Archivi del mese: luglio 2014

The Cure 1978-1996 (11): Kiss Me Kiss Me Kiss Me

Kiss Me Kiss Me Kiss Me

The Kiss. Catch. Torture. If Only Tonight We Could Sleep. Why Can’t I Be You?. How Beautiful You Are. The Snakepit. Hey You. Just Like Heaven. All I Want. Hot Hot Hot!!!. One More Time. Like Cockatoos. Icing Sugar. The Perfect Girl. A Thousand Hours. Shiver And Shake. Fight.

Fiction, maggio 1987 (album doppio; la versione su CD è singola e non comprende Hey You) – Registrato a Draguignan e Miraval, in Francia. Mixato presso il Compass Point, alle Bahamas – Tecnici del suono: Sean Burrows, Michel Diercks e Jacques Hermet – Produttori: Dave Allen e Robert Smith.

Fateci caso: con l’eccezione di quella di “Three Imaginary Boys” (memorabile? sciagurata? l’una e l’altra cosa?), ogni copertina di LP dei Cure finora passata in rassegna riflette fedelmente l’atmosfera che poi si respira ponendo mano al disco. Il clima brumoso di “Seventeen Seconds”, la cupezza estrema di “Faith”, lo sprofondare negli abissi della follia di “Pornography”, il trip psichedelico di “The Top”, l’esotismo di “The Head On The Door” sono annunciati e rispecchiati da immagini di copertina eccezionalmente appropriate. Stessa cosa si può dire per “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, il cui davanti immortala un primissimo piano delle labbra di Robert Smith, cariche di rossetto. È una foto lussuriosa e eccessiva come lussurioso e eccessivo è quest’album che mette in fila nell’arco di un’ora e un quarto qualcosa come diciotto canzoni, per la maggior parte caratterizzate da arrangiamenti voluttuosamente (a volte istericamente) debordanti. Un album infuocato ed esplosivo come un sole: che è quello che pare l’inquietante occhio che campeggia sul retro della confezione. Un album che riassume nelle sue quattro facciate tutto ciò che erano stati i Cure fino a quel momento e nel farlo aggiunge alla storia postscritti e particolari inediti o poco noti. Romantico, sexy, ironico, spesso irresistibile. Altrettanto spesso, troppo compiaciuto di sé. Ma se è un mariuolo, è un mariuolo talmente simpatico che quasi sempre la fa franca.

Il 1986 era stato per i Cure un anno vissuto alla grande, trascorso per buona parte suonando in giro per un mondo sempre più in adorazione ai loro piedi. C’era armonia all’interno del gruppo, un’armonia appena turbata dal graduale isolarsi di Tolhurst e dal suo progressivo affondare nelle sabbie mobili dell’alcolismo (causa o sintomo di problemi?) e evidenziata dal fatto che Smith, dopo avere firmato da solo tutto “The Head On The Door”, torna in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” a dividere con i gregari i crediti compositivi. Nelle interviste che seguirono la pubblicazione dell’album lo dichiarò frutto di un lavoro collettivo e attribuì, senza scendere troppo nei dettagli, tre canzoni a Thompson (una delle quali è la conclusiva Fight) e due a Gallup.

Sono affermazioni che vanno prese cum grano salis, ricordando che, con la succitata eccezione di “The Head On The Door”, ogni album dei Cure vede puntualmente indicati come autori dei brani quanti al momento facevano parte della formazione. Forse per evitare conflitti di ego, forse per generosità d’animo, più probabilmente per l’una e l’altra ragione insieme, Robert Smith ha sin dall’inizio diviso con i compagni di gruppo gloria e diritti d’autore, ma il repertorio è di norma farina solo del suo sacco, con gli apporti creativi altrui (quando ce ne sono stati) limitati a qualche contributo in fase di arrangiamento. Rispondano o no al vero, sono comunque affermazioni sintomatiche del buon clima che si respirava nei Cure del biennio 1986-1987.

Opera dal potenziale commerciale strepitoso (e difatti venderà cifre inaudite per la banda Smith: si parla di oltre tre milioni di copie), “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” produsse ben quattro lati A di 45 giri. Sono ovviamente le sue canzoni più epidermiche, ma sono anche fra le migliori. Why Can’t I Be You?, veloce e dominata dai fiati, è quasi una seconda The Love Cats; fu spinta in alto nelle classifiche – è ragionevole supporre – oltre che dall’immediatezza della musica da un testo indovinatissimo, un’ode d’amore dolce (senza essere sdolcinata) e sbarazzina. Catch sa di Velvet Underground virati soul e cattura inestricabilmente nella sua ragnatela melodica sin dai leziosi vocalizzi in cui si produce Smith in apertura. Just Like Heaven replica schema e trionfo di In Between Days. Hot Hot Hot!!! infine, scarna e tirata, è con The Walk l’escursione funky più felice del catalogo smithiano tutto.

Altri brani avrebbero potuto essere 45 giri di successo: The Perfect Girl, danneggiata da una certa somiglianza a Catch; ancora di più, la tenerissima How Beautiful You Are e la leggerina (quanto piacevole, però) Hey You, esclusa per problemi di minutaggio dall’edizione su CD. Avrebbe forse potuto funzionare anche a 45 giri, e di sicuro è un capolavoro, pure If Only Tonight We Could Sleep, stellare pop psichedelico introdotto da una chitarra che gioca a fare il sitar (sempre che non si tratti invece di un sitar, reale o sintetizzato).

Ma batte in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, celato sotto i paramenti sgargianti delle canzoni di più facile ascolto, un cuore di tenebra che riporta i Cure alle pagine più oscure e tormentate di quel masochistico delirio chiamato “Pornography”. Dai solchi di quell’album potrebbero uscire l’iniziale The Kiss, in cui la chitarra di Thompson corre a briglia sciolta su scale ai limiti del metal e la voce è terrorifico bassorilievo sul basalto di una ritmica squadrata, e la compatta e solenne Torture, nonché, non fosse la sua depressa melodia pianistica soffocata da un profluvio d’archi, A Thousand Hours. Riporta persino più indietro nel tempo, fino a “Faith” e magari a “Seventeen Seconds”, One More Time, mentre Shiver And Shake è una sorta di Shake Dog Shake più schizoide e l’esotica Like Cockatoos ha qualcosina di The Caterpillar. Sempre al periodo di “The Top” rimandano Icing Sugar, che fa inerpicare su un turbinio di percussioni un giro di tastiere simile a quello di The Walk e soprattutto Snakepit, che potrebbe essere l’inacidata colonna sonora di un film fantasy dalla visione sconsigliata ai minori.

I due titoli restanti sono quelli dei quali il settimo lavoro in studio dei Cure avrebbe potuto fare a meno, ricavandone giovamento. All I Want è eccessivamente melò anche per un LP che corteggia sovente l’eccesso melodrammatico e quanto a Fight pare, con i suoi archi che dilagano su una ritmica vagamente disco, la versione Cure del Philly Sound. Un esperimento azzardato e sulla carta interessante, ma tutt’altro che riuscito. Le dichiarazioni a seguire vengono dalla pagina finale di Ten Imaginary Years, la biografia del gruppo, già tante volte citata, curata da Steve Sutherland e completata poco dopo la pubblicazione di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”.

Simon Gallup: “Penso che ogni singola canzone di questo LP sia vincente. È come un mix di ‘Pornography’ e ‘The Head On The Door’ – con gli elementi migliori dell’uno e dell’altro. Un attimo sei disperato e l’attimo dopo euforico ed è questa alternanza di stati d’animo che lo fa funzionare. Sono soddisfatto al 100% del gruppo come è oggi e non credo di esagerare se dico che trovo che quest’album sia perfetto”.

Porl Thompson: “Lo spirito che c’è oggi è lo stesso che c’era all’inizio, quando si suonava in piccoli club. Siamo cresciuti ma ci si diverte ancora insieme, e questo è importante. E credo che la gente capisca che ci mettiamo in gioco interamente quando suoniamo, senza badare all’effetto, senza farci condizionare dal pensiero di quanto potremo vendere”.

Lol Tolhurst: “Non fosse così importante per noi il gruppo, potremmo allestire un album di canzoni ‘stile Cure’ sapendo che ci sarà comunque un pubblico che lo comprerà. Ma i Cure hanno una ragione d’esistere che va al di là della musica e riguarda il perché si fanno le cose, oltre il come le si fa”.

Robert Smith: “Tante formazioni diverse si sono chiamate The Cure, ma quella odierna, con Simon e Porl, sta diventando qualcosa di speciale. È come se tutta la storia del gruppo fosse stata una preparazione a questo organico. E non riesco nemmeno più a immaginare dei Cure senza Boris in squadra – il suo contributo è incommensurabile”.

Due anni più tardi Tolhurst sarebbe stato cacciato. E dei Cure edizione 1996 non fanno più parte né Thompson né Williams.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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Pete Molinari – Theosophy (Cherry Red)

Pete Molinari - Theosophy

Nel suo primo disco, del 2006, “Walking Off The Map” l’ossessione musicale al centro della vita di questo giovanotto del Kent era a tal punto evidente che nemmeno intitolandolo – che so? – “The Freewheelin’ Pete Molinari” si sarebbe potuta calcare di più la mano. Due anni più tardi per raccontare “A Virtual Landslide” (l’album della svolta elettrica!) non si poteva che chiamare in causa “Bringing It All Back Home”, ma a quel giro facendo qualche minima aggiunta, effettuando dei distinguo, notando che se sua Bobbitudine continuava a tenere il centro della ribalta nell’ombra prendeva corpo un coro di voci ancora più antiche: Warren Smith, Buddy Holly, Roy Orbison, Arthur Alexander, l’Elvis delle incisioni Sun. Non stupirà allora quando proprio le voci dei Jordanaires, che tante volte accompagnarono il Re del rock’n’roll, faranno da contraltare a quella del nostro uomo nel 2009, nella prima metà di un interlocutorio “Today, Tomorrow And Forever E.P.”. Alle prese con titoli insieme usurati e intoccabili come Satisfied Mind e Tennessee Waltz, Molinari vi ricreava un paesaggio da American Graffiti ma dandogli una collocazione rurale, laddove nella seconda metà del breve programma rifaceva acustiche tre canzoni sue e, ci fossero state solo quelle, il titolo non sarebbe stato nemmeno da discutere: “Another Side Of”. Da lì a un anno ancora “A Train Bound For Glory” faceva somma e sintesi dei predecessori aggiungendo inoltre un inedito tocco Beatles (va da sé: rigorosamente quelli pre-psichedelia): in tal senso disco “della maturità” per quanto forse la scrittura fosse, pur con punte di eccezionale brillantezza, lievemente al di sotto della stratosferica media del primo catalogo.

Bizzarro che uno come Pete Molinari non sia stato immediatamente eletto, sin dal suo apparire alla ribalta, a santino di un giornale come “Mojo”, trattandosi precisamente di quello che potrebbe uscire da degli immaginari laboratori del mensile in questione se mai decidessero di crearvi in vitro un autore e interprete al 100% rappresentativo di un ideale di rock classico nessuno dei cui elementi fondativi ha una vicenda di durata inferiore ai trent’anni (il nostro uomo, avrete inteso, è anche più oltranzista). Ancora più bizzarro, però, è che proprio nel momento in cui “Mojo” lo “scopriva”, scoperta che portava altri giornali a interessarsene regalando infine in patria un minimo di visibilità a un artista che incredibilmente non ha ancora una scheda su Wikipedia (cercare per credere), il giovanotto invece di provare a sfruttare il momento si sia defilato. Lo abbiamo aspettato quattro anni “Theosophy” e chi lo sa perché. Attesa quantomeno ampiamente ricompensata da un album non soltanto brillante ma latore di un paio di clamorose novità: una è che nel mondo di uno dei più devoti discepoli dylaniani di sempre Dylan opta per un ritiro sabbatico da cui esce provvisoriamente giusto per concedersi una giocosa e stentorea I Got Mine; l’altra è che parrebbe che per Molinari sia alla buon’ora arrivato il 1967, forse addirittura il ’68. Così – subito – in una Hang My Head In Shame che echeggia Come Together; più avanti nella collisione fra Byrds e Creedence di I Got It All Indeed e in una Winds Of Change da Oasis (ebbene sì!) non ancora ridotti a farsa e alle prese con Neil Young. Disco generoso di canzoni memorabili, dal folk-rock decisamente più Beatles che Zimmie You Will Be Mine ai Beatles stessi che si concedono al gospel di Mighty Son Of Abraham, dal disinvolto beat Evangeline al sontuoso jingle-jangle What I Am I Am, dal funereo blues So Long Gone a una conclusiva Love For Sale in cui ci si spinge ad adombrare la psichedelia e chi se lo sarebbe mai aspettato dal giovane vecchio Pete.

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The Black Keys – Turn Blue (Nonesuch)

The Black Keys - Turn Blue

Dodici anni, sette album e una major dopo quel “The Big Come Up” che vedeva la luce per un’etichetta minuscola (la Alive) e suscitava clamore bastante a farli promuovere subito a una un po’ meno minuscola (la Fat Possum), due equivoci incredibilmente sono ancora parecchio diffusi, perlomeno fra un certo tipo di pubblico, riguardo ai Black Keys: che siano “come gli White Stripes” e, sostanzialmente, dei puristi del blues. Quando a smentire il primo ci stanno appunto sette album e il secondo che già nel debutto Dan Auerbach e Patrick Carney coverizzassero sì Junior Kimbrough, ma anche i Beatles. Facile pronosticare che a quel pubblico lì “Turn Blue” non piacerà per nulla, che farà magari gridare anche al tradimento e tanto di più dopo il retro-soul alla nitroglicerina di “El Camino”. Comincerà a schifarlo sin da una Weight Of Love che già solo con il suo durare quasi sette minuti si ricava un posto a sé nel catalogo della casa, figurarsi con un suonare più Jonathan Wilson che Jon Spencer, la chitarra che più che R.L. Burnside echeggia David Gilmour, e chissà se ce la farà mai ad arrivare al disomogeneo ma in qualche modo coeso trittico che conduce al congedo da Rolling Stones superputtani di Gotta Get Away: prima una Waiting On Words che potrebbe confondersi in un disco degli Air; quindi una 10 Lovers da Lenny Kravitz col synth (OK, questa non persuade del tutto nemmeno a me); infine una In Our Prime che è una piccola Across The Universe per gli anni ’10, quarantacinque dopo la prima. Facile che si fermi già, se non a una traccia omonima che ricolloca Cocaine in un contesto spaced out, a una Fever danzerina, martellante. Abominio!

Peggio per quel pubblico lì. Io invece penso che, pur con qualche inciampo, “Turn Blue” sia un grande album e, insieme, assolutamente coerente con la storia precedente del duo di Akron e un suo interessante sviluppo. Il mondo gira, i Black Keys non stanno fermi.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.193, giugno 2014.

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Paolo Nutini – Caustic Love (Atlantic)

Paolo Nutini - Caustic Love

Giù il cappello per Paolo Nutini: che dopo avere non solo replicato ma incrementato con “Sunny Side Up” il già fenomenale successo del debutto “These Streets” (quasi due milioni e mezzo di copie vendute in giro per il mondo) invece di ripassare subito all’incasso si è preso la bellezza di cinque anni per confezionare “Caustic Love”. Due trascorsi in tour, il resto in un viaggio tutto interiore alla ricerca delle proprie radici. Giù il cappello per Paolo Nutini, che questo tempo l’ha dedicato a cercare una sua voce definitivamente personale, lui che dalla natura è stato benedetto con una di quelle di cui si diceva che “potrebbe cantare l’elenco del telefono”. Tipo il suo conterraneo Rod Stewart, che poi l’elenco del telefono ha finito per cantarlo troppe volte, diventando sì ricchissimo ma anche patetico. Giù il cappello per Paolo Nutini, un giovane di quelli di una volta almeno in questo senso: che il primo album lo ha pubblicato quando giovane lo era sul serio, diciannovenne appena. E che non si è fatto fregare da quanti dicevano che era il perfetto controaltare al maschile di Amy Winehouse: lui ventisette anni li ha compiuti da poco e pare assolutamente determinato ad arrivare a compierne ventotto, ventinove, trenta… eccetera. Giù il cappello per Paolo Nutini, che ha capito che quelli che rimproveravano ai suoi primi due dischi una mancanza di messa a fuoco, di un filo conduttore nel loro vagare fra stili, proprio tutti i torti non li avevano. E allora ha scelto di scegliere e ha scelto la vita, ha scelto il soul.

Definitivamente? Vedremo. Per intanto “Caustic Love” è un disco che quasi non ci si crede che a realizzarlo sia stato un giovanotto scozzese. Ci trovi dentro i Temptations psichedelici oltre che funk (Scream) e Sam Cooke (One Day), il Van Morrison più negro (Better Man) e Prince (Diana), un duetto in vitro con Bettye LaVette (Let Me Down Easy) super romantico e uno in carne e corde vocali con Janelle Monae (Fashion) che trasuda sesso. E per chiudere una bella ballata rock’n’roll come Someone Like You poco dopo che Bill Withers è andato a trovare D’Angelo (Looking For Something) per ricordagli come si fa e chiedergli che aspetta a farlo di nuovo. Giù il cappello per Paolo Nutini.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.193, giugno 2014.

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Emozioni da poco (39): Traffic

Dal numero di “Velvet” datato novembre 1990, ultima tappa di questo viaggio duplicemente a ritroso. Forse da quel giornale e dai primi cinque anni (’83-’88) di “Mucchio Selvaggio” recupererò ancora qualcosa e forse no. Nel secondo caso, non avrei potuto immaginare un congedo migliore, per me, dall’epoca del mio apprendistato. Adoravo allora i Traffic e li adoro tuttora.

Cheap Thrills 21

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Here Today, Gone Gone Gone Gone Tomorrow

E così ieri ci ha lasciati anche l’ultimo dei Ramones originali, Thomas Erdélyi, detto Tommy, il batterista, che i Ramones li aveva lasciati a inizio 1978 perché stanco di tour e deluso dalle vendite modeste. Senza in realtà lasciarla mai davvero quella famiglia disfunzionale, visto che rimaneva per produrre il quarto album e all’altezza dell’ottavo tornerà (gli dobbiamo anche le regie di “Tim” dei Replacements e “Neurotica” dei Red Kross) a sedersi dietro il mixer. Adesso sì.

Così raccontavo una ristampa di “It’s Alive” a un pubblico che presumibilmente i Ramones li ha sempre detestati.

Ramones - It's Alive

Si può essere inetti e geniali? Sì, se si suona rock’n’roll, e mai band ne ha dato dimostrazione più eclatante dei Ramones, gli iniziatori del punk essendosi formati nel 1974 e del punk avendo pure inventato il look. Metà del quale in realtà era un omaggio un po’ agli anni ’50 (i giubbotti di pelle) e un po’ ai ’60 (le chiome a caschetto). Non era l’unico debito con il passato di un complesso che non faceva che prendere il rock pre-Beatles, il pop alla Phil Spector e il surf, centrifugare il tutto e rispararlo fuori a cento all’ora e ridotto ai fondamentali: due accordi, una melodia, un coro. Per scelta… uh… filosofica, ma anche per via di una padronanza degli strumenti a dir poco approssimativa. Ciò nonostante e proprio per questo: il gruppo più esilarante che si ricordi. E ascoltando questo fenomenale (ventotto canzoni, ventotto classici) doppio fresco di ristampa (cinquanta euro: fa quasi uno al minuto) mi scappa da ridere pure perché ne sto segnalando l’uscita a un pubblico sostanzialmente di audiofili. Registrato al Rainbow di Londra il 31 dicembre 1977 in uno degli ultimi spettacoli con la formazione originale, ufficialmente, e considerato uno dei migliori live di sempre: solo molto dopo si verrà a sapere che dal vivo c’è giusto la batteria e tutto il resto venne reinciso in studio. L’assenza di errori vistosi avrebbe dovuto insospettire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.304, ottobre 2009.

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Anniversary (per Suzanne Vega)

Suzanne Vega

Buon compleanno a Suzanne Vega, di cui tutti ricordano due, tre, quattro canzoni ma pochi che fu lei, a metà anni ’80, ad aprire le porte a una nuova generazione di cantautrici. La celebro recuperando le recensioni (scritte per la solita rubrica di “Audio Review”) delle ristampe in vinile per audiofili di due suoi album. Dell’ultimo (una faccenda di pochi mesi fa) parlavo qui.

Suzanne Vega - Suzanne Vega

Suzanne Vega (1985)

Parrò magari incontentabile e però come non essere esigenti con chi ti chiede quasi quaranta euro per un album in vinile stampato adesso? Oltre a questa edizione per audiofili fresca di acquisizione, ne ho in casa una tedesca acquistata all’epoca (1985) e per la prima volta mi imbatto in un’uscita di Speakers Corner iconograficamente infedele all’originale. Che aveva il retro di copertina rovesciato (ma questo non sarebbe stato che un curioso dettaglio) e, quel che più conta, riportava sulla busta interna i testi, in inglese, tradotti poi in francese, tedesco e italiano in quattro pagine a parte e questo naturalmente non lo si sarebbe preteso. Ma le liriche in originale sì: perdìo! Siccome stiamo parlando di un disco di una cantautrice – di più: di colei che a metà ’80 rilanciava da sola la figura della cantautrice – e le parole vi giocano un ruolo decisivo. Sono ad esempio le parole a chiarire, come giustamente nota William Ruhlmann, che per quanto musicalmente possa essere prossima a Joni Mitchell (qui Freeze Tag è un’esempio eclatante, ma il grande hit Marlene On The Wall lo è un niente di meno) Suzanne Vega in realtà discendeva da Janis Ian e Leonard Cohen. L’altro grave difetto di questa stampa deriva bizzarramente da quello che dovrebbe essere un pregio: fotografando con accuratezza la registrazione finisce per sottolinearne i difetti, tipici di tante, troppe produzioni del periodo. È che le atmosfere sono asettiche, i suoni tirati a lucido fino a risultare innaturali, la batteria troppo secca e avanti. È un LP che pare registrato in una metaforica cella frigorifera quando questa musica, di natali principalmente folk, domanderebbe – esigerebbe – calore. Ma di questo non si può fare una colpa a Speakers Corner.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.298, febbraio 2009.

Suzanne Vega - Beauty & Crime

Beauty & Crime (2007)

Anche chi c’era dei primi due LP di Suzanne Vega, l’omonimo esordio dell’85 e “Solitude Standing” dell’87, rammenta senz’altro la bellezza ma difficilmente l’importanza. È che prima di quegli album erano dieci anni almeno che un certo folk, urbano e cantautorale, non aveva più alcuna rilevanza commerciale e valga questo a clamorosa conferma di ciò: che, pur godendo già di un’ottima fama nel circuito live della Grande Mela, Suzanne veniva respinta per tre anni di fila da una casa discografica dopo l’altra e addirittura due volte, prima che ci si persuadesse a darle una possibilità, dalla stessa A&M. Felicemente sorpresa già dalle duecentomila copie vendute dal debutto e mandata in fibrillazione dall’abbondante milione, fra Stati Uniti e Gran Bretagna, totalizzato dal seguito,  che oltretutto spediva anche un singolo, Luka, al numero tre nella graduatoria USA. Non lo si ricorda più, ma era Suzanne Vega ad aprire la strada a Tracy Chapman e Sinead O’Connor, Michelle Shocked e Edie Brickell e di conseguenza a tutte le cantautrici che hanno furoreggiato da allora. Lei non si è più ripetuta su quei numeri ma la non folta discografia è per un verso uniformemente pregiata e per un altro fitta di svolte infrequenti in un ambito che tende ad autoperpetuarsi.

Pubblicato lo scorso anno e appena la sua seconda uscita maggiore nel corrente decennio, primo lavoro per la Blue Note (basta la parola a esimermi da qualunque commento su come suoni questa stupenda stampa), “Beauty & Crime” è un lavoro insieme sofisticato e di fruzione in più frangenti istantanea: in una Zephir & I che cita il Lou Reed di Vicious così come in una ballata trapunta d’archi quale New York Is A Woman, o nell’elegiaco valzer Anniversary. Suzanne Vega si è ben conservata e non mi riferisco a una beltà clamorosa per una quasi cinquantenne.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.289, aprile 2008.

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The Cure 1978-1996 (10): Standing On A Beach – The Singles

Standing On A Beach

Killing An Arab. Boys Don’t Cry. Jumping Someone Else’s Train. A Forest. Primary. Charlotte Sometimes. The Hanging Garden. Let’s Go To Bed. The Walk. The Love Cats. The Caterpillar. In Between Days. Close To Me.

Fiction, maggio 1986 – Tecnici del suono: Dave Allen, Graham Carmichael, Mike Dutton, Howard Grey, Mike Hedges, David Kemp, Mike Nocito, Robert Smith, Phil Thornalley – Produttori: Dave Allen, Mike Hedges, Steve Nye, Chris Parry, Robert Smith, Phil Thornalley, The Cure.

La versione su cassetta di questa antologia che raccoglie le facciate A dei primi tredici 45 giri dei Cure è sottotitolata “All The Hits & Unavailable B-Sides” e contiene sul secondo lato anche le seguenti dodici facciate B: I’m Cold. Another Journey By Train. Descent. Splintered In Her Head. Mr. Pink Eyes. Happy The Man. Throw Your Foot. The Exploding Boy. A Few Hours Of This. A Man Inside My Mouth. Stop Dead. New Day.

La versione su CD è intitolata “Staring At The Sea – The Singles”. La sua scaletta ricalca quella dell’omonima raccolta di video. Rispetto alla versione su vinile contiene dunque in più questi quattro brani: 10:15 Saturday Night. Play For Today. Other Voices. A Night Like This.

Intorno alla metà degli anni ’80 i Cure erano ormai delle stelle. Il loro seguito britannico, pur fra alti e bassi, si era con il susseguirsi degli album allargato, facendosi decisamente consistente dopo l’uscita dei due fortunati 45 giri, The Walk e The Love Cats, datati 1983. Nell’Europa continentale la loro ascesa allo stardom era stata anche più rapida, soprattutto in Francia e nei Paesi Bassi. E pure negli Stati Uniti si apprestavano a passare dalla posizione di gruppo “di culto” a quella di abbonati alle classifiche di vendita. Come quasi sempre accade con gli artisti che seguono questa parabola, mentre da un lato la loro produzione di materiale nuovo cominciava a rarefarsi, dall’altro la casa discografica prendeva a riciclare l’archivio. Il 1986 fu il primo anno nel quale i Cure non consegnarono alle stampe un LP nuovo (nel 1983 aveva comunque visto la luce “Japanese Whispers”). Non restarono a poltrire su qualche spiaggia tropicale – misero in fila un tour dopo l’altro e Smith scrisse un bel mazzo di canzoni in previsione di un album che sarà addirittura doppio – ma non avevano un disco pronto. A colmare il vuoto provvedette la Fiction con un’operazione multimediale in grande stile: video + raccolta in vinile, CD e cassetta con scalette sempre differenti.

“Standing On A Beach” (il titolo è preso dal primo verso di Killing An Arab) è il primo album da fare ascoltare a quanti ancora pensano ai Cure (gli stereotipi sono duri a morire) come a una congrega di depressi cronici, magari pure un po’ iettatori. Anche nel loro periodo più oscuro, sulla distanza breve del 45 giri Smith e compagni non hanno mai dimenticato le regole auree del pop: melodie lievi, ritmi più robusti, ritornelli a presa rapida. Ne consegue che “Standing On A Beach” è un LP al quale non si sottrarrebbe a cuor leggero una sola canzone (lo stesso vale per il CD; di diverse delle bonus della cassetta si può invece fare serenamente a meno).

Per i cultori, che si suppone abbiano già tutti i brani in esso contenuti, è naturalmente più interessante la collezione di video di “Staring At The Sea” (titolo pur’esso tratto da un verso di Killing An Arab). Con i diciassette clip promozionali, molti dei quali firmati dal geniale Tim Pope (non pochi esilaranti), sfilano spezzoni di esibizioni live particolarmente significative: immagini del 1976 riprese al Bandstand di Crawley; altre del 1979 a Reading, quando i Cure si erano ritrovati a suonare di spalla nientemeno che ai Motörhead. Ma ciò che maggiormente affascina di “Staring At The Sea” è osservare la trasformazione di Robert Smith da ragazzino dalla faccia fresca e ingenua a gotico, trasandato clown.

Per quanto abbia di norma co-firmato con altri le canzoni, è notorio che del repertorio dei Cure Smith è responsabile unico almeno per il 90%. Vederlo all’opera sul palco e nei filmati promozionali rende ancora più evidente che è lui il fulcro attorno al quale tutto ruota e che gli altri sono spalle, o solo comparse.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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Lo sleazy listening dei Soft Cell

Compie oggi gli anni – cinquantasette – Marc Almond e fa un po’ sorridere scoprire che per molto tempo nelle biografie se n’è tolti un paio. Frugo negli archivi in cerca di un qualcosa da recuperare per l’occasione e scopro di avere citato spesso sia lui che i Soft Cell, ma di averne scritto un’unica volta, quando recensivo un eccellente “The Very Best Of” (tuttora in catalogo) di questi ultimi. Curiosamente mi toccherà a brevissimo occuparmene di nuovo del nostro uomo, che una ventina di giorni fa ha pubblicato l’ennesimo album da solista.

Marc Almond

Dice bene Stephen Dalton nelle brillanti note di copertina: i Soft Cell si situavano in una bizzarra terra di mezzo fra i Kraftwerk ed Edith Piaf, i Suicide e Judy Garland. E un po’ di righe più su dà della loro musica una definizione geniale: sleazy listening. Canzonette, quelle del duo formato all’alba degli ’80 da Marc Almond e Dave Ball, ma dall’anima oscura. Sovversione psicosessuale in formato pop. Sarà per quello che sono invecchiate assai meglio della produzione dei coevi Duran Duran o Spandau Ballet? Azzarderei di sì. Che certe sonorità e atmosfere dell’elettronica di quel tempo stiano tornando in voga e che i Soft Cell siano stati (anche) un ponte fra la disco e la house ha aiutato a mantenerli attuali. A tal punto che la rimpatriata messa in essere recentemente dai due, e di cui qui si trovano assaggi con le ballabili e melò Somebody, Somewhere, Sometime e Divided Soul, non pare una cattiva idea. Notevoli sono state del resto le carriere solistiche inscenate dopo una separazione dovuta a stress e drogati eccessi piuttosto che al logorarsi di un’amicizia e una stima mai venute meno: se Ball ha sciorinato dance di notevoli livello e impatto con The Grid, Almond si è mostrato interprete peculiarissimo, sorta di Gene Pitney postmoderno.

“The Very Best Of” fa onore al suo titolo e che ottanta minuti scorrano senza pesare è indice sicuro di qualità. Dal soul che si fa techno-pop di Tainted Love e Where Did Our Love Go? alla planante wave in glassa di simil-archi di Say Hello, Wave Goodbye, dall’electrobilly di Bedsitter ai Roxy Music virati disco di Insecure Me, alla martellante ossessione di Sex Dwarf, è un rincorrersi di melodie e scansioni cui non si può dire di no.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.225, giugno 2002.

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Audio Review n.353

Audio Review 353

È in edicola dallo scorso fine settimana il numero 353 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di Dave & Phil Alvin, Archive, Andrew Bird, Clap Your Hands Say Yeah, Embrace, Lee Fields, Fink, Roddy Frame, Ghemon, Incognito, James, Rich Robinson, Roots e Yann Tiersen e di una ristampa dei Led Zeppelin. Nella rubrica del vinile ho scritto di Elvis Costello, The Beat e Terry Riley.

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