Le ginocchia sbucciate di Little Esther Phillips

Quando si stava approssimando il ventennale della scomparsa di una delle più grandi voci femminili della storia del soul (e più in generale della black music) le dedicai questo articolo. A oggi gli anni trascorsi dacché Esther Phillips ci lasciava sono trenta.

Esther Phillips

Puntata numero 38 per Scritti nell’Anima, che entra nel quinto anno scoprendosi proprietà taumaturgiche probabilmente dovute alle invocazioni a Domine Iddio che Stefano Isidoro Bianchi profferisce ogni qual volta (non accade spesso: massimo una volta al mese) questa rubrica è in lieve, lievissimo, praticamente impercettibile ritardo rispetto alla data ultima, ultimissima, assolutamente improrogabile (se no sarebbe un condono fiscale) di consegna. Spiega allora una bella voce tenorile che lo qualificherebbe senz’altro per cantare gospel, non pencolasse il vocabolario del suo impeccabile free styling decisamente verso il profano, e pur dividendoci centinaia di chilometri affacciandomi dal balcone posso udire in lontananza un borbogliare come di tuono e di madonne. Mi affretto allora verso il PC. Ma vi dicevo delle qualità taumaturgiche delle due pagine più amate dagli italiani, o perlomeno dalla maggioranza di quelli, fra gli intelligenti i più intelligenti, che acquistano “Blow Up”: in prossimità del Santo Natale (voi avete potuto leggerne poco dopo) davo Berry Gordy per morto. Siccome il signore in questione ha sì una certa età ma risulta ancora respirante, prendo appunti per registrare una cassettina intitolata “The Worst Of Diana Ross & The Supremes” (fratelli e sorelle! roba da fare aggricchiare le parti intime anche ai più stretti parenti di Luther Vandross), mi riprometto di ascoltarla in segno di afflizione per non meno di dieci volte e, come Nostro Signore dinnanzi al sepolcro di Lazzaro, tendo una mano e dico “Berry! Alzati e cammina”. Il tuo conto in banca (di un’entità, noto incidentalmente, pari all’incirca al PIL medio africano di un anno o due) ha ancora bisogno di te. Chiedo scusa per la vaccata e spero di non portarti sfiga.

Spero parimenti di non portare sfiga, porgendogli le mie più calde felicitazioni per un ottantaduesimo compleanno da poco festeggiato in forma smagliante (tuttora titolare di una cattedra al Vista Community College di Berkeley e credo anche di un programma radiofonico), a John Veliotes, meglio noto come Johnny Otis, fra tutti i bianchi per caso nella storia dell’umanità il più negro di tutti (anch’io ho sempre sognato di avere la pelle nera e, naturalmente, un cazzo di almeno diciotto centimetri; purtroppo la mia pelle è bianca). Gli dobbiamo tantissimo e fra cento altre cose di avere lanciato nel 1949 una quattordicenne chiamata Esther Mae Jones, che portò alla ribalta come Little Esther e in seguito si sarebbe ribattezzata Esther Phillips. Fosse vissuta avrebbe compiuto, sempre lo scorso dicembre e a giusto cinque giorni dal suo pigmalione, sessantotto anni. Al prossimo 7 agosto saranno invece venti dacché ci lasciò, il fegato distrutto da narcotici e alcool, il cuore non più in grado di resistere agli oltraggi della vita. E qui la mia capacità di fare miracoli si ferma e mica sono tanto sicuro poi che la Esther sarebbe felice di tornarci, su questa terra infame.

Prenderei due episodi e anzi tre a simbolo di un’esistenza baciata dal talento ma caratterizzata da una sfortuna che quel talento fece pagare con interessi usurai. Volo indietro nel tempo di trent’anni, quasi trentuno, al 1973, alla cerimonia di consegna dei Grammy, l’equivalente discografico degli Oscar. Si alza Aretha Franklin e si appropinqua al palco per ritirare, per il sesto anno consecutivo se so ancora far di conto, il premio nella categoria “Best R&B Performance, Female”. Ma c’è un fuori programma. Lady Soul prende la statuina, chiama a sua volta la Phillips e gliela porge dicendole: “La meriti molto di più tu”. Oggetto dell’ammirazione di Aretha è un LP intitolato “From A Whisper To A Scream”, che chi ha orecchie per intendere e di intendere ha avuto la possibilità reputa un classico. Ma l’album, in origine su Kudu, è stato a lungo irreperibile, dalla metà dei ’70 più o meno alla metà degli ’80. Ristampato nel 1987 dalla CBS in un’ottima edizione digitale aumentata di quattro brani rispetto ai nove primigeni è finito nuovamente (e in fretta) fuori catalogo e per trovarne una copia oggi come oggi vi tocca affidarvi a) a un colpo di culo, b) a qualche fiera del disco raro, c) a eBay. Gli stessi appassionati di cui sopra indicano di solito in “Set Me Free” il secondo migliore LP fra i forse troppi griffati dalla signora. Ebbene: registrato nel 1970, non avrebbe visto la luce che nel 1986 e dunque postumo, in una doppia confezione che sulle prime due facciate dispiega una sorta di “Best Of”. La Phillips non potè quindi udire le ovazioni che ne salutarono l’uscita. Proseguo in questa scorribanda nel passato e mi spingo fino al principio del 1953, o forse alla fine del ’52. I ricordi di Johnny Otis riguardo alla data precisa sono incerti. Quel che rammenta bene è che si era tirato su la ragazzina, texana ma cresciuta a Los Angeles e scoperta a una gara di dilettanti tenutasi nel club di suo proprietà, lo storico Barrelhouse Club in pieno ghetto di Watts, come una figlia, preoccupandosi persino che ricevesse un’adeguata educazione anche fra i disagi di un’esistenza trascorsa perlopiù “on the road”. Dopo i primi mesi come semplice stipendiata nel suo spettacolo, le riconosceva inoltre (manifestazione di giustizia e generosità rarissime per l’epoca) pari dignità artistica ed economica rispetto a lui. Voleva dire a volte migliaia di dollari per una sola serata ma la ragazzina non l’avrebbe appreso che in circostanze traumatiche: Otis, essendo la Piccola Esther minorenne, dava il denaro alla madre, che le faceva da manager, e costei al sangue del suo sangue non girava che pochi spiccioli. Sospettando di essere truffata, quell’adolescente venuta su troppo in fretta assumeva via via un atteggiamento sempre più irrispettoso e ribelle e finiva per insultare pesantemente un Otis che, ignaro del retroscena, non poteva capacitarsi di tanta irriconoscenza. Pur sapendolo comportamento autolesionista (Double Crossing Blues, la prima incisione della fanciulla, aveva venduto nel 1950 oltre un milione di copie e diversi altri titoli ne avevano in seguito avvicinato il successo), scioglieva seduta stante il sodalizio. Ci sarebbe stato in seguito un chiarimento e fra lacrime e abbracci l’amicizia sarebbe rinata, ma non così la collaborazione, eccettuato un breve periodo all’incrocio fra ’60 e ’70 (favolose tracce in “The Johnny Otis Show Live At Monterey!”, un Epic del 1971). Peccato per Esther, che di una figura adulta e benevola a fianco avrebbe avuto un immenso bisogno al limitare di una maggiore età varcata senza mai essere stata sul serio una bambina (era stato il divorzio dei genitori a spostarla da Houston alla California) e sono cose che si pagano. Il flirt con la bottiglia diventava l’amore di una vita. Più avanti, pasticche ed eroina avrebbero sostituito la marijuana. E come Billie Holiday, come Aretha, come Etta James, come Janis, gli uomini l’avrebbero sfruttata e buttata.

Esther Phillips - The Best Of 1962-1970

Non ho spazio a sufficienza per spingermi nei dettagli di odissee di disperazione sulle quali David Nathan si diffonde con puntualità nel voluminoso libretto del doppio compact Rhino “The Best Of Esther Phillips (1962-1970)”. Al suo empatico narrare vi rimando perché, sia chiaro, qualcosa di questa artista straordinaria in casa dovete avere e se deve essere un solo titolo sia codesto, fra l’altro uno di quelli facilmente reperibili. Vi trovate dentro: il sontuoso country-soul zuppo d’archi di Release Me, che nel 1962 segnava un rilancio e il primo piccolo hit come Esther Phillips, dopo il primo di vari ritiri dalle scene per disintossicarsi e all’immediata vigilia del secondo; una seconda versione di Double Crossing Blues che vale la prima e il meglio del meglio del meglio di B.B. King (quando è al meglio); la più memorabile interpretazione di qualunque canzone dei Beatles chiunque abbia mai offerto, una And I Love Her diventata And I Love Him e resa come avrebbe potuto la Holiday (i più entusiasti furono proprio Lennon e McCartney, che subito invitarono la Phillips a raggiungerli in Inghilterra); una As Tears Go By che strapazza quella di Marianne Faithfull; una When A Woman Loves A Man che risponde a Percy Sledge dandogli lezioni sui sentimenti; una Try Me che fece lo stesso con James Brown. E ancora ma non solo: una Tonight, I’ll Be Staying Here With You che nel canone dylaniano si fa istantaneamente maggiore, da minore che era, e una Crazy Love sì indicibilmente intensa che si scommetterebbe che Van Morrison apposta l’abbia scritta. Qualcosa inevitabilmente si soprappone con il “Set Me Free” cui accennavo dianzi, ma se vi volete bene non curatevene e procuratevi pure quello, uno dei più grandi esempi di sempre di soul sudista, a cominciare da un brano omonimo che pare Isaac Hayes in versione Nashville e femmina. Disponibile attualmente in economica accoppiata con “The Country Side Of” (vale a dire “Release Me!” il 33 giri).

Nel consigliato “Meglio di” c’è materiale pubblicato per Lenox, Atlantic e Roulette. Varie e ugualmente insoddisfacenti (perché nessuna esaustiva) altre raccolte documentano gli anni ’50. La ristampa 1997 di “Memory Lane”, un King del 1959 già in partenza una compilazione, con incisioni dal 1951 al 1953, è valida, ma nel caso vi capitasse di incocciare “Bad Baad Girl!”, un Charly dell’85 (soltanto su vinile, che io sappia), fate per la gioia tripli salti mortali e poscia ponete mano al portafoglio. Ci scoverete jumping blues del dì di festa, doo wop lascivo, proto-rock’n’roll, una You Took My Love Too Fast in cui c’è già la Joplin per intero e una Houng Dog più selvatica tanto di quella di Big Mama Thornton che di quella di Elvis.

Pure Scarred Knees, la canzone che chiudeva il “From A Whisper To A Scream” vinilico, ha sanguinamenti jopliniani. Album (ribadisco) immenso, con ad aprire il funky-jazz elegante e pugnace di Home Is Where The Hatred Is (Gil Scott-Heron) e quasi a mezza via un brano che letteralmente uccide, perché esplicito oltre il sopportabile sull’infelice parabola terrena di Esther Mae Jones. Con due versi che immobilizzano come uno schiaffo: “That’s all right with me/if you want to make me your slave”. Distantissimi dall’esuberanza che altrove le faceva cantare “catch me, i’m fallin’/in love with you”.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.69, febbraio 2004. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

7 commenti

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7 risposte a “Le ginocchia sbucciate di Little Esther Phillips

  1. marktherock

    ommiodio, la Esther…voce al contempo di seta e di filo spinato, l’episodio di Aretha ai Grammy spiega tutto più di mille parole. E se vi posso consigliare la più classica delle prove “e contrariis”, una splendida antologia in mio possesso ha alcuni brani del suo periodo “disco” (ca. 1975-78): beh, che dire, anche quelli sono una goduria somma, interpretati con classe sopraffina

  2. antonio

    Bell’articolo. L’ho scoperta solo qualche anno fa grazie a una versione clamorosa di Mojo Hannah. Strano che una cantante così grande sia così poco ricordata.

  3. from a whisper to a scream ,è un lp fantastico ,la versione di Home Is Where The Hatred Is è da brividi!!!
    qualche tempo fa ho anche postato il disco sul mio blog…che possiedo in vinile originale Kudu.
    ottimo come sempre venerato maestro…

    • marktherock

      complimenti, straordinario bene-rifugio…;) ma anche il successivo Alone Again Naturally vale tanto oro quanto pesa (in tutti i sensi)

  4. Gian Luigi Bona

    C’è stata qualche ristampa da quando hai scritto l’articolo Eddy ?

  5. Gian Luigi Bona

    “From A Whisper To A Scream” trovato e ordinato !

  6. L’ennesimo grazie per avermi fatto scoprire un nuovo mondo!

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