The Cure 1978-1996 (8): Concert – The Cure Live

Concert - The Cure Live

Shake Dog Shake. Primary. Charlotte Sometimes. The Hanging Garden. Give Me It. The Walk. One Hundred Years. A Forest. 10:15 Saturday Night. Killing An Arab.

Fiction, ottobre 1984 – Registrato dal vivo dal Manor Mobile a Oxford il 5 maggio 1984 e a Londra l’8, il 9 e il 10 maggio 1984 – Tecnico del suono: Dave Allen – Produttori: Dave Allen e The Cure – La versione su cassetta contiene sul secondo lato “Curiosity – Cure Anomalies 1977–1984”, una raccolta di canzoni tratte da demo ed esibizioni dal vivo. I titoli inclusi sono:

Heroin Face. Boys Don’t Cry. Subway Song. At Night. In Your House. The Drowning Man. Other Voices. The Funeral Party. All Mine. Forever.

Produttore: Phil Thornalley.

Di norma i dischi dal vivo non sono che fotografie sbiadite di un avvenimento; i concerti sono belli perché il suono è potente e c’è qualcosa da guardare, ma gli album che vorrebbero documentarli sono per la maggior parte deboli, pieni di errori, noiosi… non sono che delle antologie. L’unico motivo per cui abbiamo pubblicato un live è che nel corso degli anni ne erano usciti più o meno trenta illegali. Ho preso la decisione dopo avere ascoltato un bootleg dei New Order, la cosa peggiore ch’io abbia mai sentito. A quel punto mi è venuto in mente che doveva esistere qualcosa del genere anche dei Cure. Dunque si è fatto uscire questo live dalla confezione spartana, tipo LP pirata, così che chi lo desidera possa ascoltare versioni dal vivo, differenti da quelle di studio, di alcuni nostri pezzi. Così facendo, abbiamo almeno avuto il controllo del suono delle canzoni. ‘Concert’ non è male, è superiore alla media dei dischi dal vivo… ma non è l’album dei Cure che preferisco.

Non è nemmeno quello che preferiamo noi, diciamolo subito. E subito dopo appuntiamo che in fatto di LP dal vivo Robert Smith predicava bene ma ha razzolato male. La lista dei titoli di questo “Concert” ne fa esattamente quello che il nostro eroe nella dichiarazione testé riportata (datata 1986) pare deprecare, vale a dire una sfilata di successi. Né grande coerenza è denotata dal fatto che, nell’arco di nove anni appena, dal 1984 al 1993, i Cure hanno dato alle stampe altri quattro live.

Registrato durante le ultime tappe della campagna di primavera britannica del 1984, “Concert” vede all’opera una delle formazioni più effimere fra le tante che si sono susseguite nella storia dei Cure. Da lì a poco Andy Anderson, nel bel mezzo di un tour americano, darà i numeri (come già era successo a Matthieu Hartley e Simon Gallup e come qualche anno dopo accadrà a Lol Tolhurst: si direbbe che stare nei Cure sia faccenda rischiosa per la salute mentale) e dopo un periodo di transizione verrà rilevato da Boris Williams. E alla fine di quello stesso tour pure Thornalley, che comunque era sempre stato un precario, abbandonò i ranghi, consentendo l’inatteso rientro in essi, qualche mese ancora più tardi, del figliol prodigo Simon Gallup.

Come già detto, la scaletta di “Concert” lo rende una sorta di “Greatest Hits” dei primi Cure: ben otto canzoni su dieci erano uscite a 45 giri e ciascuno dei cinque LP in studio che l’hanno preceduto (sette contando le raccolte “Boys Don’t Cry” e “Japanese Whispers”) è rappresentato al massimo da due titoli.

Checché ne dica Robert Smith, le versioni dal vivo dei brani presentati in quest’album non differiscono granché da quelle di studio – sono solo un pochino più veloci e tirate – e dunque non risultano particolarmente interessanti. Intriga giusto la presenza di Charlotte Sometimes, dopo The Love Cats la migliore fra le canzoni dei Cure mai incluse su LP non antologici, e colpisce in negativo l’assenza proprio di The Love Cats. Avesse risposto all’appello, il velo di monotonia che avvolge “Concert” sarebbe stato squarciato. Anni luce separano i Cure di “The Top” da quelli di “Pornography”, per non dire dei 33 giri precedenti, ma ascoltando questo live, complice il fatto che da “The Top” sono stati tratti i due brani, Shake Dog Shake e Give Me It, stilisticamente meno distanti dal suo immediato predecessore, ciò non si avverte.

Più succosa, sebbene riservata ai cultori di stretta osservanza, è “Curiosity – Cure Anomalies 1977-1984”, la collezione di demo e nastri live che occupa il secondo lato della versione su cassetta di “Concert” (ne esiste anche una stampa in vinile successiva). Se le sei canzoni centrali, le cui versioni in studio sono rintracciabili su “Three Imaginary Boys”, “Seventeen Seconds” e “Faith”, non meritano annotazioni particolari, sulle quattro piazzate in coppia in apertura e chiusura vale la pena di spendere qualche parola.

Heroin Face, catturata il 4 dicembre 1977 al Rocket di Crawley e altrimenti inedita, è la registrazione dei Cure più stagionata disponibile ufficialmente. Se non è precisamente una canzone epocale è però una canzone che riflette benissimo la sua epoca. È difatti breve, spigolosa e anfetaminica. Punk, insomma, come punk è la Boys Don’t Cry tratta dal demo che convinse Parry a ingaggiare i Cure. Ascoltandola si comprende come il capoccia della Fiction potesse trovare punti di contatto fra il trio del Sussex e un altro trio da lui scoperto, i Jam. All Mine e Forever, colte dal vivo rispettivamente nel maggio del 1982 a Londra e nel maggio del 1984 a Parigi e delle quali non si conoscono versioni in studio sono poco più che bozzetti. La seconda, attraversata da un sax starnazzante, avrebbe meritato di crescere e venire alla luce.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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