The Cure 1978-1996 (15): Wish

Wish

Open. High. Apart. From The Edge Of The Deep Green Sea. Wendy Time. Doing The Unstuck. Friday I’m In Love. Trust. A Letter To Elise. Cut. To Wish Impossible Things. End.

Fiction, aprile 1992 (album doppio; la versione su CD è singola) – Registrato presso i Manor Studios, nell’Oxfordshire. Mixato presso gli Olympic Studios di Londra – Tecnici del suono: David M. Allen e Steve Whitfield – Produttori: David M. Allen e The Cure.

Oltre un’ora e un quarto (“Kiss Me Kiss Me Kiss Me”), 72’27” (“Disintegration”), 66’22” (“Wish”): se da un decennio in qua intervalli sempre più lunghi separano ogni nuovo album in studio dei Cure dal predecessore, quando la banda Smith raggiunge i negozi con un LP c’è di che ascoltare e analizzare. Pubblicato a esattamente due anni di distanza da “Disintegration”, “Wish” è altrettanto generoso di titoli (una dozzina) e appena meno di minutaggio. La cosa fuori dal comune per lavori così lunghi è che ben poco a essi potrebbe venire sottratto senza rimpianti, al massimo due o tre canzoni cadauno dai primi due e nessuna dal terzo. Ragguardevole impresa per un gruppo che all’altezza di quest’album festeggiava il quindicennale.

Sopravvissuti brillantemente alla new wave (i migliori dell’esiguo lotto: sciolti i New Order, ridottisi i Banshees a patetica parodia dei tempi che furono, solo i Fall reggono dignitosamente il confronto) e alla moda dark di cui furono iniziatori fra i più inconsapevoli (“Non eravamo gotici, solo depressi”, puntualizzò Smith in un’intervista del 1992), con “Wish” i Cure fecero un ingresso trionfale negli anni ’90, sia sotto il profilo commerciale (negli Stati Uniti il disco esordì al numero 2 nelle classifiche di “Billboard”) che sotto quello artistico. Il lunghissimo tour che seguì, e che frutterà ben due LP dal vivo, li ribadì – è un po’ una contraddizione in termini, ma tant’è – il più popolare gruppo “di culto” del pianeta.

Fra i rocckettari di successo questo è invero peculiare dei Cure: che sono riusciti, pur vendendo milioni di dischi e suonando negli stadi, a mantenere l’aura della formazione underground. E il ricambio generazionale nel loro pubblico è stato costante: a tanti fra i loro fans odierni c’era ancora necessità di cambiare i pannolini quando John Peel iniziò a programmare a spron battuto Killing An Arab. Anche questo, probabilmente, ha contribuito a mantenerli “giovani”, come devono avere contribuito i numerosi cambi di formazione, autentiche trasfusioni di sangue fresco.

Il nuovo arrivato in “Wish” si chiama Perry Bamonte e si divide fra chitarre e tastiere, con prevalenza delle seconde. Il rimpiazzo di Tolhurst non era ad ogni modo una faccia inedita per l’ambiente, poiché sin dal 1984 faceva parte dell’entourage dei tecnici al seguito nei concerti. Agevole dunque il suo inserimento.

La canzone che tutti ricordano di “Wish” – di più: la canzone che conoscono anche quelli che non conoscono i Cure e la canzone dei Cure che piace a quelli a cui i Cure non piacciono – è Friday I’m In Love, con The Love Cats il babà pop più gustoso sfornato dalla premiata pasticceria Smith nei suoi primi tre lustri di attività. È una canzonetta irresistibile, che traffica con il jingle jangle alla stessa maniera con cui gli amabili gatti avevano pacioccato con il jazz più swingante otto anni e mezzo prima. Fu un enorme e strameritato successo a 45 giri ma non è un brano rappresentativo dell’album nel suo insieme. Molto di più lo è, ad esempio, l’altrettanto bella To Wish Impossible Things, lenta, trasognata, percorsa dalla suadente viola, gitana e psichedelica nel contempo, dell’ospite Kate Wilkinson.

Se questi sono gli apici di “Wish”, ognuno degli altri dieci brani che gli danno vita persuade, ammalia, conquista incondizionatamente, tanto che senza tema di smentite si può affermare essere questo, nel complesso, il lavoro più riuscito dei Cure dai tempi di “Pornography”.

A parte Friday I’m In Love, le canzoni più vivaci del lotto sono Wendy Time e Cut. Quest’ultima è un bell’esempio di rock da grande arena: tirata, debordante, corteggia spericolatamente la retorica senza inciamparci mai sopra. La prima galoppa invece spronata da un basso funky e da una melodia insidiosa. Smith gioca a fare il cantante soul e, senza volerlo dare a intendere, ha l’aria di divertirsi assai.

Sul versante “up” si possono collocare ancora Doing The Unstuck, lievemente appesantita dall’arrangiamento ma che dall’inclinazione al kitsch non si fa comunque tarpare le ali, e High, che è malinconica, sì, però pure briosa, scintillante. Open e End, che prevedibilmente inaugurano l’album e vi appongono la parola “fine”, respirano a pieni polmoni l’aria del 1992: uno spiritello adolescenziale, un Teen Spirit (come in Smells Like…), vi si aggira tenendo alto il ritmo (soprattutto in Open), prendendo a calci le scatolette dei distorsori per chitarra, fischiettando melodie epiche, riflessive, dolenti. Con aria di sfida.

Su un versante “down” possono essere situati i brani restanti. Cominciando con Apart, che con le sue tastiere ombrose e le chitarre arpeggiate sullo sfondo si colloca stilisticamente a mezza via fra il secondo e il terzo LP della banda Smith, e proseguendo con il tempo medio di From The Edge Of The Deep Green Sea, in cui la chitarra di Thompson ha agio di infiorettare e guarnire come le aggrada. Parecchio più scarne sono Trust e A Letter To Elise, l’ultima soprattutto, che anche ridotta a voce e chitarra resterebbe incantevole. Per intanto, si prenota come uno dei momenti indimenticabili di un ipotetico “Unplugged”.

Oltre alla strepitosa qualità delle canzoni, è il sapiente alternarsi di vuoti e pieni, di assalti rock e romantici struggimenti – e a dominare il tutto l’apoteosi pop di Friday I’m In Love, così fuori posto in apparenza e proprio per questo imprescindibile per gli equilibri generali – a rendere “Wish” il capolavoro che è. Mentre vi lavoravano Smith e compagni carezzarono per qualche tempo l’idea di scinderlo in due distinti LP, mettendo su uno i brani più sostenuti ritmicamente e sull’altro gli episodi più tendenti al dark. Ci ripensarono per fortuna (il progetto troverà un’altra realizzazione nella coppia di live “Show”/“Paris”).

“Wish”, che modera la tendenza all’arrangiamento strabordante che si era fatta strada sin da certe pagine di “Pornography” e affermata in pieno in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” e in “Disintegration”, vede i Cure volteggiare come acrobati da un trapezio all’altro, senza rete, a un’altezza vertiginosa, impegnati in un esercizio difficilissimo. Basterebbe un errore da nulla per fare loro mancare la presa e farli sfracellare al suolo. Ma non sbagliano mai. Il numero è perfetto. Scrosciano gli applausi.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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