Buon compleanno, rock’n’roll (del giorno in cui Elvis lo “inventò”)

Assumendone a data di nascita, come è da molto una convenzione, quel 5 luglio 1954 in cui Elvis Presley registrò la sua That’s All Right Mama il rock’n’roll compie sessant’anni. Non è oggi chiaramente il giorno giusto per discutere del suo stato di salute o se sia ancora, almeno un po’, una musica “giovane”. Oggi lo si festeggia, come merita per averci salvato la vita e pazienza se ce l’ha pure dannata.

Elvis Presley

Sono tanti gli Elvis di cui parlare e il primo a mio avviso su cui bisogna soffermarsi è questo: l’involontario rivoluzionario. Inscindibile dall’artista che per primo operò una fusione fra le culture bianca e nera (quanto è significativo che i cinque singoli per la Sun avessero ciascuno su una facciata un blues e sull’altra un country!) e ciò nel più profondo degli USA più retrivi, partendo da una città in cui pochi anni prima il censore locale aveva proibito la rappresentazione del musical Annie Get Your Gun perché in esso appariva un conducente di treno di colore. “Non abbiamo macchinisti negri qui nel Sud. Lo spettacolo non può essere rappresentato perché promuove l’uguaglianza tra le razze”, aveva sentenziato. Ed era quella stessa Memphis in cui in Beale Street suonava ogni notte il fior fiore dell’intrattenimento afroamericano, B.B. King e Rufus Thomas trasmettevano dagli studi della WDIA e quel prototipo di negro bianco di Dewey Phillips da quelli della WHBQ. Ecco, quella Memphis e quel Sud, quell’America, quel mondo, in un ambito e solo in uno erano pronti per l’integrazione razziale: nella musica. Ferma restando l’enorme popolarità del country, gli adolescenti bianchi amavano e capivano in sempre maggiore misura la musica di quegli altri giovani che con loro non potevano dividere nemmeno i banchi di scuola. Era tuttavia un amore che, sebbene sempre più scoperto, restava clandestino, confinato nei limiti dell’ascolto radiofonico. Nel 1959, discutendo del proprio improvviso successo con un giornalista, Sam Phillips dichiarerà: “Si arrivò a un punto in cui si potevano vendere mezzo milione di copie di un brano di rhythm’n’blues. Quei dischi piacevano ai giovani bianchi quanto erano piaciute a me le canzoni e le storie di zio Silas Payne… C’era però qualcosa in quei giovani che li spingeva a essere riluttanti ad acquistare quel genere di musica; quelli del Sud, specialmente, avvertivano dentro di sé un’avversione che probabilmente neanche riuscivano a comprendere. Gli piaceva la musica, ma avvertivano una specie di senso di colpa per questo; pertanto, mi venne da pensare a quanti dischi si sarebbe riusciti a vendere se si fossero potuti trovare dei bianchi che cantassero e suonassero in quello stesso modo eccitante e vivace”. Pur riconoscendogli senz’altro l’empito missionario che ne fece un tipo di discografico assolutamente peculiare, è un Phillips che suona più plausibile di quello che, un paio di anni prima, aveva asserito di avere aperto la sala di registrazione al 706 di Union Avenue con l’unico scopo di fornire un servizio e dare un’opportunità ad alcuni dei migliori artisti di colore che la regione avesse mai conosciuto. Il più significativo di tutti è però questo, che si disvelerà a quasi quarant’anni dagli eventi parlando a Peter Guralnick: “Non credo che Elvis fosse consapevole delle motivazioni che mi spingevano a fare quello che facevo – non consciamente, perlomeno – ma penso che, a livello intuitivo, le sentisse anche lui. Non ne discutemmo mai insieme; penso che non sarebbe stato saggio da parte mia parlarne, dire Ehi, amico, ci stiamo mettendo contro… oppure Stiamo cercando di annientare la musica pop e portare in primo piano quella nera… La mancanza di pregiudizi da parte di Elvis Presley, però, fu una delle cose migliori che ci fossero mai accadute; forse eravamo dei sovversivi, chissà; sono però persuaso che qualcosa di buono l’abbiamo combinato, no? Siamo penetrati in una terra di nessuno e abbiamo abbattuto la barriera che divideva i bianchi dai neri”.

Forse eravamo dei sovversivi.

I neri non restarono granché impressionati da Elvis: lo apprezzavano, sicuro, ma il suo modo di cantare e muoversi non era una novità per loro, che così cantavano e si muovevano dalla notte dei tempi. Gli erano anche in massima parte grati (il nazionalismo afrocentrico ancora a venire) per avere tanto efficacemente propagandato la loro cultura avendo l’onestà di riconoscere sempre il debito. Sentitelo in un’intervista del 1956: “La gente di colore è andata avanti a cantare e suonare la musica che faccio io ora per più anni di quanti io stesso sappia. La suonavano in questo modo nelle loro case e nei loro ritrovi e nessuno ci badava finché io non l’ho portata alla luce, prendendola a loro. A Tupelo, nel Mississippi, sentivo spesso il vecchio Arthur Crudup fare quello che faccio io adesso”. Che è esatto ma non del tutto. La That’s All Right Mama di Elvis è la stessa di “Big Boy” Crudup ma è diversa: c’è un infinitesimale, ineffabile scarto dato dall’incosciente giovinezza di Presley e dal suo retroterra socioculturale ed è questo scarto che da allora chiamiamo rock’n’roll. Una rivoluzione musicale. Una rivoluzione di costume e di mentalità. All’inconsapevole Elvis, al buon cristiano (tale si riterrà sempre) Elvis bastò dimenare le gambe e compiere un allusivo movimento con il bacino per mandare in pezzi duemila anni di cristianesimo e di innaturale dicotomia spirito/corpo. Ecco perché venne ritenuto tanto pericoloso. Ecco perché l’America WASP di Eisenhower inorridì vedendo i suoi giovani impazzire per quel pervertito che si comportava come un negraccio. Ecco le ragioni degli attacchi della stampa e di una censura che non arretrò davanti al ridicolo: alla prima esibizione all’“Ed Sullivan Show”, nell’ottobre 1956, ai cameramen venne data disposizione di inquadrarlo soltanto dalla vita in su. Vano tentativo di disinnescare una bomba che era già esplosa e non c’era modo di rimetterne assieme i pezzi. Quasi cinquant’anni dopo si può asserire con piena cognizione di causa che sia stato uno degli eventi chiave della storia del XX secolo e, venticinque anni dopo la morte, è soprattutto per questo che merita tornare sulla figura di Elvis Aaron Presley. Artisticamente, sebbene tanto di apprezzabile ci sia anche dopo, l’unico Elvis imprescindibile è quello compreso fra la prima seduta di registrazione per la Sun e l’arruolamento nell’esercito nel marzo del 1958. Ci avesse per qualche ragione lasciati allora, come toccò a un Buddy Holly o a un Eddie Cochran giovanissimi, la storia della musica popolare non sarebbe stata sostanzialmente diversa. Aveva già fatto il suo.

(…)

Elvis Presley all'Ed Sullivan Show

Elvis Aaron Presley nasce a East Tupelo, Mississippi, l’8 gennaio 1935, quasi figlio unico (il quasi è dato dal fatto che un fratello gemello, Jesse Garon, è venuto alla luce morto) di Vernon Presley e Gladys Smith. La sua è un’infanzia vissuta in dignitosa povertà, adorato dai genitori e in particolare assai attaccato alla madre, senza eventi di rilievo da segnalare a parte una condanna a tre anni di carcere, con soli otto mesi scontati però, per Vernon, uno zio e un amico di famiglia, per avere contraffatto un assegno. Colpa delle ristrettezze economiche per molti insormontabili ancora in pieno New Deal piuttosto che di una congenita disonestà. Decenne, canta per la prima volta in pubblico, inni in chiesa a parte, in occasione di un concorso sponsorizzato da una radio e vince un premio. Per l’undicesimo compleanno riceve in dono, al posto di un’ambitissima bicicletta, una chitarra, da una Gladys apprensiva che suppone (non sa quanto si sbagli) che così non si esporrà a dei pericoli. Non ricamate su quanto la Storia sarebbe potuto essere diversa avesse pedalato piuttosto che strimpellato: la passione per la musica già lo ha colto. Nel 1948 la famigliola si trasferisce a Memphis. Non sto a contarvi gli anni della scuola superiore, non vi dico della timidezza che gli resterà in qualche misura appiccicata, non mi soffermo sui primi lavori e sugli stipendi girati pressoché integralmente a mammà, da quel figliolo esemplare che è. Volo al giorno imprecisato di fine estate 1953 in cui un diciottenne impacciato e dall’aspetto stravagante, capelli piuttosto lunghi e abiti misti fra quelli dei suoi eroi country e la moda della gente di colore, entra negli uffici della Sun Records e chiede quanto costi incidere un acetato. Tre dollari e novantotto gli risponde gentile Marion Keisker, la segretaria di Sam Phillips, e con un dollaro in più si può avere pure una copia su nastro. A Elvis basta l’acetato. Registra due ballate sentimentali, My Happiness e That’s When Your Heartaches Begins, che non colpiscono particolarmente Sam Phillips. È più che altro per educazione che dice al ragazzotto di averlo trovato interessante e fa appuntare il suo nome alla Keisker. Elvis se ne va con il suo dieci pollici sotto braccio e nei mesi seguenti fa capolino più volte, speranzoso in una segnalazione a/di qualche gruppo, in un ingaggio in qualsivoglia locale, in un’offerta di incidere altro, in… qualcosa. Ha perso quasi ogni speranza quando nel gennaio 1954 registra, ancora a pagamento, altre due canzoni. Passano altri cinque mesi.

Il 26 giugno Miss Keisker lo chiama, verso mezzogiorno: “Mi disse: Puoi essere qui per le tre? Ero là prima ancora che riappendesse la cornetta!”. Quel che è successo è che Phillips nel corso di una visita a Nashville per registrare il suo gruppo di successo del momento, i Prisonaires (prigionieri non soltanto di nome, visto che trattasi di detenuti che vanno a incidere scortati), si è imbattuto in una canzone di cui si è invaghito, malinconica nenia chiamata Without You, e gli è tornato in mente quel giovane che tanto spesso si è fatto vedere in studio negli ultimi mesi. Potrebbe essere la voce adatta per interpretarla. Sotto tale profilo la seduta è fallimentare: Elvis non riesce a cavare niente di buono dal brano. Resta però tre ore in sala e il discografico gli fa dare fondo al repertorio. Phillips questa volta è colpito, anche se non saprebbe dire bene da cosa. Desideroso di un parere, domenica 4 luglio spedisce il ragazzo a casa di un chitarrista di sua conoscenza, Scotty Moore. Lui convoca il suo contrabbassista, tale Bill Black, e insieme suonano e chiacchierano per alcune ore. Più che altro chiacchierano Scotty e Bill, visto che un Elvis imbarazzatissimo risponde a monosillabi. “Ha una bella voce”, dice Scotty a Sam. Venite in studio domani sera alle sette, si sente rispondere. Dopo un po’ di false partenze registrano, con risultati mediocri, Harbor Lights, un successo di Bing Crosby di quattro anni prima. Sembra andare meglio con I Love You Because, una splendida ballata country che nel 1949 è stata un numero uno per il suo autore Leon Payne. Ne incidono un’infinità di versioni. Quando la riunione sta per essere sciolta, con l’accordo di rivedersi otto giorni dopo per un altro tentativo, Elvis inizia a cantare That’s All Right Mama. Bill e Scott lo seguono. Sam, che si era ritirato per montare un nastro, si riaffaccia e chiede loro cosa stiano facendo (in realtà lo sa benissimo: conosce la versione originale ed è stupito che quel pischello la conosca pure lui; nulla fino a quel momento era sembrato indicare un amore per la musica nera da parte sua). Scotty dice: “Non lo so”. Sam: “Bene, allora tornate indietro, trovate un punto in cui cominciare e rifatela da capo”. Diletto lettore, diletta lettrice, è nato il rock’n’roll.

L’ascesa di Elvis Presley alla fama è fatta della materia di cui sono intessuti i poemi epici, inarrestabile cavalcata verso la gloria di un giovane eroe, nobile senza sapere di esserlo. I quattro si ritrovano in sala la sera successiva e quella dopo ancora senza che la magia si ricrei. Ma qualcosa il mercoledì succede comunque: a seduta terminata, Elvis, Scotty e Bill ormai a casa, va a trovare il suo omonimo Sam il dj Dewey. Sam gli fa ascoltare That’s All Right Mama. Il nastro gira più volte, con Dewey sempre più concentrato. Si salutano alle tre di notte. Il telefono a casa di Sam squilla poche ore dopo: Dewey vuole due copie su acetato del pezzo e che gli vengano consegnate, senza che nessuno ne sappia niente, in tempo per la trasmissione della sera. Poco dopo le 21 lo manda in onda. In un attimo il centralino impazzisce. La canzone viene suonata per sette volte di seguito e undici complessivamente nel corso del programma. Su richiesta del dj, Elvis viene rintracciato dai genitori in un cinema e trascinato in radio. Concede la sua prima intervista senza nemmeno saperlo, visto che l’esperto conduttore, vedendolo terrorizzato, non gli ha detto che i microfoni sono già aperti. Il disco esce il 19 luglio con sull’altra facciata un country di Bill Monroe del 1947, Blue Moon Of Kentucky, reso con accenti blues ove il blues That’s Al l Right Mama è stato interpretato con un piglio country. Elogio del meticciato. Stessa formula mirabilmente applicata al secondo singolo del 1954, I Don’t Care If The Sun Don’t Shine/Good Rockin’ Tonight, e ai tre del 1955, Milk Cow Blues Boogie/You’re A Heartbreaker, Baby Let’s Play House/I’m Left You’re Right, She’s Gone e Mystery Train/I Forgot To Remember To Forget. Gli ultimi due brani vengono messi su nastro l’11 luglio, a un anno e sei giorni da That’s All Right Mama. Il trio è divenuto un quartetto con l’arrivo del batterista D.J. Fontana, il caso Presley da locale si è fatto nazionale, il Fan Club conta già centinaia di iscritti e l’isteria, un disco e un concerto dopo l’altro, è andata dilagando. Il 13 maggio l’Hillbilly Cat e i suoi Blue Moon Boys (così si fanno chiamare) si sono esibiti a Jacksonville dinnanzi a quattordicimila persone convenute soltanto per loro benché nominalmente la stella della serata fosse Hank Snow e a fine spettacolo Elvis ha salutato con un malizioso “Ragazze, ci vediamo in camerino!”. Mal glien’è venuto, siccome le fans hanno travolto a centinaia le transenne e, trovato il modo di eludere i controlli delle forze dell’ordine che lo avevano fatto rifugiare in uno spogliatoio sotterraneo, lo hanno denudato pressoché integralmente prima che quattro poliziotti riuscissero a sottrarlo, sotto shock, alle loro troppo amorevoli mani. Quello che sarà l’ultimo disco su Sun è nei negozi a inizio agosto, entra in classifica il 7 settembre e ci resterà per quaranta settimane, raggiungendo nel febbraio successivo il primo posto nella graduatoria country & western. Il Colonnello Tom Parker ha a questo punto fatto il suo ingresso in scena. Non è mai stato Colonnello e Parker è il cognome che ha assunto arrivando in Europa dall’Olanda, scopriranno diversi anni dopo quanti, intrigati dal mistero che lo circonda, indagheranno.

Estratti da Elvis – Una storia americana. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.5, primavera 2002.

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