Essential Yello (Anarchy & Electro In Switzerland)

Yello

Il punk più improbabile di tutti i tempi? Ha eccellenti possibilità di vincere il concorso il signor Dieter Meier, da Zurigo, solo Dieter in un singolo del 1978 su un’altrettanto improbabile Periphery Perfume in cui sbraita, con voce già un po’ fra Beefheart e Lydon, su un guerresco bailamme mediano fra i Pistols e una sorta di proto-oi. Ben poco rivelatore di quello che sarà ove viceversa è parecchio rivelatore il titolo, Cry For Fame. Potete provare a rintracciare l’originale su eBay a qualche centinaio di euro oppure, più saggiamente giacché si sta nel periglioso mezzo fra la curiosità storica e la semplice ciofeca, aspettare di imbattervi in una delle raccolte di oscurità post-settantasettine che lo contengono. Con il senno di poi, ci si fa comunque una bella risata. Immaginarselo Herr Meier – sosia di David Niven, industriale di benestantissima famiglia, cineasta, giocatore d’azzardo ai massimi livelli e di golf pure – che urla su un palco, vestito di pelle e magari con uno spillone in una guancia, magari sotto un diluvio di sputi: anarchy in Switzerland, oh yeah! Non che a pensarci bene il decisamente più rilevante resto della sua vicenda artistica paia meno bizzarro, visto che ben poche sigle non di area anglofona hanno goduto nella sciovinista Albione dell’appoggio incondizionato della stampa che accompagnò nella prima metà degli anni ’80 gli Yello, né se ne ricordano molte capaci di attirare cultori così distanti fra loro come i Residents e Afrika Bambaataa. I misteriosi Californiani si accendevano di entusiasmo nel 1979 per una travolgente premonizione di techno impazzita intitolata Bostich, e attaccolenta invero, e prontamente mettevano sotto contratto il gruppo formato qualche mese prima dal compositore polistrumentista Boris Blank e da Carlos Peron (nastri; durerà tre album) e cui Meier si era aggiunto solo in un secondo momento. I primi due LP negli Stati Uniti usciranno dunque griffati Ralph. Sempre Bostich conquistava il pioniere dell’hip hop e diventava immancabile nelle sue scalette, uno dei brani simbolo di un locale simbolo, il Roxy, degli albori di ’80 newyorkesi: influente in tal senso quasi quanto Trans Europe Express dei Kraftwerk, il complesso cui con migliore approssimazione possono essere accostati gli Svizzeri, in realtà di difficilissima collocazione e a loro volta assai influenti. Per non fare che un nome: i Pet Shop Boys sono spesso sembrati una loro versione meno policroma e più (seppur sempre con bella ironia) sentimentale.

Degli Yello la Universal ha appena ristampato, in edizioni cartonate e con un sontuoso contorno di bonus, i primi sei album, quelli che videro la luce in origine fra il 1980 e il 1988. È quasi metà di una discografia tuttora in divenire (l’ultima uscita del 2003) ma da tempo priva di guizzi e c’è tutto quello che merita avere. Tre bisognerebbe proprio averli, se si nutre un minimo di interesse per il pop elettronico più estroso. L’indispensabile è il debutto “Solid Pleasure”, forte oltre che della summenzionata Bostich dell’elettro-funk virato Devo di Bimbo e dell’exotica similmente devoluta di Downtown Samba, del kraut-reggae Rock Stop e di una Coast To Polka da Penguin… Robot Orchestra, di una Stanztrigger che manda in collisione batucada e go-go e di una Bananas To The Beat che preconizza la boutade dei Kraftwerk latini di Señor Coconut. Ma l’intera scaletta andrebbe citata e che dire allora di una Blue Green che innesta su una base Tangerine Dream vocalismi zappiani e una chitarra che si corre a guardare i crediti per avere conferma che sia quella (non lo è) di quell’altro genio inclassificabile di Snakefinger? Facile intendere cosa ci scorsero i Residents. Il poco meno che imprescindibile è il successore “Claro que si”, altra gemma di elettronica fondata su primitivi e ingegnosissimi campionamenti quando la diffusione dei campionatori era ancora a venire. Con all’esatto centro il dittico quintessenzialmente residentsiano She’s Got A Gun/Ballet mecanique e momenti altissimi in una Daily Disco che ipotizza Moroder come terzo incomodo fra Ralf e Florian e in una gigiona Pinball Cha Cha (e tanti saluti a Tommy), nell’arabeggiante Ouad el Habib e nel funk-rock con elettrica imbizzarrita, teutonico e clintoniano, The Lorry. Il comunque fortemente consigliato è “One Second”, soprassalto di verve datato ’88 dopo che gli ognimmodo apprezzabili “You Gotta Say Yes To Another Excess” e “Stella” (’85 e ’87) avevano evidenziato una certa adesione a un canone techno-pop meno spigoloso (pur sempre relativa e valgano come significative e antipodiche eccezioni una schizoide Crash Dance e il jazzeggiare dinoccolato di Swing). In “One Second” si punta decisamente la pista da ballo, quantunque restando all’interno della forma-canzone, e di nuovo baluginano stupefacenti lampi di futuro, come la house latina di La habanera, quella afro di Santiago, quella tutta scatti e scilinguagnolo di Goldrush. Occhio al contrario volto a un passato che mette insieme Yma Sumac, il soul e i Jefferson (canta Shirley Bassey: chapeau!) in un’inverosimile quanto meravigliosa The Rhythm Divine.

Urgerebbe a questo punto, per rendere completamente giustizia all’avanguardistico sodalizio, che il da lungi introvabile VHS “Essential Yello” (prova provata della bravura registica di Meier) venga riversato in DVD.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.619, febbraio 2006.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...