Roddy Frame – Seven Dials (AED)

Roddy Frame - Seven Dials

Album atteso nel senso letterale del termine questo quarto da solista con il quale Roddy Frame festeggia, con qualche mese di ritardo, il cinquantesimo compleanno. Risaliva difatti al 2006 il terzo, “Western Skies”, e un paio di domande mi salgono spontanee alle labbra, essendo la prima “ma di che vive?”. Vero che i suoi Aztec Camera erano frequentatori abituali delle classifiche perlomeno patrie, ma hit clamorose non ne ebbero e dopo trent’anni il fiume dei diritti d’autore dovrebbe essere ridotto a un rigagnolo. E manco a dire che campi di concerti, visto che la frequenza degli spettacoli dal vivo non è granché superiore a quella delle uscite discografiche. Quesito numero due: ma qualcuno lo aspettava davvero “Seven Dials”? Tolti i cultori d’antan, quelli della mia e della sua età o non granché più giovani. Che a cinque settimane, nel momento in cui scrivo, dalla pubblicazione le recensioni si contino sulle dita delle mani e siano apparse quasi tutte su testate che si indirizzano a un pubblico attempato (“Mojo” come “Uncut” o “Q Magazine”) la dice lunga al riguardo. Peccato, ma sul serio, e però colpa in larga parte dello stesso Frame.

Quei pochi che nel cuore custodiscono gelosamente il ricordo di un pop con le chitarre fra i più spumeggianti e insieme stilosi di sempre (tipo i Velvet del terzo LP ma accasati alla Motown e alle prese con “Pet Sounds” e “Forever Changes”) e l’affetto per colui che fu un ragazzo prodigio (gli Aztec Camera esordivano nel 1981, fatevi due conti) e dunque un’ascoltata a “Seven Dials” la daranno verranno premiati da altri dieci articoli sempre “in stile” e affatto degni di quasi qualunque altro apparso in precedenza nello smilzo catalogo. Ma basterebbero anche solo la melodia sontuosa e il tocco Byrds di Into The Sun a giustificarne l’esistenza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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6 commenti

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6 risposte a “Roddy Frame – Seven Dials (AED)

  1. Gian Luigi Bona

    Grazie Venerato, mo’ me lo segno !

  2. Enrico

    …eppure che bello, quest’album!! Una delle rarisssssime volte in cui ti ho persino preceduto, Maestro!! Compito per casa: scoprire perchè fa così pochi concerti, come campa, cosa fa!?!??!

  3. alia

    io sono del 76 e anagraficamente ho scoperto gli Aztec molto tardi ma Roddy per me è un gigante. sono uno dei pochi che preferisce “High land, hard rain” a “steve mcqueen” e comunque gli Aztec ai PS. sono molto contento di questo ritorno e ancora di più di poterlo vedere dal vivo a milano per la prima volta quest’ottobre. p.s. per me “Love” è un grandissimo disco e “somewhere in my heart” una delle canzoni più belle mai scritte.

  4. Enrico

    Roddy in concerto!?!? e in Italia!??!?!

  5. Per quanto mi riguarda, come “campa” Roddy Frame, non credo sia di vitale importanza per capire il suo percorso musicale.
    Roddy ha fatto una scelta, da che mi risulta, di uscire dal giro delle grandi case discografiche e fare la musica che preferisce. i rari concerti che fà ( sono andata a sentirlo in Inghilterra e Scozia più volte) , sono delle chicche , perlomeno io li vedo cosi , come quelli fatti a Dicembre dell’anno scorso per celebrare i 30 anni di High land Hard rain, in cui ha regalato ai fans anche piccoli gioielli, come i primi brani scritti ed inediti, “green jacket grey “ e “Spirit shows”…. Vere perle per chi ha avuto la fortuna di ascoltarle. …
    Ha sempre detto di non amare il mondo dello Showbiz in generale, e credo sia rimasto coerente con le sue idee..
    spero che nel concerto di ottobre , la sua voce e la sua chitarra possano conquistare il pubblico, mi auguro venga tanta gente, io sarò sicuramente in prima fila… , perché lui non è solo SOMEWHERE IN MY HEART, ma molto , molto di più, e penso si meriti di essere apprezzato come musicista e per il percorso che ha fatto .
    Ogni album ha la sua perla, alcuni ne hanno più di una ( vedi il capolavoro acustico Surf)..e anche Seven Dials ha dei picchi come In orbit o English Garden…che mi auguro di ascoltare dal vivo…

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