Il Van Morrison più sottovalutato: Veedon Fleece

Van Morrison - Veedon Fleece

Chiusura di un cerchio perfetto come la proverbiale “o” di Giotto, fratello minore con il torto – se così si può chiamare – di giungere molto dopo uno dei pochi capolavori della musica popolare del Novecento capaci di riscuotere consensi unanimi: punto e a capo che lascerà lungamente sospeso il discorso, “Veedon Fleece” è nettamente – già all’uscita e tuttora, benché in trentaquattro anni il culto sia pian piano cresciuto – l’album più sottovalutato dell’uomo di Belfast. Uno dei quattro o cinque più rimarchevoli in un catalogo che conta tre buone dozzine di articoli. Il solo in qualche modo e misura accostabile a quell’“Astral Weeks” il cui glorioso bagliore però ne impallidisce e sfuma ulteriormente i toni crepuscolari: e dire che la luce che sul davanti dell’iconica confezione spiove sull’incravattato artista e i suoi cani si scommetterebbe quella di un primissimo mattino curvo sotto il peso delle sue promesse. Altre di promesse erano state appena infrante, dolorosamente. Alzi la mano chi non ha invidiato il giovane Dylan sottobraccio a Suze Rotolo sulla copertina di “The Freewheelin’”. Alzi la mano chi spalancandone un’altra di copertina, quella di “Moondance”, non si innamorò della ninfa silvana che vi si accompagna a Van The Man. Vi fece cadere in ginocchio in foto, figurarsi vera. Divenuta la signora Morrison a qualche mese da quegli scatti, Janet Planet chiedeva il divorzio nel 1973.

E allora, via. Via dagli Stati Uniti e ben ritrovata, Irlanda. Fisicamente l’album che per il Nostro resterà l’ultimo per tre anni è registrato fra la California e New York, ma l’anima è già al di là dell’oceano. È il disco del ritorno a casa e oltre che nelle atmosfere è negli intarsi che lo si coglie: ad esempio nel flauto che colpisce al cuore – gli archi saette che si infiggono intorno nel corpaccione di Van Sebastiano – le trame di jazz e di blues di Streets Of Arklow. “Veedon Fleece” si apre felpato e suadente con il basso felino e il piano quietamente trillante di Fair Play; vorrebbe congedarsi disperato, con l’invito sporto sapendo che verrà disatteso di Come Here My Love, ma ci ripensa e si dissolve nelle brume di misticismo di Country Fair. In mezzo, fra il meraviglioso resto: i sentori di whiskey e terra bagnata di Linden Arden Stole The Highlights; una Madame George ansiogena chiamata You Don’t Pull No Punches But You Don’t Push The River; il country esultante in cerca di una rivelazione di Bulbs. Esauritosi il periodo di transizione, Van Morrison piazzerà uno via l’altro qualcosa come sei – anche sette – album magnifici. Però tutti tessuti della medesima stoffa, ove “Veedon Fleece” fa storia altra e a sé.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.650, settembre 2008.

4 commenti

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4 risposte a “Il Van Morrison più sottovalutato: Veedon Fleece

  1. antonio

    Linden Arden stole the highlights con quell’interpretazione vocale da brividi se la gioca coi pezzi più belli di Astral Weeks

  2. marktherock

    ebbene sì, dopo quello che tutti sapete è proprio questo qui il Van the Man che preferisco e che ho ascoltato di più in vita mia. Superiore a Moondance? Bestemmio? E che ci volete fare, ma così è. E nel mio piccolo di vanmorrisoniano eterodosso (per dire, mai uscito pazzo, ad esempio, per il pluridecorato No Guru etc.) ho davvero fatto di tutto per diffondere il Verbo di Veedon Fleece, per togliergli lo scettro di album più sottovalutato

  3. DaDa

    da parte mia carico la bestemmia: lo preferisco al pluridecorato Astral Weeks, che ha tracciato la strada del Ven Morrison solista, ma è meno coeso e forse risente maggiormente delle 46 primavere. E poi su Veedon Fleece c’è Streets of Arklow….

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