The Cure 1978-1996 (9): The Head On The Door

The Head On The Door

In Between Days. Kyoto Song. The Blood. Six Different Ways. Push. The Baby Screams. Close To Me. A Night Like This. Screw. Sinking.

Fiction, agosto 1985 – Registrato presso gli studi Angel, Town House e Genetic di Londra – Tecnico del suono: Dave Allen – Produttori: Dave Allen e Robert Smith.

Nel settembre del 1979 Robert Smith, pur di non fare naufragare un importante tour britannico in cui i Cure avrebbero dovuto suonare di spalla ai Banshees, aveva accettato di unirsi a loro in qualità di chitarrista, in sostituzione del transfuga John McKay, per il quale Siouxsie non era riuscita a trovare un sostituto di suo gradimento. Una situazione che avrebbe dovuto essere temporanea – Smith aveva detto sì ponendo una conditio sine qua non: che la collaborazione con i Banshees non disturbasse in alcun modo l’attività del suo vero gruppo – si fece cronica e con il trascorrere del tempo per il leader dei Cure divenne sempre più difficile conciliare i programmi delle due formazioni e, soprattutto, reggere lo stress da superlavoro. I rapporti inevitabilmente si logorarono. Stretto fra Parry, che non vedeva di buon occhio questo suo tenere il piede in due staffe, e Siouxsie And The Banshees che gli rimproveravano una presenza troppo saltuaria (e sotto sotto gli invidiavano il successo dei Cure), Smith rimandò l’inevitabile divorzio, che temeva avrebbe compromesso il rapporto di profonda amicizia con Steve Severin, fin quando il fisico glielo consentì. Subito dopo il tour britannico che promuoveva “The Top” (e che “Concert” documenterà), nel bel mezzo del troncone europeo e alla vigilia di una serie di concerti con i Banshees ancora più lunga, uno stremato Robert Smith disse infine basta e, con tanto di giustificazione medica, informò la compagnia di Donna Siouxsie che era il caso si cercasse un altro chitarrista. La separazione non fu indolore ma si rivelerà salutare.

Dopo alcuni mesi di riposo pressoché totale i Cure partirono per gli Stati Uniti, che questa volta furono percorsi da costa a costa. Il tour fece, come si è già appuntato, due vittime, nelle persone di Anderson e Thornalley, ma in compenso procurò un nuovo batterista, Boris Williams, tecnicamente stellare. Fu dunque con una formazione a quattro – Smith, Thompson, Tolhurst e Williams – e con il posto di bassista vacante che i Cure nel febbraio 1985 iniziarono a lavorare alle canzoni che, sei mesi più tardi, avrebbero visto la luce su “The Head On The Door”. Gallup e Smith si erano nel frattempo riconciliati e il primo, quasi casualmente (chissà…), cominciò a fare capolino in studio. Andò a finire che nel giro di qualche settimana faceva di nuovo parte del gruppo. La buona alchimia creatasi è dimostrata da due fatti: 1) sarà questa la formazione più stabile della storia dei Cure (resterà difatti invariata sino all’allontanamento di Tolhurst, nella primavera del 1989); 2) in “The Head On The Door” si respirano un entusiasmo e nello stesso tempo una rilassatezza che mancavano dai tempi di “Three Imaginary Boys”. Linea e microfono a Robert Smith.

Se ‘The Top’ è di fatto un mio lavoro solista, questo è invece un disco fatto da un gruppo. Ogni brano è stato discusso a lungo e approfonditamente in studio; era tutto uno sbocciare di idee. C’erano cinque persone che partecipavano attivamente al processo creativo e dunque cinque punti di vista differenti su tutto. ‘The Head On The Door’ è semplicemente una raccolta di canzoni, senza un filo conduttore o un’atmosfera predominante come gli album precedenti. Siamo tornati all’idea originaria di quando cominciammo a suonare, ossia che ogni canzone debba potere essere un 45 giri, che debba potere essere ascoltata fuori contesto o mischiata alle canzoni di altri. Si lavora decisamente meglio così, i brani acquisiscono una maggiore personalità se non li si lega fra loro. A Night Like This e Close To Me sono alle due estremità dello spettro musicale: la prima sa di heavy metal americano, la seconda di pop inglese eccentrico, alla XTC. E mi piacciono entrambe, e mi piace sapere che la gente le accetterà tutte e due come nostre. Sarebbe stato orribile se The Walk e The Love Cats fossero rimasti i nostri unici veri successi commerciali, sarebbe stato uno scacco. I fans di vecchia data ci ricordano come il gruppo di Killing An Arab, A Forest, Charlotte Sometimes e nello stesso tempo sentono altrettanto nostre In Between Days o The Love Cats. Questo LP segna una tappa importante nella nostra carriera e non punta decisamente né a destra né a sinistra. Avanza a zigzag come un ubriaco.

Dell’heavy metal Robert Smith deve avere una ben curiosa visione per infilare in quella casella A Night Like This (un brano ripescato in archivi polverosissimi: risale difatti al 1976), una canzone che profuma piuttosto di sofisticato pop-soul alla Roxy Music, con il sassofono dell’ospite Ron Howe a fare le parti di Andy McKay. Ma il punto centrale della sua dichiarazione dianzi riportata – il fatto che “The Head On The Door” sia, al contrario di tutti gli album che l’hanno preceduto eccetto il primo, una raccolta di canzoni senza un filo conduttore o un’atmosfera dominante – è sottoscrivibile appieno.

È un disco ineguale, con qualche caduta ma pure con vertici di ispirazione e buon gusto fra i più rimarchevoli nella storia dei Cure. Vertici toccati innanzitutto dai lati A del 45 giri che precedette l’album nei negozi in luglio e di quello che lo seguì in settembre (non era mai accaduto in precedenza che da un LP della banda Smith venissero estratti due 45 giri). In Between Days, che apre l’album, è un esempio di pop orchestrale fatto per durare nei decenni. Tutto è perfetto in esso: la melodia radiosa, il ritornello memorabile, l’arrangiamento carico ma che non va mai troppo sopra le righe (appena appena: fra gli ingredienti del pop migliore, il kitsch c’è). Peccato solo per il pesante sospetto di plagio nei confronti dei New Order di Temptation adombrato da molti (Smith parla di sfortunate coincidenze). Close To Me ha davvero, come sostiene il leader dei Cure, qualcosa degli XTC, ma ancora di più riporta alla memoria gli ultimi Japan, quelli di “Tin Drum”, che ancora più a ragione possono essere chiamati in causa pure per la splendida Kyoto Song.

Altri punti di forza di “The Head On The Door”: la densa fragranza di flamenco di The Blood; Six Different Ways, che porta a compimento il sogno per lungo tempo cullato da Smith di scrivere un valzer; la già citata A Night Like This. Convincono solo in parte: Push, che replica con esiti meno felici gli schemi di In Between Days; The Baby Screams, che fa la stessa cosa con la più stagionata The Hanging Garden. Non piacciono proprio: Screw, che ha un incedere robotico che può far venire in mente i Devo ma non sviluppa mai veramente l’idea di partenza; la sovrarrangiata Sinking, soprattutto. Sistemata sfortunatamente a epilogo, con le sue gigionerie almondiane sovrapposte a reliquie del periodo “Faith” lascia un cattivo sapore in bocca e di conseguenza un cattivo ricordo di un LP i cui pregi sono in realtà assai superiori ai difetti.

Concepito come mini con i sei brani migliori in scaletta, “The Head On The Door” sarebbe stato un capolavoro. Resta un album più che discreto, che ebbe il grande merito di aggiungere ulteriori colori a una tavolozza stilistica già ricca e di dare un ulteriore colpo alla reputazione “gotica” di Smith e compagni. La medesima strada sarà percorsa, con esiti più felici, dal poderoso successore.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

3 commenti

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3 risposte a “The Cure 1978-1996 (9): The Head On The Door

  1. Un disco che ho amato moltissimo, e che per quanto mi riguarda segna la fine del periodo migliore dei Cure. I due successivi, pur essendo di alto livello, sapevano un po’ troppo di già sentito. Comunque immagino che le opinioni possano variare.. più che altro sono curioso di leggere i capitoli sugli anni 90, quando smisi completamente di seguire il gruppo..

  2. fmjews

    Effettivamente con THOTD e con il successivo Kiss Me Kiss Me Kiss Me i Cure hanno completamente disintegrato quelle che erano etichette e catalogazioni relative alla loro musica, che già con i 3 singoli del periodo 82-82 e con The Top avevano iniziato a scricchiolare rumorosamente.
    Come disse Smith in un’intervista del periodo “qualunque direzione decideremo di prendere col nostro prossimo lavoro, sarà comunque spiazzante”. Lo sarà KMKMKM del 1987 ma lo sarà paradossalmente ancor di più Disintegration con un brusco ritorno ad atmosfere e sonorità oscure e sognanti quando forse nessuno ci sperava più… When we both of us knew
    how the end always is…

  3. ludd

    sarà, ma quando risento l’attacco di chitarra di Push piango…

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