Bob Mould – Beauty & Ruin (Merge)

Bob Mould - Beauty & Ruin

Pronti e via, all’inizio di quello che formalmente è il suo decimo lavoro in studio da solista Bob Mould piazza una canzone clamorosa, una delle sue più memorabili di sempre e stiamo parlando di chi ha firmato robette tipo I Apologize, Celebrated Summer, Makes No Sense At All, Standing In The Rain, Ice Cold Ice, Could You Be The One?. Erano i tempi degli Hüsker Dü, era ormai oltre un quarto di secolo fa, ma con quell’epopea al nostro uomo tocca ancora – e sempre toccherà – confrontarsi. Ma che potesse esserci una vita dopo “Warehouse: Songs And Stories” lo chiariva già con le prime uscite in proprio (provvidenziale la recente ristampa di “Workbook” per il venticinquennale, per farlo conoscere a chi non lo conosceva e rivalutare a chi lo aveva sottovalutato) e lo ribadiva con gli Sugar. Nei loro due album e mezzo un’altra manciata di pezzi indimenticabili ma che lo dico a fare, a voi gente di mondo che già sapete e canticchiate felici al ricordo. Giusto intorno al cruciale passaggio dei quarant’anni il nostro eroe incespicava e un po’ si perdeva per poi, superati i cinquanta, venire definitivamente a patti con tutti i suoi ingombranti passati e ritrovare l’ispirazione. Due anni fa “Silver Age” ne forniva certificazione inoppugnabile e oggi “Beauty & Ruin” ribadisce, quantomeno per chi ha orecchie per intendere e non vive e di conseguenza muore di indie spocchia. A proposito di orecchie e tornando alla canzone clamorosa di cui sopra: si chiama Low Season e che praticamente tutti ci abbiano sentito dentro Neil Young e i Dinosaur Jr (quelli più ossessionati dal Canadese) ci sta. Meno che io abbia scorso un paio di dozzine di recensioni del disco (ogni tanto mi piglia la voglia di farmi del male) e in nessuna ci abbia trovato scritto ciò che mi pare di un’evidenza solare, abbagliante: che sembra anche – e soprattutto – una outtake di certi Pink Floyd a mezza via fra “Dark Side” e “Wish You Were Here” ed è in tal senso inedita e inaudita nel canone mouldiano. Ma d’altronde non ho letto da nessuna parte nemmeno due paroline che direi non possano non sovvenire guardando la copertina e una è “Joy” e l’altra “Division”. Vabbé…

Era una quasi unanimità di consensi quella che nel 2012 faceva registrare “Silver Age”. Ancorché generalmente positive e in qualche caso entusiastiche, più tiepide le accoglienze per il successore. Sarà forse che alla bellezza ci si abitua, così come alla vittoria nello sport, e si dimentica in fretta come sia non la norma ma un dono, un lusso, e nondimeno tale differenza di trattamento a me risulta assurda. Dovendo per forza scegliere mi sa che tirerei la monetina, parendomi che il predecessore la vinca in termini di impatto e tensione e del nuovo si faccia apprezzare l’estro più variegato, una superiore vivacità, figlia probabilmente di processi di pacificazione portati nel frattempo a compimento. In qualche modo “Beauty & Ruin” sa porgersi leggero anche nei momenti più tosti: l’esercizio di calligrafia grunge Little Glass Pill; una Kid With Crooked Face rovinosamente hardcore; una Hey Mr. Grey che rimanda dritta a “Flip Your Wig” e nello specifico a Hate Paper Doll; Tomorrow Morning, tiratissima e stentorea. Sono l’altro verso della medaglia dei du-du-dù sorprendentemente sbarazzini che fanno capolino nella squadrata Nemeses Are Laughing e nel folk-poppeggiare di Let The Beauty Be, di una insidiosa Forgiveness e naturalmente del brano che è stato designato a fare da battistrada: I Don’t Know You Anymore. Innodia festosa alla Sugar, If I Can’t Change Your Mind dietro l’angolo e ovviamente mi piace. Low Season sarebbe stata però una scelta più coraggiosa, se proprio alla fine devo fare il critico e criticare.

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