Il capolavoro imperfetto di Amy Winehouse

Tre anni fa, giusto in questi giorni, quotidiani e tg di tutto il mondo erano pieni di Amy Winehouse. Per il più tragicamente sbagliato dei motivi. Da lì a qualche mese la ricordavo così, raccontando il più classico dei suoi due soli album “veri”, vecchio a quel punto già cinque anni.

Amy Winehouse - Back To Black

Racconta Mark Ronson – chitarrista e dj cresciuto a pane e hip hop e incidentalmente figliastro del Mick Jones sbagliato (quello dei Foreigner) – che nel marzo 2006 Amy Winehouse, londinese ed ebrea come lui, andava a trovarlo a New York per cominciare a discutere quello che sette mesi più tardi sarebbe divenuto il suo secondo – e sciaguratamente ultimo – album. Si presentava con un pacco di dischi dei primi ’60, tutte produzioni di Phil Spector ad eccezione delle Shangri-Las, e per l’allora trentenne Ronson già quella era un’epifania: scoprire un sound (un Wall of Sound) “imponente e bellissimo, epico ed emozionante” contro il quale mai era andato a sbattere e, contestualmente, che la ragazza voleva che il suo lavoro nuovo fosse una roba così. La seconda epifania, va da sé, era trovarsi a dirigere un’artista dalla personalità prorompente quanto era eccezionale la voce e non è che il nostro uomo avesse avuto a che fare, in precedenza, con dei signori o delle signore Nessuno. In “Back To Black” la sua firma sta in calce come produttore a sei brani su undici e pure come co-autore a uno, la title track. Ascoltatela dopo Forever (Walking In The Sand) delle Shangri-Las e scoprirete che chi l’ha scritta aveva studiato. Racconta invece Neal Sugarman dei Dap-Kings, che in “Back To Black” ci suonano e furono scelti come gruppo spalla nel tour statunitense che lo promuoveva, che alle prime prove la Winehouse era in ritardo. Tanto in ritardo. Il nervosismo, a causa delle voci arrivate sin negli USA sui comportamenti sempre più bizzosi dell’artista e sui suoi problemi con alcool e droghe, andava montando quando infine Amy arrivava. Sobrissima ma felice come una pasqua, con due dozzine di vecchi LP di jazz sottobraccio: casualmente si era imbattuta nel negozio di vinile usato preferito dagli stessi Dap-Kings e se l’era rovistato a fondo ed ecco, sono queste le storie su Amy Winehouse che ci piace leggere. Basta con lo schifo che le hanno tirato dietro da morta e a dire il vero già avevano preso a lapidarla da viva e a ridirlo, il vero, lei non è che non se la fosse cercata, per troppa innocenza o incoscienza, tutta quella merda. Basta con le morali pelose, basta con le banalità insopportabili e di fenomenale cattivo gusto sul “club dei 27”, basta. Parliamo di musica.

Parlando di musica, quest’album è un ossimoro: un capolavoro imperfetto. Un disco con dentro diverse canzoni eccezionali ma che, avendone ascoltato il predecessore, dà nettissima l’impressione che di opera “di transizione” trattavasi. Di momento di passaggio in cui l’anatroccolo jazz (oh, sia chiaro: tutt’altro che brutto) ancora non si era completamente trasformato in un cigno soul. Se quello avrebbe poi volato con le ali di un tipico sound ’60, o piuttosto di un suo aggiornamento all’era del trip-hop, non lo sapremo mai, siccome per certo non potranno dircelo le registrazioni (la speranza è che non ve ne siano abbastanza) che eventualmente raffazzoneranno per confezionare un terzo campione di vendite, primo postumo. Debutto che nel 2003 parve prodigioso, e lo è se ci ricordiamo che a realizzarlo fu una ragazzina di manco vent’anni, “Frank” si porgeva indeciso fra la lingua vetusta di una Billie Holiday di suo irrisolta fra sentimento autentico e stilosi manierismi e una sua reincarnazione nei panni di Lauryn Hill, o Macy Gray. Magari di Joni Mitchell (immaginarsela, una Joni che parla sporco), in una Moody’s Mood For Love che ne costituisce uno dei momenti alti. Al contrario “Back To Black” non è mai rappresentazione bensì vita vera, dal primo all’ultimo secondo. Dall’attacco fulminante di una Rehab che sceglie uno sbarazzino piglio errebì per declinare la disperazione esistenziale del rifiuto a disintossicarsi, che è un perdere tempo quando lo si può trascorrere ascoltando Ray (Charles) o (Donny) Hathaway, alla chiusa parimenti ammiccante e sconfortante (ma come non cogliervi un umorismo mordace?) di una Addicted novella Don’t Bogart Me per generazioni ecstatiche. Le cose meravigliose in mezzo sono, oltre alla già menzionata traccia omonima, una You Know I’m No Good in cui Billie diventa Aretha, un’affranta Love Is A Losing Game, una Tears Dry On Their Own in scia alla classicissima Ain’t No Mountain High Enough, una Wake Up Alone che pare Sam Cooke che si dà al blues e una He Can Only Hold Her da Impressions maggiori. Altre ve n’è nondimeno (d’accordo, un paio) ove la trascendenza non è un’ipotesi, l’eleganza una maledizione da cacciare con un altro po’ di male di vivere.

Recordman al botteghino e gran ramazzatore di premi, l’album veniva riedito nel novembre 2007 in una versione Deluxe che è quella da avere, per via di un secondo disco con sopra una manciata di cover per una buona metà di area ska-revival. Soprattutto, per una fantastica Cupid in levare. Imprescindibilmente, per il demo voce e chitarra di Love Is A Losing Game, distillazione di desolazione assolutamente affine alla Where Did You Sleep Last Night di Leadbelly sistemata a suggello dell’“Unplugged” dei Nirvana. Ci avevate mai pensato? Amy come Kurt.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.688, novembre 2011.

1 Commento

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Una risposta a “Il capolavoro imperfetto di Amy Winehouse

  1. Stefano di Nanto

    Mai ci saranno parole per il dolore e il dispiacere. Con Amy sento che se in un ipotetico ‘ritorno al futuro’ arrivasse un pazzoide su delorean nel mio 2006 e mi dicesse ‘stefano, abbandona moglie, casa, lavoro e tutto e vieni a Londra a conoscere una cantante: solo tu hai l’empatia per salvarla’, ecco, credo che avrei mollato tutto. E non direi o stesso per il piede malato di Bob o per una certa passeggiata newyorchese di John. Ma Amy sì. Amy sprigionava tanta arte quanta fragilità e per tutte e due le cose le avrei dato me stesso. Vi prego di perdonare il tono un po’ melodrammatico, ma è il meglio che posso. Ancora e sempre grazie a Eddy per come ci racconta le STORIE.

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