Blues With A Feeling (per Mike Bloomfield)

Michael Bloomfield - From His Head To His Heart To His Hands

I play sweet blues. I can’t explain it. I want to be singing. I want to be sweet”: così si raccontava Michael Bloomfield a “Rolling Stone” nel suo anno più memorabile, il 1968, una storica ancora prima del senno di poi “Super Session” (in collaborazione con Al Kooper e Stephen Stills) il più improbabile dei campioni di vendite. Aveva venticinque anni, il chitarrista chicagoano, e già un curriculum pazzesco: fiancheggiatore di Dylan nella rivoluzione inscenata da “Highway 61 Revisited”, mattatore nei primi due straordinari LP della Paul Butterfield Blues Band, leader dei freschi di secondo album Electric Flag. Sarebbe morto di una overdose prima ci compierne trentotto, completamente dimenticato dal grande pubblico se non dai colleghi, in miseria, la vetusta Chevy Impala nella quale trovarono il corpo uno dei pochi beni materiali rimastigli. Trentatré ulteriori anni dopo è proprio Al Kooper a dedicargli un omaggio che più bello e pregnante non si riesce a immaginare. Lui il curatore di un box che sin d’ora si candida a ristampa dell’anno, anche al di là del semplice valore musicale che ovviamente c’è ed elevatissimo. È che nei suoi tre CD ciascuno con un titolo e un tema – “Roots”, “Jams” e “Last Licks” – e nel documentario che li accompagna, Sweet Blues, “From His Head To His Heart To His Hands” riesce a racchiudere e raccontare l’uomo – fragile e inaffidabile – oltre che l’artista. Se nessun altro bianco ha forse saputo suonare il blues come Bloomfield è perché Bloomfield non lo suonava semplicemente: lo era. Anche – e dolorosamente – al di là del fatto di averlo appreso non dai dischi ma direttamente dai maestri neri (alcuni dei più grandi: B.B., Albert e Freddie King, Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Buddy Guy, Big Joe Williams), lui.

Da molti punti di vista anche i tre dischi sono costruiti come un film, da una scena iniziale mozzafiato nella quale il giovanissimo Mike suona tre pezzi per John Hammond, che subito gli offre un contratto, a un finale amaro e squisito, dopo il quale non c’è posto che per un’elegia e i titoli di coda e che vede il Nostro raggiungere Dylan sul palco per un’incandescente The Groom’s Still Waiting At The Altar. Non gli restavano da vivere che mesi. In mezzo di tutto e di più, fra un cameo che lascia a bocca aperta e l’altro (ancora Zimmie, Muddy Waters, Janis Joplin), in una scaletta magistrale nel delineare la vastità del canone di un bluesman che di quella tradizione era profondissimamente impregnato ma che un purista non fu mai: fanno da monumentali promemoria – per dire – il raga East-West e una His Holy Modal Majesty sulla quale già il titolo la dice lunga.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.191, aprile 2014. Fosse ancora vivo Mike Bloomfield festeggerebbe oggi il settantunesimo compleanno.

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