Quando Neil era Young: i giorni dei Buffalo Springfield

Buffalo Springfield

Dici “una Pontiac del 1953” e la mente ti si affolla di sequenze da film, con questi macchinoni dal culo basso e dalla linea già a loro tempo non modernissima. Roba non esattamente “nata per correre” ma in compenso capace di trasmettere una rassicurante sensazione di comodità per il passeggero e relax al volante. Dici “una Pontiac del 1953” e la fai scivolare a passo di crociera, non per un gusto da vasca ma perché è ora di punta, sul Sunset Boulevard nella Los Angeles del 1966, con sopra una coppia di giovanotti lungocriniti. Come te la raffigurerai? Magari non dipinta con i tratti e i colori della montante psichedelia, giacché i Beatles non hanno ancora fatto scuola in tal senso, però almeno resa sportiva dal suo essere una decappottabile. Il tettuccio naturalmente è giù, perché si sa che sulla Città degli Angeli il sole splende sempre – i ragazzi a bordo sono canadesi e hanno puntato a Sud giusto in cerca di sole, fra il resto – e già a inizio marzo si può scorazzare – d’accordo: passeggiare – con il vento che scompiglia i capelli. Dalle auto incolonnate a fianco e in direzione opposta scoccano sguardi di disapprovazione verso i due degenerati. Chissà dove andremo a finire, maledetti froci comunisti e drogati. Bene, adesso riavvolgi il nastro. La Pontiac sulla quale viaggiano Neil Young e Bruce Palmer non è uno spiderone ma un carro funebre. No, sul serio. Ed è proprio la visione bizzarra di un carro funebre con targa dell’Ontario su una strada californiana a fare sobbalzare Richie Furay, alla guida di un comune furgone bianco sull’altra corsia. “Cazzo, Steve! Quello dev’essere Neil!” Un paio di manovre da ritiro della patente dopo, il furgone affianca il carro funebre a colpi di clacson. Accostano in una piazzola e scendono. Abbracci. Risate. “Stavamo cercando voi!” Hai appena assistito alla nascita dei Buffalo Springfield.

Ecco, non fosse stato per i gusti alquanto peculiari in materia di automobili dell’allora ventenne Neil Young (la passione per le Pontiac qualche anno dopo lo porterà a intitolare una canzone con il nome di uno dei modelli più rari e caratteristici della casa: Sedan Delivery), lui, Furay e Stills si sarebbero passati accanto senza riconoscersi e la storia del rock sarebbe stata rimarchevolmente diversa. Niente Buffalo Springfield, ovvio, un gruppo rivelatosi alla lunga influente quanto i Byrds per folk- e country-rock, con tutto un corollario di canzoni capaci non solo di fotografare la propria epoca ma di trascenderla mancanti all’appello. Ma pure: niente sodalizio, nelle sue varie combinazioni, con Crosby e Nash oltre che fra Stills e Young. E se carriere solistiche ci sarebbero state – possibile, probabile – non si può che immaginarle differenti, meno rilevanti. Facciamo qualche passo indietro?

Il primo incontro fra Neil Young e il coetaneo texano (1945) Stephen Stills avviene in una data imprecisata, tardo 1964 comunque, e quella volta (sebbene sul luogo non si concordi: Thunder Bay oppure Fort Williams; in ogni caso Ontario) è il secondo a essere in trasferta. Si esibisce in un folk club con i suoi The Company, evoluzione di quegli Au Go Go Singers nei quali ha conosciuto il di poco più anziano (1944), e nativo dell’Ohio, Richie Furay, e a dividere il palco con costoro sono gli Squires, per Young già l’ennesimo complessino ma il primo a livello professionale e con in repertorio diverse composizioni originali. Autentici eroi nell’area di Winnipeg, in grado di attirare folle di anche millecinquecento persone. Su quanto Steven colpisca Neil è illuminante questo: che poco dopo, e poco prima di scioglierli, il secondo ribattezza gli Squires High Flying Birds, da una canzone che gli ha suonato il secondo. E quest’altro: che una volta liquidata la band, nel giugno ’65, parte per New York alla volta del Village. Per un folksinger è ancora facilissimo trovare un ingaggio nei suoi localini, gli ha raccontato Stills che ci ha trascorso alcuni mesi. In controtendenza, nel preciso istante in cui andando al numero uno in classifica con il singolo d’esordio Mr. Tambourine Man i Byrds mandano in scena il primo atto della rivoluzione folk-rock, e mentre Dylan si appresta a pubblicare “Bringing It All Back Home”, Young cerca di compiere il percorso inverso. Dall’elettrico all’acustico. Gli va male, visto che a fine anno la Elektra respinge al mittente un nastro inciso in completa solitudine con sette brani. Però gli va bene. Perché è proprio all’ombra della Big Apple che ha occasione di conoscere (il mondo è piccolo) Furay e chiedergli un giudizio su una delle sette canzoni di cui sopra, Nowadays Clancy Can’t Even Sing. L’ex-socio di Stills ne è talmente entusiasta da mandarla a memoria. Ed è sempre a New York che sboccia l’amicizia con un altro ragazzo canadese come lui e di pochissimo più giovane, Bruce Palmer. È un intreccio da non credersi. Nel gennaio ’66 Palmer persuade Young a raggiungerlo a Detroit e a unirsi come chitarrista al gruppo rhythm’n’blues di cui è il bassista. Alla testa dei Minah Birds c’è un cantante di colore, Ricky James Matthews, e, sì, è quel Rick James. Le prospettive parrebbero ottime, visto che la Motown ha opzionato il complesso ed è disposta, in previsione di un album, a pagare le spese di registrazione per un demo. Si fa appena in tempo a completarlo prima che James venga arrestato per renitenza alla leva. Quasi non si è finito di scrivere il contratto che già lo si straccia. Ed è a questo punto che i due abbacchiati compari decidono di spostarsi a Los Angeles, un po’ per sfuggire ai rigori dell’inverno del Michigan, un po’ tanto con la speranza – folle, visto che non hanno né un indirizzo, né un numero di telefono, né frequentazioni in comune – di rintracciare Stills e Furay e mettersi a suonare con loro. Nel frattempo in California Richie ha fatto ascoltare a uno Stephen Stills che ha appena fallito un provino con i Monkees Nowadays Clancy e quello è letteralmente impazzito. Bisogna assolutamente farci un gruppo con questo Neil Young! Peccato che nessuno dei due abbia la minima idea di come rintracciarlo. Sarà ancora a New York? Sarà tornato a Toronto? Fatevi un giretto sul Sunset Boulevard, ragazzi.

Buffalo Springfield 2

Dopo un simile incrocio di destini, che a sì e no un mese dal fatidico incontro i Buffalo Springfield (anche la scelta del nome dettata dal caso: è la marca di uno schiacciasassi nel quale i Nostri si imbattono) debuttino dal vivo già l’11 aprile, al Troubadour di Hollywood, non sembra così strano. Né che fra la folla ci sia David Crosby, che immediatamente offre al neonato complesso alcune date di spalla ai Byrds. È la seconda più formidabile delle pubblicità in cui si possa sperare. La prima potrebbe essere farsi assumere come house band al Whisky A Go Go. Detto – sempre da uno dei Byrds: Chris Hillman – e fatto. In maggio negli ambienti rock cittadini non si parla d’altro e i produttori e impresari Charles Greene e Brian Stone si fanno avanti in rappresentanza della Atco, un sottomarchio Atlantic, dopo avere ottenuto il nullaosta da Ahmet Ertegun in persona. In giugno si comincia a lavorare – sempre a Hollywood, ai Gold Star Studios – a quello che diventerà l’esordio a 33 giri. La coesione miracolosamente trovata sin dalla prima prova e fatta solida dal fitto calendario concertistico raggiunge apici che resteranno insuperati. Momento di grazia irripetibile.

All’apparizione alla ribalta i Buffalo Springfield colpiscono già solo per l’inusualità di un organico che schiera tre chitarristi – Young, Stills e Furay – e addirittura quattro voci, visto che canta pure il batterista, Dewey Martin, il più anziano della compagnia con i suoi ventiquattro anni scarsi e il superprofessionista, potendo vantare tour con Faron Young, Patsy Cline, Roy Orbison, gli Everly Brothers. Arriva come Young dall’Ontario (lui da Chesterville) e dunque in quello che sarà uno dei gruppi simbolo del rock californiano degli anni ’60 ci sono tre canadesi, un texano e uno dell’Ohio. A scrivere per il momento sono in due, Stills e Young, ma Furay osserva attento e finirà per offrire contributi importanti.

Dei demo approntati per “Buffalo Springfield” si è favoleggiato per decenni, anche dopo l’emersione di più o meno tutti su questo o quel bootleg. A sottrarre il dibattito ai maniaci affidandolo ai cultori cum grano salis provvederà nel 2001 il quadruplo (non un’integrale: quasi) “Box Set”. Il primo CD ne colleziona una buona dozzina di queste prove tecniche di trasmissione e fra esse diversi titoli che sull’album non finiranno. Mere curiosità una There Goes My Babe (di Young) tenera e malinconica e una Hello, I’ve Returned (Stills a quattro mani con Van Dyke Parks) giocosa, meritano viceversa molta attenzione una I’m Your Kind Of Guy (di Young) in cui si chiudono i conti con il country e nel mentre si prepara il country-rock e soprattutto la splendida Neighbor Don’t You Worry (di Stills): chi volesse trovarci dentro per intero CSN&Y in versione acustica non faticherà punto, laddove una versione di qualche mese successiva (prima di scartarla il gruppo la rimaneggiò parecchio) adombra parzialmente quelli elettrici. A proposito di anticipi di futuro: nelle fragranze latine di We’ll See un’idea chiamata Manassas, in Down Down Down un presagio di “Harvest”. Questi gli scarti? Figurarsi il resto.

Buffalo Springfield - Buffalo Springfield

I più individuano nel seguente “Again” il capolavoro dei Fab Five. Mi permetto di dissentire. Per me è “Buffalo Springfield” l’album che li consegna agli annali della musica popolare del Novecento, classico totale di un folk-rock stupendamente indeciso se svoltare verso il country o arrendersi alla psichedelia, capace di battere i Byrds al loro stesso gioco di chitarre squillanti in Go And Say Goodbye e in Pay The Price, di scherzare i Beatles in Sit Down I Think I Love You, di evocare Buddy Holly e degli anni ’50 dell’anima in Hot Dusty Roads laddove Leave preconizza i vortici e gli incendi del rock sudista che sarà. Tutta roba di Mr. Stephen Stills. E Neil Young? Sistema meno titoli nella scaletta finale, ma nella prima edizione gli apici, una spanna sopra la già altissima media, sono invariabilmente suoi: la più volte nominata Nowadays Clancy Can’t Even Sing, popolata di quegli stessi struggimenti infiniti che andranno ad abitare “Forever Changes”; una Flying On The Ground Is Wrong che l’avrebbero potuta scrivere dei Velvet Underground innocenti fossero stati innocenti davvero; l’esuberante Burned; la carezzevole con brio Do I Have To Come Right Out And Say It; ma soprattutto Out Of My Mind, degli Everly Brothers in down lisergico e torneranno mai più a posto le cose? Il lettore attento avrà notato che ho scritto “prima edizione”. Quello attento e colto che non ho nominato la canzone che più di tutte si collega, nella memoria collettiva, a “Buffalo Springfield”. Preceduto nei negozi nel luglio 1966 dal singolo Nowadays Clancy, un numero 25 in California ma soltanto 110 su scala nazionale, il debutto a 33 giri vede la luce in ottobre sia in mono che in un’edizione stereo che suscita, più che perplessità, autentico malumore negli artefici. Con il disco in circolazione forse da un paio di settimane e molto impressionato, come tutti in città, dagli scontri che hanno messo di fronte nel Sunset Strip la montante marea hippie con una polizia schierata in assetto antisommossa e che sono culminati con la distruzione di uno dei club più frequentati, il Pandora’s Box, Stills fa il Phil Ochs psichedelico e ferma gli eventi in una canzone. Leggenda vuole che, non completamente convinto di quanto ha scritto, la faccia ascoltare a Ertegun presentandogliela con un autosminuente “I have this song, for what it’s worth, if you want it”. Ertegun zompa sulla sedia. Si registri subito e si metta fuori a 45 giri. Non ha un titolo? For What It’s Worth è perfetto. Ah, i discografici del bel tempo che fu…

Spirano brezze di rassegnazione più che venti di rivolta su un brano che declina l’innodia più depressa di sempre, come se si sapesse – prima ancora di avere cominciato a battagliare sul serio – che l’immaginazione non andrà mai al potere, che chiedendo l’impossibile si propizieranno distopie. Eppure altro non si può fare. For What It’s Worth si inerpica nella classifica dei singoli fino al settimo posto, raggiunto in marzo, e a quel punto la Atco ristampa “Buffalo Springfield” piazzandola in apertura. È un’altra creazione di Stills a farne le spese, la graziosa ma decisamente minore Baby Don’t Scold Me, tanto sfacciatamente beatlesiana da citare direttamente Paperback Writer. Dire che nel cambio ci si guadagni è un eufemismo, siccome è così che l’album diventa la pietra miliare che è. Tutto bene nel migliore dei mondi possibili? Mica tanto… Nell’esatto mezzo del cammino che ha portato For What It’s Worth dal concepimento al trionfo, i ragazzi sono volati a New York per suonare insieme ai Doors all’Ondine’s ed è stato lì che Palmer si è fatto beccare con addosso della marijuana. È un signor guaio, considerando che il bassista è negli USA con un visto turistico e non potrebbe lavorare. Da clandestino che è, non viene processato ma accompagnato alla frontiera. Siamo nel gennaio 1967, il cattivo giorno si vede dal mattino e nel resto dell’anno grane e iatture non daranno tregua. È con bassisti provvisori – prima Ken Koblun, già con Neil Young negli Squires, e poi Jim Fielder, in prestito dalle Mothers Of Invention – che si affrontano nei primi sei mesi i numerosi impegni promozionali e concertistici derivanti dal successo appena agguantato. Nel contempo si pone mano a un nuovo LP. Dovrebbe chiamarsi “Stampede”, ma le sedute in sala d’incisione sembrano andare così male che i nastri vengono accantonati, nell’attesa che Palmer riesca a rientrare negli Stati Uniti. La realtà è che lo stato di perenne tensione provocato, oltre che dall’assenza del bassista e dalle pressioni che salgono di pari passo con le vendite, dai continui contrasti con Greene e Stone (di nuovo in cabina di regia), dalle prime incomprensioni fra Stills e Young, dal desiderio di Furay di contribuire a livello compositivo, falsa le prospettive e dunque i giudizi di chi è coinvolto. Ci vorrebbe un Ertegun, e non c’è, a confortare sul potenziale di un secondo album con le carte in regola per confrontarsi degnamente con il primo. Per constatarlo in prima persona non dovete che procurarvi il cofanetto. Se non sarà tutto oro quel che luccica nella sabbia scintillano, fra pagliuzze trascurabili, grezzi diamanti: un’incantata So You’ve Got A Lover; una Down To The Wire che riffeggia greve come mai in precedenza i nostri eroi; una dolcissima The Rent Is Always Done; una circolare come da titolo Round And Round And Round e una desolata a dispetto del titolo Old Laughing Lady, che Neil Young non essendo fesso si riprenderà, questa sull’omonimo esordio da solista, quella su “Everybody Knows This Is Nowhere”. A proposito del Canadese: tranne il primo, tutti suoi i brani appena menzionati. Con il senno di poi, e con l’evidenza di un carattere mercuriale ad attraversare per intero una vicenda artistica di prodigiosa longevità, non ci si stupisce che in maggio, poco prima che l’amico Bruce rientri nei ranghi, si chiami fuori. Clamorosamente in giugno, all’epocale e crucialissimo “Monterey International Pop Festival”, i Buffalo Springfield ci sono (a sorpresa li raggiunge sul palco David Crosby) e Neil Young, sostituito dall’ex-Daily Flash Doug Hastings, no.

Buffalo Springfield - Again

A fare ripartire una storia che parrebbe prematuramente giunta al capolinea ci pensa il fan numero uno della band: Ahmet Ertegun. Sblocca lo stallo liberando i ragazzi – va da sé: non gratis – dagli accordi presi con la coppia Greene/Stone ed è allora che Young si decide a tornare alla base. In agosto ci si ritrova in sala d’incisione con Ertegun stesso dietro il mixer e in novembre il secondo LP è infine disvelato. Infine? Non sono passati che venti mesi dalla nascita del gruppo e tredici dalla pubblicazione del primo album, ma si direbbe che intere esistenze si siano consumate nel frattempo. Pur in un decennio in cui vivere in fretta è la norma, i Buffalo Springfield hanno corso come manco Forrest Gump e sono stanchi. Tutti per nessuno e nessuno per tutti, si inventano nondimeno le forze per cogliere un secondo trionfo. A parte che è singolo quando riciclando tutto il bendidio di “Stampede” si sarebbe tranquillamente potuto allestire un doppio, “Again” è un po’ come se fosse il loro “White Album”, un collage di tre mini-opere solistiche. Furay offre alla causa una Child’s Claim To Fame da fare verde d’invidia Gram Parsons, l’accorata Sad Memory e una Good Time Boy che non ci si stupirebbe di incontrare in un 33 giri di James Brown, ma in uno di un gruppo folk-pop-psichedelico bianco un po’ (tanto) sì. Young un nuovo hit, l’ultraelettrica e martellante Mr. Soul, la canzone più bella che è Expecting To Fly, onirica con un’orchestrazione d’archi da ovazioni, e la più brutta che è Broken Arrow, che sono cinque o sei di canzoni messe assieme senza che qualcosa assieme riesca a tenerle. Stills si conferma leader de facto totalizzandone invece quattro di contributi: una Everydays fra tentazioni di jazz e iniezioni di fuzz; un’elettrizzante Bluebird che si arresta purtroppo a quattro minuti e mezzo quando dal vivo supera sovente i venti; Hung Upside Down che è la più lisergica di tutte; Rock & Roll Woman, indecisa se ricreare in vitro i Beach Boys o farsi negra. Ancorché ineguale e lampantemente frammentario, è ognimmodo un album coi fiocchi, le cui vendite fra l’altro superano quelle del predecessore. Ma qualcosa si è rotto e non è aggiustabile. Tanto più se Palmer dopo avere umanamente errato diabolicamente persevera, facendosi arrestare ed espellere una seconda volta per possesso di sostanze stupefacenti. Tanto più se Young, proiettato verso una carriera in proprio, prende a disertare sempre più spesso i concerti.

Curioso che a tenere all’incirca insieme (quasi mai in studio si ritrovano più di tre componenti per volta) il gruppo durante le registrazioni nel marzo 1968 di un terzo 33 giri sia l’ultimo arrivato (nonché il primo californiano a entrare in squadra), il chitarrista riciclato bassista (e arruolato inoltre come produttore) Jim Messina. “Last Time Around” è un “Again” con i difetti magnificati e i pregi sminuiti e tuttavia non merita la cattiva fama che ha. Buttatelo via voi un album che regala comunque una genialata di Stephen Stills (gli Os Mutantes che incontrano i Santana in Uno mundo), la più memorabile ballata di sempre di Richie Furay (Kind Woman) e altre due canzoni fantastiche (On The Way Home e I Am A Child) in cui Neil Young inconsapevole si allena per “Harvest”.

I problemi con la legge di Rick James avevano indirettamente portato alla nascita dei Buffalo Springfield e sono problemi con la legge a stilarne il certificato di morte, quando il 20 sempre di marzo Young, Furay e Messina vengono fermati – in ottima compagnia: Eric Clapton – nel corso di una retata della narcotici losangelena. Il 5 maggio – alla Long Beach Arena, presenti oltre cinquemila spettatori – il quintetto si congeda dal suo pubblico. Stills e Young probabilmente credono che non collaboreranno mai più, ma noi la sappiamo più lunga. Furay e Messina certamente non immaginano che i progetti cui si dedicheranno si riveleranno infinitamente più lucrosi dei Buffalo Springfield. “Last Time Around” esce postumo in agosto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.134/135, luglio/agosto 2009.

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2 commenti

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2 risposte a “Quando Neil era Young: i giorni dei Buffalo Springfield

  1. Rusty

    Gran bell’articolo. Oltre all’aspetto squisitamente musicale rende bene lo zeitgeist dell’epoca. Dal Canada a L.A., passando per il Village. Noi rockettari ci struggiamo sempre per la Golden Age della nostra musica. Tutta retorica? Tutta enfatizzazione di un mito tutto sommato ingigantito dal fatto di non averlo vissuto in diretta? Forse. Comunque: brividi.

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