Buon compleanno Elvis (Costello)

Fa oggi cifra tonda – sessant’anni – Declan Patrick Aloysius MacManus, meglio noto con il nome d’arte di Elvis Costello. Lo omaggio omaggiando la canzone per me più bella fra le molte centinaia che recano in calce la sua firma: Shipbuilding.

Elvis Costello 1983 - Particolare della copertina di Punch The Clock

Ci sono canzoni che definiscono un’era. Ci sono canzoni che restano appiccicate per sempre alla pelle di chi ne è l’autore. Ci sono canzoni che sai a memoria e nondimeno ogni volta che le ascolti ti toccano nel profondo come la prima, e ti ricordi dov’eri, e cosa stavi facendo il giorno in cui fecero irruzione nella tua vita e tutto all’improvviso si fermò. La perfezione non è di questo mondo, ma ci sono canzoni perfette e Shipbuilding è una di queste. La migliore che Elvis Costello abbia mai scritto, e stiamo parlando di uno che ne ha scritto parecchie centinaia e pubblicato album a decine. Solo che non è proprio esatto dire che l’ha scritta lui, nel senso che il testo è suo ma la musica è di Clive Langer, che è uno che ha prodotto un sacco di dischi ma non ne ha mai realizzato uno in proprio, tolte alcune colonne sonore, tolti quelli come chitarrista degli oscurissimi (fuori dalla Gran Bretagna, in Gran Bretagna un culto) Deaf School. Non credo di conoscere nessun’altra canzone scritta almeno in parte da Langer ma Shipbuilding mi basta: è una di quelle che giustificano da sole un’esistenza. Non ho lo spazio per raccontarne per filo e per segno la genesi e mi limito a questo. Langer componeva la delicata melodia pianistica con in testa l’idea di affidarla a quattro diversi cantanti ma decideva poi che uno solo era davvero adatto e non poteva essere che Robert Wyatt. Insoddisfatto del testo che aveva buttato giù lo cestinava e chiedeva a Costello di scriverne lui uno, con un’unica generica indicazione: qualcosa che avesse a che fare con lo scorrere del tempo. Disattesa nel momento in cui il suo coetaneo (sono entrambi del ’54) adattava alla malinconia dello spartito versi ispirati da quel conflitto non dichiarato da operetta (quasi un migliaio di morti comunque li fece) che andava in scena proprio in quei giorni della primavera 1982 fra Argentina e Regno Unito, per il possesso delle isole Falklands o Malvinas che dir si voglia. Non è una canzone “di protesta”, Shipbuilding, ma qualcosa di infinitamente più sofisticato e pregnante, riflessione che si fa emozione su come una città costiera si risollevi dalla crisi economica grazie agli ordini di natura bellica che cominciano ad arrivare ai cantieri. I padri disoccupati potranno finalmente tornare al lavoro, per costruire navi come quelle sulle quali i figli si imbarcheranno, per andare a morire. Pubblicata su un singolo in agosto (iniziate il 2 aprile, le ostilità erano terminate il 14 giugno) la versione di Wyatt è meravigliosa. Ma quella di Costello, inclusa esattamente un anno dopo in “Punch The Clock” e lunga quasi due minuti in più (cinque contro tre), sconfina nel trascendentale. Era venuto in mente al nostro uomo che un assolo di tromba ci sarebbe stato proprio bene ed era il Miles Davis di “Sketches Of Spain” che aveva in testa. Fungeva da ben più che un surrogato un Chet Baker casualmente a Londra in quei giorni, presenza di cui Costello altrettanto casualmente veniva a sapere. Arrivato in sala d’incisione senza avere idea di chi fosse quell’estemporaneo datore di lavoro, il trombettista ascoltava tre o quattro volte il brano e poi registrava le sue parti. Buona la prima. È Chet Baker a rendere Shipbuilding, nella lettura di Elvis Costello, un qualcosa di indescrivibile. Ci sono assoli che giustificano un’esistenza e Shipbuilding ne contiene due.

Ci sono canzoni che per un verso schiacciano il disco che le contiene, sminuendo il resto del programma, e per un altro e all’opposto lo conservano nella memoria più bello di quanto non sia. Al netto di Shipbuilding, “Punch The Clock” resta un buon album ma forse il meno soddisfacente di quelli concepiti fino a quel momento dall’autore. Con il torto oltretutto di andare immediatamente dietro a un conclamato capolavoro quale “Imperial Bedroom”, classico di un pop troppo estraneo al suo tempo (un evidente modello la scuola di Tin Pan Alley) e raffinato per scalare le classifiche ma che aveva fatto impazzire la critica, definitivamente convinta della genialità di colui che appena un lustro prima era stato etichettato come un Buddy Holly punk e che già aveva stupito a più riprese spaziando dal power pop al soul, dalla new wave al country. Al netto di Shipbuilding, “Punch The Clock” è non più che una sfilata di brani gradevoli – più degli altri uptempo esuberanti come Let Them All Talk, Love Went Mad e TKO (Boxing Day), una ballata negra quale Everyday I Write The Book, l’errebì Pills And Soap – che la produzione patinata proprio di Clive Langer (con l’abituale partner Alan Winstanley) insieme fa datare e rende datati. Che ironia, eh? Nulla di scandaloso, ma lo cogli subito che non può essere stato inciso che poco prima della metà degli ’80, tanto di più se hai modo di coglierne appieno ogni dettaglio – dai fiati sferzanti al piano lievemente innaturale, dal particolare… uh… “punch” della ritmica all’uso di vari effetti di studio – grazie a una stampa fedelissima quale è quella recentemente approntata dai soliti noti della Mobile Fidelity e inclusa nella collana Original Master Recording. Non arriverei a sostenere che “Punch The Clock” suonava meglio quando suonava peggio ma…

Medesima la griffe, medesima dunque la distribuzione italiana “courtesy of Sound And Music”, non posso invece spendere che buone parole per un “King Of America” che per cominciare mi ha stupito per la dinamica, apprezzabile a dispetto dei cinquantotto minuti di durata, quando già mi apprestavo a deplorare che non si fosse deciso di rieditarlo in forma di doppio. Tutto fila invece liscio, grazie anche a una produzione originale (il titolare stesso in coppia con T-Bone Burnett) asciutta al punto di rischiare una certa aridità. Fotografia in bianco e nero, dai contorni piuttosto netti ma con le giuste sfumature, di un’eccezionale collezione di Americana approntata dall’artista anglo-irlandese circondando con tredici originali superbamente “in stile” un’agonizzante resa più Nina Simone che Animals di Don’t Let Me Be Misunderstood e una del cavallo di battaglia di J.B. Lenoir Eisenhower Blues. Nei ventotto anni trascorsi dacché la diede alle stampe il nostro eroe è stato ancora capace – e spesso – di sorprendere (anche appena un anno fa, dividendo un album con i Roots) ma così ispirato non ci è più stato dato di sentirlo. Tranne forse in “Painted From Memory”, del ’98 e una collaborazione con tal Burt Bacharach.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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8 commenti

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8 risposte a “Buon compleanno Elvis (Costello)

  1. Giancarlo Turra

    Che dici di “Spike”, VMO: troppo ondivago e speziato ? 😀

  2. Francesco

    A parte il giudizio su Punch, a mio avviso troppo severo, anche per me Costello è al culmine con king of america. Dopo ci saranno blood & chocolate e, per me, poco altro, anche se non è mai sceso sotto i livelli della decenza

  3. marktherock

    “Shipbuilding” si commenta da sola ascoltandola, “King of America” è superbo e, personalmente, pure imbattibile nella sua versione cd deluxe (come immensa mancia, il mini-Live coi “sedicenti Confederates”, che sono poi tra gli altri david hidalgo, jim keltner, mitchell froom, james burton, jerry scheff e lo stesso t-bone burnett…robetta, insomma). Dei tanti dischi successivi, uno dei più ingiustamente sottovalutati e al limite della cattiva fama per me è “All This Useless Beauty”. Però io ci sento belle grinte dei primordi (“Complicated Shadow”, “It’s Time”), sbarazzini teenage-rock (“Starting to Come to me”) ed eleganti sospensioni pop-soul (“The Other End of the Telescope”, “You Bowed Down”)

    • Giancarlo Turra

      A me piace un sacco ma un sacco davvero “Brutal Youth”, un bel guardarsi alle origini.

      • marktherock

        ma difatti, secondo me col Costello del dopo-1986 è un pò la vecchia questione del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. io lo vedo mezzo pieno, cioè un album straordinario (con Bacharach), alcuni più che validi (certamente tra questi “Brutal Youth”), altri dal livello medio assolutamente tra il buono e il decoroso (a parte il bruttino “The Delivery Man”).

  4. Rusty

    Ma Elvis, l’altro, è vivo?

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