I film in bianco e nero di Guy Clark

Guy Clark - Old No.1

Se mai la musica di Guy Clark ha avuto un tema, è il Texas. Non quello delle mandrie in viaggio o delle sparatorie, ma un Texas i cui abitanti lavorano duro e bevono birra Lone Star a casse mentre discutono di quale sia il chilli più piccante, quale la donna più dolce”: così l’estensore della scheda dedicata a questo LP nella Mojo Collection. Più succinto e persino più efficace quell’altro grandissimo cantastorie di Jerry Jeff Walker nella dedica che campeggia sul retro della confezione di “Old No. 1”: “Guy scrive di uomini anziani e treni vetusti e ricordi come fossero film in bianco e nero”. I trenta esatti anni trascorsi dacché il 33 giri, primo di due per la RCA e formalmente esordio per il nostro eroe dopo un non trascendentale “Unwritten Works” a nome Whistler, Chaucer, Detroit & Green Hill, raggiunse i negozi nulla gli hanno tolto e forse niente aggiunto, siccome da subito dovette apparire un classico fuori dal tempo. Immediatamente “vecchio”, quindi destinato a restare per sempre giovane. Si è semmai allungata a dismisura la lista degli ammiratori, che erano parecchi e illustri allora, dal succitato Walker che già aveva coverizzato un terzo della scaletta dell’album a Johnny Cash, che in quello stesso 1975 fece un hit di Texas 1947, da Rodney Crowell ed Emmylou Harris, qui ai cori, a Steve Earle che invece pure. Di quattordici anni più giovane del trentaquattrenne Clark, quest’ultimo ne impiegherà ulteriori undici per debuttare in proprio e sarà un terremoto chiamato “Guitar Town”, né più né meno un “Old No. 1” come avrebbero potuto renderlo un John Mellencamp o un Bruce Springsteen. Due anni dopo ancora, Michelle Shocked renderà clamoroso omaggio estetico al capolavoro clarkiano riprendendone identico il retrocopertina per “Short Sharp Shocked”. Innumerevoli i tributi da allora e dall’intero arco del parlamentino country, da una Nashville che dopo tanta diffidenza ha finito per adottare incondizionatamente questo artista schivo per quanto è schietto a una folla di più o meno giovani leoni, praticamente tutti quelli etichettati alternative e in prima fila certi Wilco. In tal senso onnipresente, Guy Clark continua dal suo canto a pubblicare con la consueta parsimonia (dieci appena gli LP in studio più un live in tre decenni) e ogni tanto vede un suo brano arrampicarsi nelle classifiche, chiaramente in una versione altrui visto che in prima persona il successo vero lui non l’ha mai conosciuto: quel che si dice una figura “di culto”. Ma più che altro fabbrica chitarre, come già faceva nei tardi ’60 in una California mai granché amata se fa fede un’agra L.A. Freeway.

Il percorso che lo portò a “Old No. 1”, or dunque: un piccolo romanzo come le canzoni di uno che, significativamente, non viene chiamato dagli estimatori songwriter bensì songbuilder. Cresce nella più profonda provincia texana, a Monahans, in un vecchio albergo di proprietà della nonna, si compra la prima chitarra a sedici anni con i risparmi messi da parte lavorando da carpentiere durante le vacanze ed è un amico del padre a insegnargli i rudimenti dello strumento, facendogli fare pratica con una manciata di tradizionali messicani. A Houston qualche tempo dopo saranno nientemeno che Mance Lipscomb e Lightnin’ Hopkins a spiegargli cosa sia il blues, ove lui di suo si immerge in un repertorio di ballate inglese e irlandesi. Quel modo di raccontare storie trasparirà evidente dai primi pezzi che scrive e canta di notte nei caffè, mentre di giorno fa di tutto per campare, dal liutaio – come abbiamo visto – al direttore artistico di un’emittente televisiva. Sarà la moglie Susanna, cantautrice anch’ella e pittrice, a persuaderlo nel 1971 a cercare fortuna a Nashville. Ne troverà poca e ci metterà un po’.

Si avverte appieno, in questa pietra miliare non per modo di dire, l’esperienza di un uomo che ha già vissuto molto e sa raccontartelo con una capacità di rendere i sentimenti, una vividezza pittorica, un’abilità affabulatoria uniche. È ciò che rende indimenticabili canzoni comunque musicalmente deliziose, con ritornelli corali che ti paralizzano tanto sono istantanei e un odore di polvere da campagna riarsa che si leva dagli intarsi di dobro e dallo scivolare di una pedal steel, nel frattempo che un violino dichiara che sono qui la festa e il dolore quotidiano che chiamiamo vita. Poche figure femminili nella storia della canzone d’autore americana permangono nella memoria come la “honky tonkin’ Rita Ballou” della canzone omonima (chissà: una dirimpettaia della Loretta dell’amico Townes Van Zandt) o la prostituta in lacrime al funerale di un uomo altrimenti dimenticato da tutti alla fine di Let Him Roll. E chi ha mai reso l’amarezza che lascia la mattina dopo un simulacro d’amore raccolto in un bar come Clark in Instant Coffee Blues? Chi la bellezza di un’amicizia fra generazioni lontane come in Desperados Waiting For The Train? Disponibile in CD con il successivo e appena meno sublime “Texas Cookin’”.

Pubblicato per la prima volta su “il Mucchio”, n.614, settembre 2005.

2 commenti

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2 risposte a “I film in bianco e nero di Guy Clark

  1. marktherock

    Guy Clark e “Old No. 1” trattati dalle sapienti mani del VM. Ce n’è abbastanza per incominciare al meglio la settimana. Musica a parte, alligna più “vita vissuta” in questi solchi che in intere discografie (scegliete voi i titolari delle medesime).

    • Francesco

      è una recensione veramente heartfelt, dal cuore al cuore di chi legge.
      e chiaramente per quel che vale sottoscrivo ogni riga. del gruppo clark-van zandt etc c’è un bellissimo documentario heartworn highways che è veramente illuminante, unico neo la presenza di un vero e proprio buzzurro del quale non ricordo il nome che ruba una ventina di minuti che sarebbe stato meglio dedicare ad altri e ben più meritevoli personaggi

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