che per il testo, e che ci siano anche altre canzoni valide. Bird Mad Girl, ad esempio. Le danneggia però il fatto di non essere state eseguite da un vero gruppo. Non si è mai inciso tutti insieme e ci sono diversi brani in cui suono più di uno strumento. L’insieme è poco spontaneo, troppo calcolato. Dopo due settimane che ero in studio ne avevo le tasche piene. Il peggior difetto di questo LP è che il ritmo è molto più lento di quanto non dovrebbe”. E a Steve Sutherland confiderà: “‘The Top’ era a malapena completato e già c’erano delle parti che mi sarebbe piaciuto cambiare; ma rientrare in studio per rifarle era fuori discussione perché ciò avrebbe interferito con le sedute d’incisione di ‘Hyaena’ e non volevo che i rapporti con i Banshees peggiorassero ulteriormente. Mi sono trovato in una situazione inedita – prima per incidere un album mi ero sempre preso tutto il tempo che ci voleva ma questa volta sono stato costretto a fissare una data per il completamento del lavoro e a rispettarla. È andata a finire che correvo in sala nei ritagli di tempo per fare una sovraincisione e mentre lavoravo freneticamente pensavo costantemente cose del tipo ‘oddio, questa sezione dovrebbe essere più veloce’ oppure ‘il suono della batteria dovrebbe essere un altro’. Non sto dicendo che non è un buon disco, soltanto che quando lo riascolto sento i difetti che ha e so che, inciso in una situazione diversa, avrebbe potuto essere un’altra cosa”.

Eccede in autocritica, Robert Smith. “The Top” risulta effettivamente frammentario, ma è da dimostrare che le sue dieci canzoni avrebbero beneficiato di cadenze più veloci e arrangiamenti maggiormente rifiniti (sono curati il giusto).

La sua copertina è tutta una macchia cremisi, oro e turchese, con il titolo di un bel verde brillante. Se ne occupò Porl Thompson, già responsabile di quella, molto più austera, di “Faith”. Costui era stato il quarto Cure fino al divorzio dalla Hansa ed era rimasto in ottimi rapporti con Smith e Tolhurst. Andato a trovarli in studio per mostrare loro i provini della copertina, venne invitato a suonare il sax in Give Me It. Fu il primo passo verso un suo rientro in formazione in pianta stabile. Ottimo polistrumentista (maneggia con disinvoltura chitarra, sassofono e tastiere di ogni genere), Thompson aveva disertato principalmente perché la direzione new wave intrapresa dal gruppo limitava drasticamente gli spazi per la sua solista. Ora che la musica della banda Smith si era fatta più variegata e consentiva (talvolta richiedeva) raffinatezze e financo svolazzi poteva rientrare in squadra, sicuro che raramente avrebbe fatto panchina.

A parte quel sax galeotto, il resto di “The Top” è suonato da Robert Smith (che si divise fra chitarra, tastiere e basso), Lol Tolhurst (tastiere e percussioni varie) e Andy Anderson (batteria).

Fedele alla consegna che si era dato a partire da Let’s Go To Bed – cancellare l’immagine di gruppo dark dei Cure e allargare i confini della loro musica a tal punto da far sì che non fosse più incasellabile in alcun modo se non sotto la generica definizione “rock” – Smith continua a eludere le attese dell’ascoltatore. Eoni separano la giocosità di The Love Cats dal rabbioso attacco di batteria di Shake Dog Shake e dal suo compatto muro di suono. La voce è autoritaria, la chitarra un’acida staffilata, l’insieme innodico. Parte Bird Mad Girl e ci si ritrova immersi in tutt’altri climi: una sei corde arpeggiata si appoggia e/o contrappone a una batteria in tempo medio e umore semidisco. Spira una brezza lisergica che si fa venticello più robusto in Wailing Wall, ispirata da una visita di Smith, durante un tour israeliano con i Banshees, al Muro del Pianto. Vi si avverte in effetti un che di mediorientale, sensazione subito spazzata via dalla furente sarabanda di Give Me It. Ci si inoltra in Dressing Up e la prospettiva cambia di nuovo, in maniera brusca: la melodia è disegnata da un flauto (suonato su una tastiera?) e la voce è in primissimo piano e melodrammatica.

Il lato B si apre con The Caterpillar, anche su 45 giri un attimo prima che su 33. È a tutt’oggi una delle creazioni più memorabili e incatalogabili dell’intero catalogo smithiano. Etnopsicopop? E sia! La voce di Smith viaggia su un tambureggiare di percussioni mettendo in fila, alla ricerca di una corrispondenza di amorosi sensi, versi deliziosamente sciocchi. È tanto il fulgore di questo gioiello che per contrasto il resto della facciata rimane un po’ in penombra. Restano nella memoria, più che le canzoni, taluni particolari dei loro (spesso magistrali) arrangiamenti: l’organo sullo sfondo di Piggy In The Mirror; le percussioni da marcetta militare di The Empty World; i tocchi bluesy di Bananafishbones; l’indecifrabile rumore (ruote su un acciotolato? la carica di una molla?) che introduce nell’atmosfera notturna e cinematografica (modello “dov’è il vampiro?”) del brano che intitola l’album.

Rientrato Thornalley, reclutato Thompson, i Cure erano pronti per il loro primo tour britannico in due anni. Le ultime date – Oxford, 5 maggio; Londra, 8, 9 e 10 maggio – vennero registrate dal Manor Mobile, in previsione dell’uscita di un LP dal vivo.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

4 commenti

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4 risposte a “The Cure 1978-1996 (7): The Top

  1. marktherock

    proprio vero che a volte non c’è peggior giudice di sè che l’artista medesimo. Nuoterò sempre controcorrente, ma The Top a me è fin dalla sua uscita sembrato il perfetto (e di gran lunga insuperato in futuro) punto d’incontro tra le due anime di Smith, quella claustrofobica e quella squisitamente pop. Qui la varietà di stili, visto il livello spesso eccelso del songwriting, per me è invece il più classico dei valori aggiunti. Chiamatele opinioni…

  2. fmjews

    Grandissimo Album e grandissimo successivo tour che da il là a quello che è ancora oggi l’imprescindibile suono live dei Cure: Smith è risucito a creare uno spettacolo dal vivo con inframmezzati alle 10 splendide perle di The Top i vecchi classici “dark” (riarrangiati e rinvigoriti per essere suonati da una band composta da 5 elementi).
    PS. credo che il rumore che apre e chiude il brano The Top sia quello di una trottola (in inglese The Top significa anche trottola e nei disegni che albergano sulla copertina appare anche una trottola)

  3. dada

    gran disco, l’ultimo – secondo me – convincente del gruppo, anche se non regge il confronto con i precedenti

  4. È il mio preferito insieme al primo, Seventeen seconds e Disintegration

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