La principessa che rifiutò di farsi regina: Shelagh McDonald

Shelagh McDonald

Colpa di “Mojo”. Che sta perdendo colpi ma resta una delle riviste più credibili quando si tratta di approfondire il passato più noto, o recuperarne schegge di invisibilità. E che, a compensare l’indubbia caduta di tensione e l’ossessivo tornare su nomi di cui si comincia a non poterne più, ha preso la santa abitudine di allegare ogni mese un CD “a tema”. Argomento di quello accluso al numero dello scorso ottobre il folk-rock, nuovo e antico. Da Davy Graham agli Espers, tanto per intendersi. Fra brani conosciuti a memoria, alcuni da poco meno che da sempre nei miei scaffali, e piacevoli piccole rivalutazioni e/o scoperte una traccia – la settima – sulla quale il mio lettore letteralmente si è incantato. Io più incantato di lui. Bello già il titolo – Stargazer – e magnifico per costruzione e sentimento un brano di struggente neoclassicismo, in transito da un arazzo di piano e archi a un coro operatico e chiesastico. Roba da restare a bocca aperta per la meraviglia. Roba che, appuntato quel nome singolare – Shelagh McDonald – e mai ma proprio mai sentito, non ho potuto fare a meno di chiamare subito uno dei miei spacciatori di musica di fiducia e ordinargli l’album da cui la… canzone?… risultava estratta. Da lì ad alcune settimane l’ho scoperto doppio, “Let No Man Steal Your Thyme”, generoso nel minutaggio (poco sotto le due ore e venti) e fantasticamente prodigo di ulteriori epifanie. Roba da commuoversi, quando sono ormai trent’anni che giri dischi. Roba da esaltarsi. Roba da farti ricordare come fu che ti venne la pazza idea di fare il mestiere che fai e persino da farti rivalutare una pensata che per certo non ti ha reso facile la vita. L’ho divorata – e poi di nuovo, di nuovo, di nuovo… – quella che è improprio definire un’antologia giacché, eccettuate alcune incisioni radiofoniche andate purtroppo perdute, raccoglie tutto quanto l’allora ragazza registrò nel breve arco di un triennio, fra il ’68 e il ’71: due LP su B&C, “The Shelagh McDonald Album” e “Stargazer”, e a far loro compagnia assortiti provini (anche per un terzo 33 giri, mai uscito) e registrazioni dal vivo. E ho divorato pure il libretto, imbattendomi in una storia se possibile più incredibile di quanto stavo ascoltando. La storia del disvelarsi di un talento raro – credetemi, non esagero: del livello di un Nick Drake, con il quale la McDonald divise non solo evidenti affinità stilistiche ma anche gli arrangiamenti squisiti di Robert Kirby – e della sua improvvisa sparizione dalla ribalta. Scomparsa nel nulla questa autrice, interprete e chitarrista stratosferica e per trentaquattro anni manco si è saputo se fosse ancora viva. Scomparsa quando un articolo dopo l’altro sul “Melody Maker” e il “New Musical Express” la raccontava come una Joni Mitchell britannica, come un’altra Sandy Denny. Scomparsa quando vendite inizialmente modeste andavano impennandosi e tutto sembrava indicare che stesse per baciarla il successo. Un impenetrabile mistero.

Si fa in fretta a raccontarla, questa storia. Nata nel 1948 a Edimburgo, Shelagh esordisce ventenne nel circuito concertistico minore locale e partecipa nel gennaio 1969 alla raccolta di artisti vari “Dungeon Folk” con due cover – le oscure Hullo Stranger e Street Walking Blues – belle negre e belle belle, però lontane dallo stile che l’anno dopo si delineerà nel fenomenale debutto in proprio, illuminato da grandi musicisti (merita almeno menzionare Keith Tippett) e soprattutto da dieci grandissime canzoni. Per metà autografe, per metà cover o scritte dal fidanzato Keith Christmas. Fra le prime appiccicano al muro una pianistica e suadentissima Crusoe e le fiabesche Ophelia’s Song e Peacock Lady. Fra le seconde il Gerry Rafferty miracolosamente portato al livello dei Fairport Convention più immani di Look Over The Hills And Far Away, una Waiting For The Wind To Rise vorticosa, una Richmond profumata di jazz. E naturalmente la tradizionale Let No Man Steal Your Thyme, corde di cristallo e voce idem. Non è che la fanciulla non sappia, volendo, concedersi a frenesie rock’n’roll e immediatamente sul CD lo dimostra una travolgente Jesus Is Just All Right esclusa dal 33 giri per non sciuparne gli ineffabili equilibri, ma è al suo meglio quando le atmosfere si rarefanno. Sarà stupenda la Stargazer di cui sopra, orchestrata nell’omonimo LP da Kirby, e vale nondimeno altrettanto un assai più asciutto demo – recupero preziosissimo – perfettamente mediano fra i Fairport e Drake. A proposito dei primi… Dave Mattacks e Richard Thompson suonano in “Stargazer” l’album e con loro c’è Danny Thompson dei Pentangle. È come un’investitura, giustificata dal pianismo sospeso di Liz’s Song e da una City’s Cry che pare uscita da “Bryter Layter”, da un’epica Dowie Dens Of Yarrow e da una Good Times da The Band al top. Ad esempio. Ma la principessa rifiuta di farsi regina e se ne va.

Digito il nome su Google e salta fuori un articolo dello “Scottish Daily Mail” del novembre 2005, di poco successivo alla pubblicazione di “Let No Man”. Ed eccola lì Shelagh, cinquantasettenne, vaghe tracce della bellezza che fu. Lei che nemmeno i genitori (morti nel frattempo) erano riusciti a rintracciare. Racconta di un esaurimento seguito a un pessimo trip. Racconta di decenni passati vagabondando per la Gran Bretagna con il marito. È stupita che ci si ricordi ancora di lei. Dice che aveva perso la voce ma l’ha ritrovata e che sì, magari un terzo disco potrebbe pure farlo. Vi ricorda una certa Vashti Bunyan?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.631, febbraio 2007.

3 commenti

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3 risposte a “La principessa che rifiutò di farsi regina: Shelagh McDonald

  1. antonio

    Non sapevo che l’arrangiatore fosse Kirby, anche lui è un musicista di quelli di cui si dovrebbe parlare di più. Il disco ricordo che mi era piaciuto molto. Comunque aspetto al varco qualcuno che tra queste grandi cantautrici dimenticate riscopra pure Beverly Glenn-Copeland (non mi dispiacerebbe vedere qualcosa pure qui)

  2. Francesco

    Ho seguito all’epoca i consigli per gli acquisti e l’album ha folgorato tutta la famiglia, stargazer in entrambe le versioni è diventato un piccolo classico per grandi e piccini

  3. Scorfy

    Lo ascolto dopo la segnalazione su spotify ( disco con prezzi alle stelle in rete), bello ma…. Sandy Denny non ha detto niente a suo tempo, non ha urlato per il plagio della sua voce ? Giuro una clonazione vocale del genere non l’avevo mai sentita. Roba che se uscisse ora i parenti della Denny andrebbero a controllare la tomba …

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