Cento di questi giorni e zero di questi album, Mr. Chris Cornell

Compie oggi gli anni Chris Cornell ed è un compleanno importante, di quelli con la cifra tonda: cinquanta. Siccome sono una brutta persona gli faccio gli auguri come già li feci qualche mese fa a Billy Corgan: riesumando una recensione non esattamente lusinghiera. La verità – e ne abbiamo purtroppo avuto prove e controprove a iosa – è che poche cose si danno in natura di potenzialmente più deleterie di un album solista di Chris Cornell. Forse una sola: Eddie Vedder che pubblica una raccolta di incisioni per sola voce e ukulele. Chiaramente non accadrà mai.

Chris Cornell - Songbook

Magari passati i cinquanta Chris Cornell ritroverà la bussola, un po’ come accadeva a Robert Plant, che impiegava vent’anni e sette album per fare definitivamente i conti – e pace – con i Led Zeppelin e ripartire. Se “Mighty ReArranger” e “Band Of Joy” (e in mezzo “Raising Sand”) sono indubbiamente dischi favolosi, capaci insieme di reggere il peso di un’eredità tanto gravosa e di dispiegare una personalità loro propria, non è però che Plant in precedenza avesse fatto cose indegne. Mai. Sciaguratamente l’allievo sì ed è stato un crescendo rossiniano al contrario, da quel “Superunknown” parecchio minore che era “Euphoria Morning” al penoso hard “maturo” di “Carry On”, all’insopportabile dance-pop di “Scream”. È come se il nostro uomo, che pure alle sue band ha sempre offerto apporti compositivi rilevanti, fuori dalla cornice di un gruppo non riuscisse a trovare una sua dimensione, una direzione di marcia, un orizzonte. Come se non avesse ancora elaborato il lutto per la fine dei Soundgarden (e difatti lo scorso anno, sebbene solo per un tour, sono tornati assieme) e poi degli Audioslave.

Forse con il senno di poi a “Songbook” si guarderà come all’album che marcò una cesura con in sé i semi della rinascita. Tutto è possibile, ma per intanto questi sessantasette minuti segnano l’ennesima giravolta trasformista e questo mentre si vorrebbe provare in un colpo a rivendicare il proprio passato e ad archiviarlo. Registrato dal vivo senza altri musicisti sul palco ad accompagnare il titolare, il disco pesca vivaddio non soltanto nel catalogo da solista di Cornell ma anche in quelli di Soundgarden, Temple Of The Dog e Audioslave. Nondimeno senza che ciò ne risollevi le sorti più di tanto giacché sono quasi immancabilmente canzoni che, se ridotte a voce e chitarra acustica, non sono abbastanza solide melodicamente da reggere. Lo si nota tanto di più quando cedono il proscenio a un paio di cover. Passi Imagine, della quale si sarebbe serenamente fatto a meno, ma il raffronto fra il resto del programma e Thank You (ma guarda! dai Led Zeppelin) è veramente impietoso.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.689, dicembre 2011.

2 commenti

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2 risposte a “Cento di questi giorni e zero di questi album, Mr. Chris Cornell

  1. Euphoria Morning si chiudeva con l’incredibile singolo riproposto in francese, con tanto di fisarmoniche in stile ponte sulla Senna. Ecco, il mio Chris Cornell moriva lì, a migliaia di km da Space Needle, Moore Theatre e compagnia bella. Nostalgia canaglia.

  2. dada

    ma sì… e magari mettiamo una pietra sopra su quel movimento musicale reazionario di nome grunge…. forse Cornell rappresenta al meglio una serie di musicisti che, lasciati da parte i riff Zeppelin-Sabbath, non sono stati capaci di comporre una melodia decente. Lo dimostrano anche i sopravvalutati Pearl Jam, ormai brutta copia di Springsteen. Se si escludono Dulli ed il tardo Cobain, chi è riuscito ad emanciparsi del genere sopracitato ?

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