The Cure 1978-1996 (12): Disintegration

Disintegration

Plainsong. Pictures Of You. Closedown. Lovesong. Last Dance. Lullaby. Fascination Street. Prayers For Rain. The Same Deep Water As You. Disintegration. Homesick. Untitled.

Fiction, aprile 1989 (la versione su vinile non comprende Last Dance e Homesick) – Registrato presso gli Outside Studios, nel Berkshire. Mixato presso il Rak Studio Three di Londra – Tecnici del suono: David M. Allen e Robert Smith – Produttori: David M. Allen e Robert Smith.

Robert Smith e Laurence Tolhurst si incontrarono per la prima volta su un autobus scolastico nel settembre 1964, ma incominciarono a salutarsi solo nel maggio 1972”: sono le prime righe di Ten Imaginary Years, che prosegue con Smith che racconta della prima volta che suonò davanti a un pubblico.

Ho avuto la mia prima chitarra elettrica nel dicembre 1972. Frequentavo al tempo la Notre Dame Middle School, un istituto sperimentale i cui metodi di insegnamento per i ragazzi dagli undici ai tredici anni erano pressoché rivoluzionari; la mentalità era aperta e mi piaceva. Se eri astuto potevi convincere i professori di essere un tipo speciale: così, non ho fatto praticamente nulla per tre anni. Trattandosi comunque di una scuola cattolica i programmi comprendevano anche l’educazione religiosa e questo mi spingeva a tagliare. Con Lol, Michael Dempsey e qualcun altro si andava dunque nell’aula di musica dove, utilizzando la strumentazione disponibile a base di timpani, chitarre spagnole e vibrafoni, imparammo a suonare bizzarre versioni di canzoni dell’epoca; aggiungendo al tutto testi a sfondo sacro inventammo un nuovo genere di musica, tanto personale quanto terribile. Al termine dell’ultimo anno ci esibimmo davanti alla classe: io suonai il piano, Lol la batteria, Michael e un tal Marc Ceccagno le chitarre. Ci eravamo battezzati The Obelisk ed eravamo pessimi. Ma in ogni caso, era sempre meglio che studiare.

Sbocciata ai tempi della scuola e fiorita nei primi anni dell’epopea Cure, l’amicizia fra Robert Smith e Laurence Tolhurst, detto Lol, si sarebbe detta di quelle destinate a durare per sempre. Tolhurst era sopravvissuto a numerosi cambi di formazione, si era tolto uno sfizio lasciando il posto di batterista per quello di tastierista e ancora nel 1987 veniva considerato da tutti un elemento fondamentale dell’alchimia Cure. Lo stesso leader nel corso degli anni aveva più volte dichiarato che senza di lui non ci sarebbero più stati i Cure. Cementato dalla condivisione di tanti momenti difficili ma anche di epici eccessi, il rapporto iniziò a incrinarsi quando quegli stessi eccessi cominciarono a essere il nucleo anziché il contorno della vita di Tolhurst. Col passare degli anni Smith aveva, in una certa misura, appreso l’arte della moderazione e sempre meno tollerava, poiché ciò iniziava ad avere pesanti riflessi sulla vita del gruppo, che Tolhurst non avesse seguito il suo esempio né sembrasse avere la minima intenzione di farlo. Nella scala di valori di Smith l’amicizia occupa un posto alto ma inferiore ai Cure (sopra i Cure, forse, solo l’amore per Mary Poole, sua compagna sin dall’adolescenza) e quando gli parve che la permanenza in organico di Tolhurst li avrebbe danneggiati, che nella migliore delle ipotesi il suo braccio destro di un tempo fosse ormai un peso morto, lo mise alla porta. Era l’ultima cosa al mondo che Tolhurst si sarebbe aspettato di vedere accadere e i toni della contesa, che finirà persino in tribunale, furono da subito aspri. “Disintegration” era appena giunto nei negozi quando Smith dichiarava a Robert Sandall, che lo stava intervistando per Q: “Mi sono limitato a dirgli che non volevo più trovarmelo fra i piedi. Era diventato una specie di soprammobile, lo vedevi soltanto a tavola ed era sempre fuori di testa. Musicalmente non ha mai contato nulla ed è stato l’unico del gruppo che non è riuscito a darsi una regolata, a rinunciare a taluni eccessi tipici del mondo del rock’n’roll… Lol conosce le ragioni per cui non compare nel video e non verrà in tour con noi questa estate. Se sei in un gruppo con altre cinque persone devi metterci qualcosa di tuo, devi avere un minimo di dedizione alla causa.

Una volta deciso il da farsi, Smith agì senza ripensamenti e con chirurgica freddezza, ma per lui non dovette essere facile giungere a una simile risoluzione e i tormenti che lo angustiarono traspaiono dall’atmosfera carica di depressione che si respira in “Disintegration” e contribuirono sicuramente a crearla. In copertina Tolhurst, il cui contributo in studio – si sa – fu nullo, viene misericordiosamente accreditato di avere suonato “altri strumenti”, non meglio specificati, mentre le parti di tastiera sono attribuite a Smith, a Gallup e a Roger O’Donnell. Quest’ultimo, già tastierista degli Psychedelic Furs e grande amico di Williams, si era unito ai Cure durante il tour americano che aveva fatto seguito alla pubblicazione di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, ufficialmente per rendere più pieno il suono live del gruppo, in realtà per mascherare i sempre più frequenti sbandamenti di Tolhurst. Sostituirà il naufrago anche nel tour di “Disintegration” e lascerà poi la banda Smith, salvo rientrarvi in tempi recenti.

Lol Tolhurst accuserà veementemente Robert Smith, in diverse interviste e pure davanti a una corte di giustizia, di averlo sfruttato per anni e di averlo licenziato senza motivo, ma del buon cuore e della buona disposizione fino all’ultimo del leader dei Cure è testimonianza eclatante il fatto che Tolhurst viene accreditato come co-autore anche in “Disintegration”. Fu un gesto di generosità naturalmente non solo formale: Tolhurst potrà campare fino all’ultimo dei suoi giorni grazie ai diritti d’autore di canzoni che non ha scritto. Chi è l’ingrato?

Come si preannunciava dianzi, dopo i fuochi d’artificio di “The Head On The Door” e “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” in questo LP i colori si fanno di nuovo sobri. Pur senza mai sprofondare negli abissi di tristezza di “Faith”, né cedere all’ira che pervade “Pornography”, “Disintegration” reinstaura il gotico nella musica dei Cure. Lo fa, rispetto a quegli album, con arrangiamenti più complessi e avvolgenti, che smussano gli spigoli e contribuirono in maniera determinante a mantenere elevato l’appeal di Smith e compagni. Raramente un disco così malinconico ha scalato le classifiche.

Se nel predecessore si possono isolare pagine più introverse rispetto all’esuberanza dell’assieme, in questo LP non ci sono grandi scarti d’umore fra un brano e l’altro e nemmeno i titoli che uscirono a 45 giri si differenziano granché in tal senso. Il primo a vedere la luce, praticamente in contemporanea con l’album, fu Lullaby, ninna nanna ben lugubre assolutamente sconsigliata a quanti soffrono di aracnofobia. Su un incedere funky passato in moviola, Smith sussurra un racconto dell’orrore che il corrispondente video butta in macabra farsa. Il tasso melodico è alto, due ascolti e la si fischietta, e dunque non c’è da stupirsi se il pubblico premiò questa canzone.

Alla grande si mossero anche Lovesong, pubblicata su 45 giri e mini-CD in agosto, e Pictures Of You, che ne seguì le orme nel marzo 1990. La prima è attraversata da un organo delizioso e coperta a mo’ di cialda da archi memori di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”. La seconda ha un arrangiamento assai più spartano ed è un tuffo molto più indietro nel passato, in piena epoca “Seventeen Seconds”. Più di qualcosina di “Faith” si coglie in Closedown, Last Dance e Prayers For Rain, non certo gli episodi migliori di “Disintegration”. Ove la mestizia di “Faith” bene si sposa invece ai toni carichi di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” è in Fascination Street, non a caso da allora uno dei brani più richiesti nei concerti.

Ma è soprattutto in apertura e in chiusura che questo LP si gioca le carte migliori. L’iniziale Plainsong, condotta dalle tastiere, distesa e magniloquente, resta a lungo nella memoria e nel cuore. E il poker calato negli ultimi 31’26” (va bene: una maggiore concisione non avrebbe fatto danni) è d’assi. The Same Deep Water As You, Homesick e Untitled sono romantiche ai limiti e oltre dello struggimento (l’apertura d’organetto dell’ultima è uno degli attimi più alti dell’intero repertorio smithiano e la melodia pianistica della penultima gli viene a ruota). Quanto al brano che intitola il lavoro tutto, gli riesce il gioco che non era riuscito a Fight: coniugare magnificamente una ritmica prossima alla disco con archi straripanti, testimone una voce cupa.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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