The Cure 1978-1996 (16): Show

Show

Tape. Open. High. Pictures Of You. Lullaby. Just Like Heaven. Fascination Street. A Night Like This. Trust. Doing The Unstuck. The Walk. Let’s Go To Bed. Friday I’m In Love. Inbetween Days. From The Edge Of The Deep Green Sea. Never Enough. Cut. End.

Fiction, settembre 1993 (album doppio, sia su vinile che su CD) – Registrato dal vivo al Palace di Auburn Hills, Michigan, nell’estate del 1992 – Tecnico del suono: Greig Sangster – Produttori: Bryan “Chuck” New e Robert Smith.

Con il passare degli anni e il susseguirsi dei tour, i concerti dei Cure hanno finito per essere avvolti da un alone di leggenda che nella storia del rock ha dei precedenti soltanto nei Grateful Dead e in Bruce Springsteen. Come quelli del Morto Riconoscente e del Boss, i loro sono spettacoli parecchio più lunghi della media: già intorno al 1987 (il tour di “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”) si erano stabilizzati al di sopra delle tre ore. Come è abitudine di Springsteen, la scaletta è ogni sera diversa. E come quello dei Dead il pubblico che segue la banda Smith è estremamente composito per anagrafe ed estrazione sociale e straordinariamente fedele.

Nel 1981 il gruppo che fu del compianto Jerry Garcia aveva tentato un’operazione commerciale inedita facendo uscire due doppi album dal vivo, uno elettrico e uno acustico, ad appena sei mesi di distanza l’uno dall’altro. Dodici anni dopo i Cure azzarderanno ancora di più, pubblicando due live a un mese l’uno dall’altro. Anche in questo caso, trattasi di dischi per molti versi agli antipodi. “Show” riflette l’anima più pop della compagnia guidata da Robert Smith, “Paris” quella più oscura e tormentata: mettendoli insieme e mischiandone le scalette, e aggiungendo qualche classico dei primordi che manca all’appello perché già incluso in “Concert”, si ottiene un’esibizione standard del tour di “Wish”, a detta di molti uno dei più memorabili di sempre. Che le due anime dei Cure siano state separate chirurgicamente e che a rappresentare la prima sia stato scelto un concerto americano – negli Stati Uniti Smith e soci hanno raggiunto il grande successo con i 45 giri tratti da “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” – e a illustrare la seconda sia stato chiamato uno spettacolo parigino – in Francia i Cure sono da sempre delle stelle, ma il loro pubblico è rimasto molto legato allo stereotipo dark – offre chiavi di lettura particolarmente stuzzicanti. Fedeli a quella che ha caratterizzato sin dalle prime pagine di esegesi questo volumetto, non abbiamo dubbi: al ballottaggio votiamo per “Show”.

Registrato al Palace di Auburn Hills, nel Michigan, nell’estate del 1992, questo doppio LP nella sua ora e mezza di durata propone 2/3 della scaletta di “Wish” integrandoli principalmente con estratti di “Disintegration”, “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” (sorprendentemente, uno solo) e “The Head On The Door”. Ci sono anche una Never Enough ancora più incandescente che nella versione in studio inclusa in “Mixed Up” e The Walk. Ma la presenza più sorprendente è quella di Let’s Go To Bed, che Robert Smith aveva sempre detto di detestare e che, risalendo al 1982, è la canzone più stagionata del lotto. Nessun brano, dunque, del periodo in cui negli Stati Uniti i Cure erano un oggetto di culto per una ristrettissima congregazione di fedeli.

Il primo dei due dischi è eccellente, ma è il secondo a fare di “Show” il migliore dei quattro album dal vivo di Smith e compagni e uno dei live più frizzanti (e sottovalutati) della prima metà degli anni ’90. Si presenta già alla grande, con una Doing The Unstuck più sobria e nello stesso tempo più trascinante di quella di “Wish”, prosegue con l’esaltazione funky di The Walk e Let’s Go To Bed e raggiunge quella che si scommetterebbe essere l’apoteosi con il pop scintillante e dolcissimo di Friday I’m In Love. Ma il meglio deve ancora venire. Robert Smith accenna sornione alla chitarra il riff di All Day And All Of The Night dei Kinks e subito dopo il gruppo si lancia in una versione capolavoro di Inbetween Days.

La citazione del classico davisiano, uno dei testi di riferimento del garage di ogni epoca, è un segnale lampeggiante che dice che da lì in avanti i Cure sveleranno un’anima rock’n’roll – lì, nella terra che al rock’n’roll ha dato i natali – che pochi avrebbero loro riconosciuto. Gli ultimi quattro brani vedono all’opera un gruppo in forma smagliante e lanciato a testa bassa sui sentieri di un rock tanto irruento da sfiorare l’hard. Never Enough si conferma omaggio a Hendrix ma nello stesso tempo va a confrontarsi anche con gli artisti della Seattle di questo decennio (ed è una bella partita). Se questo è rock da stadio, viva il rock da stadio.

Suonare a volume esagerato.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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