River Deep Mountain High – Il Wall of Soul di Ike & Tina Turner

Ike & Tina Turner - River Deep Mountain High

Due momenti distanti quarant’anni riassumono grandeur e malasorte di una vita vissuta pericolosamente quale quella di Izear Luster – meglio noto come Ike – Turner: nel 1951 vedeva una sua incisione, Rocket 88, andare al numero uno nella classifica R&B ma si era autodefraudato della gloria, siccome l’aveva fatta cantare al suo sassofonista e il brano era uscito a nome Jackie Brenston & His Delta Cats piuttosto che Ike Turner & The Kings Of Rhythm; nel 1991 veniva introdotto con la sua signora di un tempo nella “Rock And Roll Hall Of Fame”, ma solo Tina poteva partecipare alla cerimonia, visto che lui era in carcere per storiacce di droga. Si consideri ancora, e non sono dettagli, che del rock’n’roll Rocket 88 è ritenuta antesignana fra le principali, e da molti una delle pietre d’angolo, e che dacché Tina aveva approfittato del grande successo che salutava, negli ’80, la sua seconda giovinezza artistica per mettere in piazza le miserie di un matrimonio segnato dagli abusi Ike era diventato il Cattivo per antonomasia della storia del soul. Già prima della morte che lo coglieva, settantaseienne, il 12 dicembre del 2007 ce n’era allora quasi abbastanza, se non da rendercelo simpatico (potrà mai esserlo una figura di marito violento?), perlomeno da solidarizzare un po’ con lui e prendere nota del fatto che, per le sue colpe, aveva pagato. Che nella stessa misura l’ex-consorte si era vista, e giusto negli anni in cui Ike toccava il punto più basso della sua parabola di autodistruzione, compensata per i tempi grami con le vendite milionarie di dischi non esattamente trascendentali. Bilancio pari per l’uno e l’altra, quindi, e sarebbe proprio ora, quando lo si racconta, di concentrarsi esclusivamente sui meriti artistici di Ike Turner. Che non sono dappoco.

Rimarchevole fiuto per i talenti: era lui a consigliare Howlin’ Wolf alla RPM/Modern e Little Milton alla Sun. Buon autore ed eccellente capobanda dei summenzionati Kings Of Rhythm per tutti i ’50, scanditi da un’attività discografica e dal vivo fitta ma senza che Rocket 88 avesse successori, così che l’incontro, prima artistico e poi sentimentale, con Tina (nata Annie Mae Bullock) risultava determinante per entrambi. Nel 1960 A Fool In Love sale fino alla seconda piazza tanto nella graduatoria generalista che in quella specializzata e nasce la Ike & Tina Turner Revue: è la versione sexy (il coro delle Ikettes fondamentale quanto la voce ruggente di Tina e un guardaroba sfacciato) del rude errebì praticato dai Kings. Pur con un progressivo spostamento verso il rock – tappe chiave nel 1969 un tour con i Rolling Stones, nel 1970 una non fortunata cover di Come Together dei Beatles e l’anno dopo ancora una viceversa vendutissima rilettura di Proud Mary dei Creedence Clearwater Revival – la formula resterà sostanzialmente invariata per tre lustri, caratterizzati dall’incapacità, causa una produzione dispersa su troppe etichette e in ogni caso raramente provvista del formidabile punch dei concerti, di fare coincidere la fama degli spettacoli con adeguati riscontri mercantili.

Paradigmatico e limite il caso dell’unico album in studio sul serio degno di nota: questo, datato 1966 e frutto dell’incontro con quell’altro campione di egocentrismo di Phil Spector e dell’idea di applicare la sua formula del Wall Of Sound, fino a quel punto brevettata per un pop adolescenziale appena sfiorato dal soul, a uno stile decisamente più grezzo. Bislacca sulla carta e alla prova dei fatti responsabile di un autentico capolavoro a tal punto incompreso che Spector, offeso dall’indifferenza del pubblico americano (in Gran Bretagna la traccia omonima era andata al numero tre nella classifica dei singoli), si ritirava per la seconda volta dalle scene. Forte della ripresa di brani di Turner già collaudati come il succitato A Fool In Love e I Idolize You, di incisive riprese di Save The Last Dance For Me dei Drifters e Every Day I Have To Cry di Arthur Alexander e, soprattutto, di un paio di composizioni autografe di Spector, la torrenziale title track e una I’ll Never Need More Than This istrionicamente sentimentale, il disco resta un esempio raro quanto felice, in pieni anni ’60, di soul con l’orchestra. Futuribile in luogo che volto all’indietro: più un presagio di Philadelphia insomma che una scoria di Tin Pan Alley. Da tempo fuori catalogo negli USA, River Deep Mountain High è stato appena ripubblicato da Hip-O Select/Universal in un’edizione cartonata assai ben suonante e però senza uno straccio di bonus e priva di altre note che non siano quelle d’epoca. È un trattamento indegno di cotanto classico e nondimeno, per chi fosse sprovvisto, l’occasione è ghiotta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.684/685, luglio/agosto 2011.

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