Hot, Sexy & Dead: Jim Morrison

A oggi sono quarantatré gli anni dalla scomparsa di Jim Morrison. Quando ne erano trascorsi a momenti trenta così sintetizzavo, in poco meno di cinquemila battute, la parabola breve e densa sua e dei Doors (spunto per una recensione cumulativa dell’intero catalogo storico, una sua ristampa rimasterizzata). Partendo da una celebre copertina dedicata da “Rolling Stone” al King Lizard quando di anni dalla sua uscita di scena non ne erano passati che dieci.

Rolling Stone, Jim Morrison cover

Un tot di anni fa – non ricordo esattamente quanti ma ne erano già trascorsi parecchi dacché il Re Lucertola ci aveva lasciati e parecchi altri ne sono passati da allora – “Rolling Stone” dedicò una copertina a Jim Morrison con uno strillo che ne riassumeva esemplarmente le fortune postume: “sexy e morto”. Al 3 luglio prossimo saranno tre decenni esatti dall’infausto (o forse no) evento. Eppure si può dire che sia sempre rimasto fra noi, il James Douglas Morrison. Tolto un breve periodo di relativo oblìo a cavallo della metà dei ’70, l’immensa popolarità di cui godette in vita (tutti gli LP dei Doors entrarono a loro tempo nei Top 10 americani e non meno di successo furono i numerosi 45 giri da essi tratti) ha resistito senza scalfiture (con apprezzabili punte di rinnovato incremento, anzi) al susseguirsi delle mode. Complice una morte prematura eppure – perdonate la contraddizione in termini – tempestiva (ve lo immaginate un Jim Morrison oggi cinquantasettenne che canta The End?), siccome gli eroi ci piace ricordarli giovani e belli. Complici gli innumerevoli libri che gli sono stati dedicati e la discussa, romanzata biografia in pellicola a firma Oliver Stone che vedeva la luce in corrispondenza del ventennale della scomparsa del nostro eroe. Complici, ovviamente, le numerose edizioni di materiale postumo (in massima parte nastri dal vivo) e le continue ristampe del catalogo storico dei Doors approntate dalla Elektra. Che per l’ultimo riciclaggio del Mito non ha nemmeno atteso il trentennale. In momenti di contrazione del mercato quali quelli che stiamo vivendo chi ha sempreverdi in catalogo non si pone scrupoli e non guarda il calendario. Rieccoli dunque (come se fossero mai andati via…) i sei album in studio che Jim Morrison, Ray Manzarek, Robbie Krieger e John Densmore realizzarono in un quadriennio appena (dal ’67 al ’71), esaltante, tempestoso e infine tragico. Ad accompagnarli, un “Essential Rarities” che essenziale non è e un “Best Of” anche più superfluo. Li ignoro, per concentrarmi sulla mezza dozzina di dischi di cui sopra, che immagino che il lettore medio (mediamente attempato) di “Audio Review” non solo abbia in casa ma in più esemplari. Che so? Un paio di copie in vinile usurate e una in CD (al contrario di questi) non rimasterizzato.

Riguardo al remastering me la cavo alla svelta: è ben fatto ma non fa miracoli, perché di miracoli non c’era bisogno. Un ascolto a campione ha evidenziato corposità, dinamica e brillantezza incrementate rispetto a uno standard assai buono se si considerano gli anni di incisione. Persino nelle stampe in vinile a medio prezzo dei Doors è sempre stato possibile apprezzare appieno la grana blues della chitarra di Krieger, il calore dell’organo Fender di Manzarek, la raffinatezza quasi jazzy della batteria di Densmore. E naturalmente la voce di Morrison: triste, pacata, ieratica, crudele, sensuale, sardonica. A seconda delle circostanze imposte da testi che ambivano, echeggiando la generazione beat, al malessere dell’anima dei decadenti francesi e a empirei blakiani che seppero sfiorare quando non scivolarono in imbarazzanti lirismi da liceale. Miscela che, accompagnata a un adeguato physique du rôle e a epopee di ribellismo spicciolo, garantisce che da un trentennio il poster del Nostro sia presenza fissa nelle camerette degli adolescenti alle prese con i riti di passaggio delle tempeste ormonali.

Facile, per l’idolatria di cui è stato oggetto, ridicolizzare (o perlomeno ridimensionare) il personaggio Jim Morrison. A che vale? Conta la musica e a dispetto dell’eccessiva esposizione questa ha resistito alle ingiurie di Chronos, anche se va detto che ben altro ha offerto la psichedelia a stelle e strisce, che il solo “Forever Changes” dei Love (che all’epoca erano considerati dei Doors minori) vale più di tutta la discografia di Morrison e soci, escluso “Strange Days” (voto: 9). Il loro secondo album e il più maturo, perfettamente a mezzavia fra il sole californiano e malinconie mitteleuropee, fra frenesie dionisiache e sospesa visionarietà, una spanna sopra l’omonimo esordio (8) che vanta tuttavia un maggior numero di brani “classici”, a partire da Light My Fire. L’altro loro disco indispensabile è il congedo “L.A. Woman” (8). Sarà soltanto suggestione ma vi si avverte un senso di tragedia incipiente. Discreti “Waiting For The Sun” (sottovalutato) e “Morrison Hotel” (sopravvalutato) (7 a entrambi). Una faccenda per completisti “The Soft Parade” (voto: 6).

Dimenticavo: i titoli suelencati sono ora disponibili sia in confezioni standard che in graziose copertine cartonate. Per feticisti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.209, gennaio 2001.

4 commenti

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4 risposte a “Hot, Sexy & Dead: Jim Morrison

  1. Francesco

    ve lo immaginate un Jim Morrison oggi cinquantasettenne che canta The End? ehm, ve lo immaginate a oltre 70 anni un mick jagger cantare satisfaction? ce lo immaginiamo, ce lo immaginiamo.
    detto questo, e cioè che il rock è ormai facenda per gli over 40 come minimo, non concordo su un paio di affermazioni: la prima che forever changes valga più di tutto il catalogo doors. dai non esageriamo, è uno dei miei dischi top e i doors non li ascolto più da almeno un trentennio, ho fatto una rapida ripassata giusto 5-6 anni fa ma contrapporlo in questo modo secondo me ha poco senso. la psichedelia americana ha offerto i doors, non ma anche i love i dead i qmns, elevators etc etc. e in questo mazzo non se ne butta via uno. La seconda cosa sulla quale non sono affatto d’accordo è sul disco migliore dei doors: senza se e senza ma è il primo, è uno degli esordi più folgoranti d sempre, sarebbe a loro bastato quello per entrare nella storia del rock. Buono, molto buono anche LA Woman che è stato la mia personale soundtrack quando a inizi 80 passai un dieci giorni in ospedale assieme ad un amico tossico, che ascoltava solo doors e joplin e ingurgitava metadone.

  2. Scrivi: “il solo “Forever Changes” dei Love vale più di tutta la discografia di Morrison e soci, escluso “Strange Days” …. mah! mi sembra davvero SOLO una frase ad effetto, con tutto il rispetto per i grandi Love. Non lo dico con fare polemico nè per lesa maestà (ah ah ah … te lo dico prima che tu lo pensi per la seconda volta, dopo l’episodio di Tommy degli Who). Mi pare, al massimo, una considerazione mooolto personale, ma non certamente con un taglio critico

  3. giuliano

    Se dovessi scegliere tre dischi e non più di tre, “Forever Changes” ci sarebbe senz’altro, insieme a “Safe As Milk” di Captain Beefheart e “Darklands” di J and MC.
    Anch’io però non mi sento di condividere la tua affermazione, Eddy. “Strange Days” continua a rimanere per me un disco di straordinario fascino psichedelico.
    Vale “Forever Changes”? Probabilmente no. Ma è disco di spessore compositivo e interpretativo, che non impallidisce al confronto. Almeno a mio modestissimo parere.

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