Whole Lotta Love (per Robert Plant)

Robert Plant

Buon compleanno a Robert Plant, che ne fa oggi sessantasei ma li festeggerà sul serio solo il prossimo 8 settembre, quando arriverà nei negozi il suo decimo lavoro da solista, “Lullaby… And The Ceaseless Roar”. Scommetto fin d’ora sulla sua qualità e per intanto ne celebro l’artefice ripescando le recensioni di due delle sue uscite post-Zeppelin più convincenti.

Robert Plant & The Strange Sensation - Mighty ReArranger

Mighty ReArranger (2005)

Un paio di numeri di “Extra” or sono ed era quello con i Led Zeppelin in copertina, in un box all’interno dell’articolo dedicato al Dirigibile si annunciava l’imminenza dell’uscita di un album di Robert Plant, descritto dal cantante come “una collezione in bassa fedeltà di ballate folk e la sua cosa migliore di sempre”, naturalmente dopo il gruppo di cui sopra. Sempre diffidare del rocker (tantopiù della rockstar) che oltre che dei figli ha pure dei nipoti e dichiara il suo nuovo disco quanto di meglio abbia realizzato dai primi ’70 o all’incirca: di patetici esempi al riguardo si potrebbero riempire colonne. Però Percy si è dimostrato negli anni uomo fededegno, la sua carriera solistica dignitosa, le due rimpatriate con Page, “No Quarter” e “Walking Into Clarksdale”, molto di più. Quasi quasi si poteva credergli. Ebbene, ha mentito. A metà, essendoci sì un tot di folk in “Mighty ReArranger” (All The King’s Horses una ballatona dritta dal secondo lato di “III”) ma niuna traccia di bassa fedeltà e soprattutto tanto d’altro che in effetti lo rende, e in questo ha viceversa asserito il vero, la sua uscita in proprio più rimarchevole. Detto fra noi: superiore a minimo tre degli articoli del catalogo Zeppelin. A proposito dei quali: sono loro che incontrano Gene Vincent per una jam in Kashmir a declinare Another Tribe, strepitoso incipit che certifica immediatamente l’eccezionalità dell’album. Torneranno spesso, ben presenti nel vortice di chitarre massicce di una Freedom Fries che è poco meno che un’altra Black Dog come nel John Lee Hooker hardizzato della title track e questo se dei Led Zeppelin si vuole considerare solo il versante più muscolare. Tenendo da conto che di folk e blues si nutrirono da subito e più avanti trafficheranno con quella che non si chiamava ancora world music, “Mighty ReArranger” è esattamente il disco che potrebbero inventarsi oggi, oppure quello che purtroppo non fecero in luogo di “In Through The Out Door”.

Pure a questo è servito il breve rinnovarsi del sodalizio con Page: a far fare pace a Plant con un passato del quale è sempre stato orgoglioso ma che troppo a lungo ha avvertito come un qualcosa da cui distanziarsi assolutamente, a costo di qualche forzatura. Qui è come se fosse infine tornato a casa e non si butta più via niente: una Tin Pan Valley che parte leggiadra per deflagrare epica o l’araba Takamba, una Dancing In Heaven che sarebbe piaciuta al George Harrison più imbevuto di cultura indiana o l’acidissimo funk-blues Let The Four Winds Blow.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.19, autunno 2005.

Robert Plant & Alison Krauss - Raising Sand

Raising Sand (con Alison Krauss, 2007)

Di Percy Plant il lettore conoscerà tutto o quasi: l’epopea zeppelliniana e magari qualche più o meno estesa porzione di una carriera solistica dignitosa anche nei momenti meno ispirati e con una formidabile vetta tre anni fa con quel “Mighty ReArranger” incensato pure su queste pagine. E che, riascoltato, moltiplica i dubbi sulla recente decisione di fare tornare a volare il Dirigibile, cosa decisamente altra rispetto al felice quanto estemporaneo rinnovo del sodalizio con il solo Page sanzionato nello scorso decennio da “No Quarter” e “Walking Into Clarksdale”. L’impressione – forte – è che oggi Page abbia un assoluto bisogno di Plant quando Plant non ne avrebbe nessuno di Page. Ma sarebbero discorsi lunghi e che fatalmente porterebbero fuori tema, quando magari non tutti i lettori hanno presente la biografia della Krauss, una parecchio popolare sulla sua sponda dell’Atlantico ma appena un culto su questa. E allora: violinista provetta e somma divulgatrice del bluegrass; fanciulla prodigio che firmava il primo contratto discografico nell’85, a quattordici anni, e pubblicava il primo album a sedici; vincitrice di più premi di quanti se ne possano elencare qui e nel 1995 numero due nella classifica country e nei Top 10 di quella pop con una raccolta che radunava il meglio delle uscite precedenti. Era nata una stella, ma che dodici anni dopo il matrimonio con una assai più anziana e luminosa, e proveniente da tutt’altra galassia, potesse funzionare era scommessa a un primo sguardo azzardata. E invece…

Invece – decisiva complice la produzione di un T-Bone Burnett sempre pronto a levigare gli spigoli e seppiare istantanee odierne in bianco e nero come fossero scatti da un passato mitologico – funziona meravigliosamente ed esattamente perché né ci troviamo dinnanzi dei Led Zeppelin unplugged né alle prese con un secondo “O Brother, Where Art Thou?”. Ci si incontra altrove, a più riprese dalle parti ove Gram Parsons ed Emmylou Harris presentarono istanze di immortalità. Facile immaginarli alle prese con Killing The Blues come con Please Read The Letter, o ancora con Stick With Me Baby. Ci si sorprende a cercare la firma di Parsons sotto Through The Morning, Through The Night e invece c’è quella di un altro Byrd, Gene Clark, autore anche di una Polly Come Home fatta rada e spettrale. Disco quasi tutto di cover e più di una lascia di stucco per l’estro dell’interpretazione: dura riconoscere gli Everly Brothers nello spigliato rockabilly (pur sostanzialmente fedele) di Gone Gone Gone (Done Moved On); ancora di più Townes Van Zandt nel massiccio incedere di una Nothin’ che, articolo unico in un catalogo di tredici, più di qualcosa di zeppelliniano ha. Unico? Riassaporo per l’ennesima volta il congedo Your Long Journey e nel quadernetto degli appunti scrivo accanto al titolo: Fairport Convention. Ci ripenso, cancello, sostituisco con The Battle Of Evermore.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.29, estate 2008.

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