Lo sleazy listening dei Soft Cell

Compie oggi gli anni – cinquantasette – Marc Almond e fa un po’ sorridere scoprire che per molto tempo nelle biografie se n’è tolti un paio. Frugo negli archivi in cerca di un qualcosa da recuperare per l’occasione e scopro di avere citato spesso sia lui che i Soft Cell, ma di averne scritto un’unica volta, quando recensivo un eccellente “The Very Best Of” (tuttora in catalogo) di questi ultimi. Curiosamente mi toccherà a brevissimo occuparmene di nuovo del nostro uomo, che una ventina di giorni fa ha pubblicato l’ennesimo album da solista.

Marc Almond

Dice bene Stephen Dalton nelle brillanti note di copertina: i Soft Cell si situavano in una bizzarra terra di mezzo fra i Kraftwerk ed Edith Piaf, i Suicide e Judy Garland. E un po’ di righe più su dà della loro musica una definizione geniale: sleazy listening. Canzonette, quelle del duo formato all’alba degli ’80 da Marc Almond e Dave Ball, ma dall’anima oscura. Sovversione psicosessuale in formato pop. Sarà per quello che sono invecchiate assai meglio della produzione dei coevi Duran Duran o Spandau Ballet? Azzarderei di sì. Che certe sonorità e atmosfere dell’elettronica di quel tempo stiano tornando in voga e che i Soft Cell siano stati (anche) un ponte fra la disco e la house ha aiutato a mantenerli attuali. A tal punto che la rimpatriata messa in essere recentemente dai due, e di cui qui si trovano assaggi con le ballabili e melò Somebody, Somewhere, Sometime e Divided Soul, non pare una cattiva idea. Notevoli sono state del resto le carriere solistiche inscenate dopo una separazione dovuta a stress e drogati eccessi piuttosto che al logorarsi di un’amicizia e una stima mai venute meno: se Ball ha sciorinato dance di notevoli livello e impatto con The Grid, Almond si è mostrato interprete peculiarissimo, sorta di Gene Pitney postmoderno.

“The Very Best Of” fa onore al suo titolo e che ottanta minuti scorrano senza pesare è indice sicuro di qualità. Dal soul che si fa techno-pop di Tainted Love e Where Did Our Love Go? alla planante wave in glassa di simil-archi di Say Hello, Wave Goodbye, dall’electrobilly di Bedsitter ai Roxy Music virati disco di Insecure Me, alla martellante ossessione di Sex Dwarf, è un rincorrersi di melodie e scansioni cui non si può dire di no.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.225, giugno 2002.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Una risposta a “Lo sleazy listening dei Soft Cell

  1. Gian Luigi Bona

    Non dimenticherò mai il 2º album dei Soft Cell. Decisamente il mio preferito.
    I colori della copertina rendevano perfettamente l’atmosfera sleazy del duo.

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