Archivi del mese: agosto 2014

Dave Alvin & Phil Alvin – Common Ground (Yep Roc)

Dave Alvin & Phil Alvin - Common Ground

Nei primi ’80 tre gruppi mantennero vivo e popolare il verbo del rock’n’roll. I più selvaggi erano i Cramps, i più simpatici gli Stray Cats, ma quelli che più mi sono rimasti nel cuore sono i Blasters: quanto di più simile ai Creedence – pure nelle loro fila due fratelli – abbia avuto in sorte la generazione cresciuta a punk e new wave. “Abbiamo avuto il blues della Louisiana e quello del Delta/Abbiamo avuto il country, lo swing e il rockabilly/Abbiamo avuto il jazz, il country’n’western e il blues di Chicago/È la musica più grande che tu abbia mai conosciuto/È musica americana/È il suono più bello in arrivo dagli USA” cantavano nella canzone che intitolava nel 1980 il primo LP e a tale formula si mantennero fedeli per sei anni e quattro splendidi, anfetaminici album. E poi basta, fatta salva l’occasionale rimpatriata della formazione originale, perché teneteli insieme voi due fratelli nati per suonare in coppia ma per il resto competitivi e polemici su tutto. “Qualche volta litighiamo”, ammette con un sorriso Dave (di altissimo livello la sua carriera da solista), “ma mai su Big Bill Broonzy” e meno male, ché se no non avremmo potuto goderci questo eccezionale tributo a colui che già negli anni ’30 cominciò a gettare le fondamenta di quello che sarà il blues elettrico e dunque, indirettamente, del rock’n’roll stesso.

Altro che roba da museo! Poco o nulla è uscito in questa prima metà di anno di al pari fresco, divertente, eccitante. Disco travolgente anche quando il passo non è particolarmente svelto, con apici da urlo in una All By Myself contemporaneamente marziale e ludica, in un Southern Flood Blues tagliente e sferragliante, nel rockabilly a rotta di collo Truckin’ Little Woman. Disco suonato benissimo e registrato idem, il che non guasta mai.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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The Cure 1978-1996 (15): Wish

Wish

Open. High. Apart. From The Edge Of The Deep Green Sea. Wendy Time. Doing The Unstuck. Friday I’m In Love. Trust. A Letter To Elise. Cut. To Wish Impossible Things. End.

Fiction, aprile 1992 (album doppio; la versione su CD è singola) – Registrato presso i Manor Studios, nell’Oxfordshire. Mixato presso gli Olympic Studios di Londra – Tecnici del suono: David M. Allen e Steve Whitfield – Produttori: David M. Allen e The Cure.

Oltre un’ora e un quarto (“Kiss Me Kiss Me Kiss Me”), 72’27” (“Disintegration”), 66’22” (“Wish”): se da un decennio in qua intervalli sempre più lunghi separano ogni nuovo album in studio dei Cure dal predecessore, quando la banda Smith raggiunge i negozi con un LP c’è di che ascoltare e analizzare. Pubblicato a esattamente due anni di distanza da “Disintegration”, “Wish” è altrettanto generoso di titoli (una dozzina) e appena meno di minutaggio. La cosa fuori dal comune per lavori così lunghi è che ben poco a essi potrebbe venire sottratto senza rimpianti, al massimo due o tre canzoni cadauno dai primi due e nessuna dal terzo. Ragguardevole impresa per un gruppo che all’altezza di quest’album festeggiava il quindicennale.

Sopravvissuti brillantemente alla new wave (i migliori dell’esiguo lotto: sciolti i New Order, ridottisi i Banshees a patetica parodia dei tempi che furono, solo i Fall reggono dignitosamente il confronto) e alla moda dark di cui furono iniziatori fra i più inconsapevoli (“Non eravamo gotici, solo depressi”, puntualizzò Smith in un’intervista del 1992), con “Wish” i Cure fecero un ingresso trionfale negli anni ’90, sia sotto il profilo commerciale (negli Stati Uniti il disco esordì al numero 2 nelle classifiche di “Billboard”) che sotto quello artistico. Il lunghissimo tour che seguì, e che frutterà ben due LP dal vivo, li ribadì – è un po’ una contraddizione in termini, ma tant’è – il più popolare gruppo “di culto” del pianeta.

Fra i rocckettari di successo questo è invero peculiare dei Cure: che sono riusciti, pur vendendo milioni di dischi e suonando negli stadi, a mantenere l’aura della formazione underground. E il ricambio generazionale nel loro pubblico è stato costante: a tanti fra i loro fans odierni c’era ancora necessità di cambiare i pannolini quando John Peel iniziò a programmare a spron battuto Killing An Arab. Anche questo, probabilmente, ha contribuito a mantenerli “giovani”, come devono avere contribuito i numerosi cambi di formazione, autentiche trasfusioni di sangue fresco.

Il nuovo arrivato in “Wish” si chiama Perry Bamonte e si divide fra chitarre e tastiere, con prevalenza delle seconde. Il rimpiazzo di Tolhurst non era ad ogni modo una faccia inedita per l’ambiente, poiché sin dal 1984 faceva parte dell’entourage dei tecnici al seguito nei concerti. Agevole dunque il suo inserimento.

La canzone che tutti ricordano di “Wish” – di più: la canzone che conoscono anche quelli che non conoscono i Cure e la canzone dei Cure che piace a quelli a cui i Cure non piacciono – è Friday I’m In Love, con The Love Cats il babà pop più gustoso sfornato dalla premiata pasticceria Smith nei suoi primi tre lustri di attività. È una canzonetta irresistibile, che traffica con il jingle jangle alla stessa maniera con cui gli amabili gatti avevano pacioccato con il jazz più swingante otto anni e mezzo prima. Fu un enorme e strameritato successo a 45 giri ma non è un brano rappresentativo dell’album nel suo insieme. Molto di più lo è, ad esempio, l’altrettanto bella To Wish Impossible Things, lenta, trasognata, percorsa dalla suadente viola, gitana e psichedelica nel contempo, dell’ospite Kate Wilkinson.

Se questi sono gli apici di “Wish”, ognuno degli altri dieci brani che gli danno vita persuade, ammalia, conquista incondizionatamente, tanto che senza tema di smentite si può affermare essere questo, nel complesso, il lavoro più riuscito dei Cure dai tempi di “Pornography”.

A parte Friday I’m In Love, le canzoni più vivaci del lotto sono Wendy Time e Cut. Quest’ultima è un bell’esempio di rock da grande arena: tirata, debordante, corteggia spericolatamente la retorica senza inciamparci mai sopra. La prima galoppa invece spronata da un basso funky e da una melodia insidiosa. Smith gioca a fare il cantante soul e, senza volerlo dare a intendere, ha l’aria di divertirsi assai.

Sul versante “up” si possono collocare ancora Doing The Unstuck, lievemente appesantita dall’arrangiamento ma che dall’inclinazione al kitsch non si fa comunque tarpare le ali, e High, che è malinconica, sì, però pure briosa, scintillante. Open e End, che prevedibilmente inaugurano l’album e vi appongono la parola “fine”, respirano a pieni polmoni l’aria del 1992: uno spiritello adolescenziale, un Teen Spirit (come in Smells Like…), vi si aggira tenendo alto il ritmo (soprattutto in Open), prendendo a calci le scatolette dei distorsori per chitarra, fischiettando melodie epiche, riflessive, dolenti. Con aria di sfida.

Su un versante “down” possono essere situati i brani restanti. Cominciando con Apart, che con le sue tastiere ombrose e le chitarre arpeggiate sullo sfondo si colloca stilisticamente a mezza via fra il secondo e il terzo LP della banda Smith, e proseguendo con il tempo medio di From The Edge Of The Deep Green Sea, in cui la chitarra di Thompson ha agio di infiorettare e guarnire come le aggrada. Parecchio più scarne sono Trust e A Letter To Elise, l’ultima soprattutto, che anche ridotta a voce e chitarra resterebbe incantevole. Per intanto, si prenota come uno dei momenti indimenticabili di un ipotetico “Unplugged”.

Oltre alla strepitosa qualità delle canzoni, è il sapiente alternarsi di vuoti e pieni, di assalti rock e romantici struggimenti – e a dominare il tutto l’apoteosi pop di Friday I’m In Love, così fuori posto in apparenza e proprio per questo imprescindibile per gli equilibri generali – a rendere “Wish” il capolavoro che è. Mentre vi lavoravano Smith e compagni carezzarono per qualche tempo l’idea di scinderlo in due distinti LP, mettendo su uno i brani più sostenuti ritmicamente e sull’altro gli episodi più tendenti al dark. Ci ripensarono per fortuna (il progetto troverà un’altra realizzazione nella coppia di live “Show”/“Paris”).

“Wish”, che modera la tendenza all’arrangiamento strabordante che si era fatta strada sin da certe pagine di “Pornography” e affermata in pieno in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” e in “Disintegration”, vede i Cure volteggiare come acrobati da un trapezio all’altro, senza rete, a un’altezza vertiginosa, impegnati in un esercizio difficilissimo. Basterebbe un errore da nulla per fare loro mancare la presa e farli sfracellare al suolo. Ma non sbagliano mai. Il numero è perfetto. Scrosciano gli applausi.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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James – La petite mort (Cooking Vinyl)

James - La petite mort

C’è vita dopo la morte? Se lo chiedete ai James vi risponderanno che loro addirittura sono stati capaci di tornare indietro. Per quanto si trattasse con ogni evidenza di morte apparente, sopraggiunta una prima volta – artisticamente – nel ’95, quando se ne andava il chitarrista Larry Gott ed era un po’ come se The Edge lasciasse gli U2, e una seconda nel 2001, quando il cantante Tim Booth si arrendeva infine all’evidenza che senza costui non erano più i James e ne decretava lo scioglimento. Ma da lì a sei anni la compagnia si riformava, Gott compreso, e con questo sono quattro gli album dati alle stampe da allora: complessivamente forse meglio dei tre pubblicati dalla formazione priva di Gott, per quanto la trilogia licenziata fra il ’90 e il ’93 “Gold Mother”/“Seven”/“Laid” risulti inavvicinabile, per i James e probabilmente per chiunque alle prese con il pop e le chitarre nell’Inghilterra post-Smiths.

C’è vita dopo la morte? Chiedetelo a Tim Booth, che nei quattro anni trascorsi dall’uscita dei complementari “The Night Before” e “The Morning After” ha perso la madre e il migliore amico. “Let’s inspire, let’s inflame, create art from our pain” risponde affermativamente, subito, in una caleidoscopica Walk Like You che inaugura “La petite mort” come meglio non si potrebbe, smentendo il lugubre titolo almeno quanto una copertina che effigia sì un teschio, ma dipinto clamorosamente in stile figli dei fiori. Naturalmente non c’è modo che i James possano tornare a contare come quando Sit Down rubò il cuore a una generazione di adolescenti, ma questo disco è uno dei loro migliori da allora. Senza i giri a vuoto che avevano segnato i più vicini predecessori e forte di canzoni super come lo spigliato beat Moving On e la carezzevole, incantata Bitter Virtue.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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Gli anni ’60 da Killer di Jerry Lee Lewis

Jerry Lee Lewis - The Killer Live 1964-1970

Incroci significativi… Quando il 5 aprile 1964, nel pieno di un tour europeo che lo ha visto già trionfatore in Gran Bretagna, Jerry Lee Lewis sale ad Amburgo sul palco dello Star Club i quattro giovanotti che di quel locale sito nel quartiere a luci rosse della città anseatica sono stati, pochi anni prima e a lungo, la home band occupano i primi cinque posti della classifica USA dei singoli più venduti. Non era mai successo prima, non succederà più. Probabilmente non lo sa, ma nella scaletta che esegue quella sera l’artista della Lousiana mette in fila ben tre brani (nel disco che ne verrà tratto rappresentano il 25% del programma) che nelle loro anfetaminiche notti tedesche i Beatles hanno eseguito decine di volte: Money, Matchbox, Long Tall Sally. Seconda e terza (portate al successo rispettivamente da Carl Perkins e Little Richard) figureranno diversi anni dopo in un live postumo dei Fab Four e mettendo a confronto le versioni, bisogna dirlo, non c’è gara. Vince ovviamente il Killer e dire che nel Vecchio Continente per una questione di budget non aveva potuto farsi scortare dai consueti accompagnatori americani. Si era dovuto accontentare dei Nashville Teens, inglesi a dispetto del nome e, altro bel paradosso, un gruppo che non avrebbe mai ottenuto un contratto discografico non gli avessero aperto la strada i quattro di Liverpool. Questioni di budget…

Il Jerry Lee Lewis che nella primavera 1964 affronta i palcoscenici europei può atteggiarsi a stella del rock, può sentirsi una stella del rock, ma nei fatti non lo è più da un pezzo. Gli è stato fatale il precedente soggiorno britannico, datato maggio 1958 e interrottosi dopo appena tre date, il resto del tour cancellato per lo scandalo suscitato da un articolo pubblicato da un tabloid nel quale si dà conto di come, alla verde età di ventidue anni, già si sia sposato tre volte e l’ultima con un cugina tredicenne. Tutti a dargli dell’incestuoso e del pedofilo allora, ignorando o fingendo di ignorare che nel rozzo milieu culturale sudista da cui il Nostro proviene unioni di questo genere sono più la norma che un’eccezione. Rimbalzate oltre Atlantico, le polemiche gli sono costate una generale messa all’indice. Da un giorno all’altro le radio non hanno più trasmesso i suoi dischi, da un giorno all’altro sono venuti a mancare gli ingaggi e quando se ne rimedia uno sono al massimo duecentocinquanta dollari, altro che i diecimila che erano la consuetudine. Nel 1964 Jerry Lee Lewis per un verso è alla disperazione, anche perché la British Invasion sta cancellando la prima generazione del rock’n’roll nel mentre la celebra e lui a ventotto anni si ritrova a venire considerato un vecchio, un sorpassato, e per un altro speranzoso in una resurrezione. Si è liberato dal contratto con la Sun ed è fresco di firma per una succursale della Mercury. I concerti nel Regno Unito sono andati benissimo. Il Killer affronta la vociante platea della Reeperbahn con una grinta pazzesca persino per i suoi pazzeschi standard e quando Stephen Thomas Erlewine definisce lo storico “Live At The Star Club, Hamburg” “il più grande album dal vivo di sempre” un po’ esagera, ma nemmeno tanto. Così come non esagerano quelli che paragonano i trentasette minuti di sfrenato rock’n’roll di un disco che all’epoca vedeva la luce solo in Germania e Gran Bretagna agli spettacoli che faranno la leggenda dei Ramones. Mutatis mutandis

Le incisioni amburghesi aprono uno straordinario triplo, “The Killer Live!”, fresco di stampa su Hip-O Select/Universal e completato (con un intero CD di inediti) dagli appena meno classici “The Greatest Live Show On Earth” (sempre 1964), “By Request: More Of The Greatest Live Show On Earth” (1966) e “Live At The International, Las Vegas” (1970). Essenziale quest’ultimo nel suo fotografare la sorprendente trasformazione del nostro uomo da rock’n’roller in disgrazia ma non certo dismesso e dimesso a stella del country.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.700, novembre 2012.

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Clap Your Hands Say Yeah – Only Run (Cyhsy Inc./xtra Mile)

Clap Your Hands Say Yeah - Only Run

Non c’è niente da fare. Sono in circolazione da dieci anni e degli statunitensi Clap Your Hands Say Yeah si continua a parlare partendo dal marketing. Dal loro essere stati il primo esempio di do-it-yourself totale nell’era di Internet: l’omonimo debutto del 2005 se lo registravano, producevano, stampavano, distribuivano e promuovevano da soli. E diventava un caso mediatico in forza dell’appoggio della rete dei blog e di una recensione da 9.0 su “Pitchfork”, non su un qualche giornale di carta. Nove anni, tre album e quattro defezioni dopo – “Only Run” è stato registrato dai due superstiti dei cinque fondatori, il cantante e chitarrista Alec Ounsworth e il batterista Sean Greenhalgh, e ora anche quest’ultimo se n’è andato – dei Clap Your Hands Say Yeah si seguita a scrutinare ogni mossa con un’attenzione minimo pari a quella riservata alla musica. E viene un sospetto: sarà mica perché la musica non è così interessante? Tutto quel rimasticare stilemi indie-rock, partendo principalmente dalla new wave, per poi rigurgitare canzoni ben fatte ma immancabilmente già sentite. Senza quel guizzo in più, senza quel sapere cambiare passo di gruppi come TV On The Radio o Vampire Weekend.

Questo disco è comunque meglio di quanto non stia leggendo in giro, capace com’è per un verso di trovare un punto d’incontro fra la tendenza “art” degli esordi e le successive evoluzioni in chiave di post-punk versante dance e, per un altro, capace di distinguersene in forza di un sound più tastieristico che chitarristico – per quanto i riffoni non manchino e ne è l’esempio più incisivo Coming Down. La techno-wave di Little Moments, una traccia omonima molto Ultravox e la possibile hit (in forza di un ritornello micidiale) Impossible Request gli altri episodi citabili e applaudibili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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Roddy Frame – Seven Dials (AED)

Roddy Frame - Seven Dials

Album atteso nel senso letterale del termine questo quarto da solista con il quale Roddy Frame festeggia, con qualche mese di ritardo, il cinquantesimo compleanno. Risaliva difatti al 2006 il terzo, “Western Skies”, e un paio di domande mi salgono spontanee alle labbra, essendo la prima “ma di che vive?”. Vero che i suoi Aztec Camera erano frequentatori abituali delle classifiche perlomeno patrie, ma hit clamorose non ne ebbero e dopo trent’anni il fiume dei diritti d’autore dovrebbe essere ridotto a un rigagnolo. E manco a dire che campi di concerti, visto che la frequenza degli spettacoli dal vivo non è granché superiore a quella delle uscite discografiche. Quesito numero due: ma qualcuno lo aspettava davvero “Seven Dials”? Tolti i cultori d’antan, quelli della mia e della sua età o non granché più giovani. Che a cinque settimane, nel momento in cui scrivo, dalla pubblicazione le recensioni si contino sulle dita delle mani e siano apparse quasi tutte su testate che si indirizzano a un pubblico attempato (“Mojo” come “Uncut” o “Q Magazine”) la dice lunga al riguardo. Peccato, ma sul serio, e però colpa in larga parte dello stesso Frame.

Quei pochi che nel cuore custodiscono gelosamente il ricordo di un pop con le chitarre fra i più spumeggianti e insieme stilosi di sempre (tipo i Velvet del terzo LP ma accasati alla Motown e alle prese con “Pet Sounds” e “Forever Changes”) e l’affetto per colui che fu un ragazzo prodigio (gli Aztec Camera esordivano nel 1981, fatevi due conti) e dunque un’ascoltata a “Seven Dials” la daranno verranno premiati da altri dieci articoli sempre “in stile” e affatto degni di quasi qualunque altro apparso in precedenza nello smilzo catalogo. Ma basterebbero anche solo la melodia sontuosa e il tocco Byrds di Into The Sun a giustificarne l’esistenza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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The Cure 1978-1996 (14): Entreat

Entreat

Pictures Of You. Closedown. Last Dance. Fascination Street. Prayers For Rain. Disintegration. Homesick. Untitled.

Fiction, marzo 1991 – Registrato dal vivo alla Wembley Arena di Londra nel luglio del 1989 – Tecnico del suono: Smudger – Produttori: Bryan “Chuck” New e Robert Smith.

All’indomani della pubblicazione di “Disintegration”, orfani per la prima volta in quattordici anni di Lol Tolhurst (la cui esclusione da momentanea si farà, da lì a fine anno, definitiva), i Cure attraversarono l’Europa da un capo all’altro, riscuotendo ovunque (suonarono per la prima volta anche oltre Cortina) un enorme successo. L’atmosfera di depressione che aveva dominato le sedute d’incisione di “Disintegration” si era dissolta e nella banda Smith il morale era alto. Il “Prayer Tour” si concluse in luglio con tre affollatissimi concerti alla Wembley Arena che il biografo ufficiale del gruppo Steve Sutherland considera “forse i migliori in assoluto, soprattutto l’ultimo, della storia dei Cure”. Queste date vennero registrate e nel marzo del 1990 stazioni radio e giornalisti amici si videro recapitare un CD solo promozionale che era una sorta di versione live di “Disintegration”, con otto dei dodici brani di quell’album in scaletta, esattamente nello stesso ordine del disco in studio. Come era facilmente prevedibile da lì a poco cominciarono a circolare, vendute a caro prezzo nonostante nel frattempo sei titoli su otto avessero trovato una stampa ufficiale su mix e mini-CD, edizioni pirata di quel compact. Per metterle fuori mercato, a un anno esatto dalla sua prima uscita “Entreat” venne distribuito commercialmente.

Il secondo LP dal vivo dei Cure può dunque essere considerato una specie di incidente di percorso. Non è un brutto disco: è ben prodotto, ottimamente suonato e le canzoni che mette in fila sono di buona stoffa, ma il fatto che provengano tutte dallo stesso lavoro in studio è un grosso handicap. Un altro punto a sfavore è che le versioni dal vivo non differiscono, se non per quasi indistinguibili sfumature, da quelle già note e dunque quanto ci si ritrova in mano è “Disintegration” meno quattro brani, più gli applausi e il vociare del pubblico.

Difficile parlare male di “Entreat”. Impossibile non considerarlo un’opera superflua se non per chi dei Cure vuole avere tutto, ma proprio tutto.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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Le ginocchia sbucciate di Little Esther Phillips

Quando si stava approssimando il ventennale della scomparsa di una delle più grandi voci femminili della storia del soul (e più in generale della black music) le dedicai questo articolo. A oggi gli anni trascorsi dacché Esther Phillips ci lasciava sono trenta.

Esther Phillips

Puntata numero 38 per Scritti nell’Anima, che entra nel quinto anno scoprendosi proprietà taumaturgiche probabilmente dovute alle invocazioni a Domine Iddio che Stefano Isidoro Bianchi profferisce ogni qual volta (non accade spesso: massimo una volta al mese) questa rubrica è in lieve, lievissimo, praticamente impercettibile ritardo rispetto alla data ultima, ultimissima, assolutamente improrogabile (se no sarebbe un condono fiscale) di consegna. Spiega allora una bella voce tenorile che lo qualificherebbe senz’altro per cantare gospel, non pencolasse il vocabolario del suo impeccabile free styling decisamente verso il profano, e pur dividendoci centinaia di chilometri affacciandomi dal balcone posso udire in lontananza un borbogliare come di tuono e di madonne. Mi affretto allora verso il PC. Ma vi dicevo delle qualità taumaturgiche delle due pagine più amate dagli italiani, o perlomeno dalla maggioranza di quelli, fra gli intelligenti i più intelligenti, che acquistano “Blow Up”: in prossimità del Santo Natale (voi avete potuto leggerne poco dopo) davo Berry Gordy per morto. Siccome il signore in questione ha sì una certa età ma risulta ancora respirante, prendo appunti per registrare una cassettina intitolata “The Worst Of Diana Ross & The Supremes” (fratelli e sorelle! roba da fare aggricchiare le parti intime anche ai più stretti parenti di Luther Vandross), mi riprometto di ascoltarla in segno di afflizione per non meno di dieci volte e, come Nostro Signore dinnanzi al sepolcro di Lazzaro, tendo una mano e dico “Berry! Alzati e cammina”. Il tuo conto in banca (di un’entità, noto incidentalmente, pari all’incirca al PIL medio africano di un anno o due) ha ancora bisogno di te. Chiedo scusa per la vaccata e spero di non portarti sfiga.

Spero parimenti di non portare sfiga, porgendogli le mie più calde felicitazioni per un ottantaduesimo compleanno da poco festeggiato in forma smagliante (tuttora titolare di una cattedra al Vista Community College di Berkeley e credo anche di un programma radiofonico), a John Veliotes, meglio noto come Johnny Otis, fra tutti i bianchi per caso nella storia dell’umanità il più negro di tutti (anch’io ho sempre sognato di avere la pelle nera e, naturalmente, un cazzo di almeno diciotto centimetri; purtroppo la mia pelle è bianca). Gli dobbiamo tantissimo e fra cento altre cose di avere lanciato nel 1949 una quattordicenne chiamata Esther Mae Jones, che portò alla ribalta come Little Esther e in seguito si sarebbe ribattezzata Esther Phillips. Fosse vissuta avrebbe compiuto, sempre lo scorso dicembre e a giusto cinque giorni dal suo pigmalione, sessantotto anni. Al prossimo 7 agosto saranno invece venti dacché ci lasciò, il fegato distrutto da narcotici e alcool, il cuore non più in grado di resistere agli oltraggi della vita. E qui la mia capacità di fare miracoli si ferma e mica sono tanto sicuro poi che la Esther sarebbe felice di tornarci, su questa terra infame.

Prenderei due episodi e anzi tre a simbolo di un’esistenza baciata dal talento ma caratterizzata da una sfortuna che quel talento fece pagare con interessi usurai. Volo indietro nel tempo di trent’anni, quasi trentuno, al 1973, alla cerimonia di consegna dei Grammy, l’equivalente discografico degli Oscar. Si alza Aretha Franklin e si appropinqua al palco per ritirare, per il sesto anno consecutivo se so ancora far di conto, il premio nella categoria “Best R&B Performance, Female”. Ma c’è un fuori programma. Lady Soul prende la statuina, chiama a sua volta la Phillips e gliela porge dicendole: “La meriti molto di più tu”. Oggetto dell’ammirazione di Aretha è un LP intitolato “From A Whisper To A Scream”, che chi ha orecchie per intendere e di intendere ha avuto la possibilità reputa un classico. Ma l’album, in origine su Kudu, è stato a lungo irreperibile, dalla metà dei ’70 più o meno alla metà degli ’80. Ristampato nel 1987 dalla CBS in un’ottima edizione digitale aumentata di quattro brani rispetto ai nove primigeni è finito nuovamente (e in fretta) fuori catalogo e per trovarne una copia oggi come oggi vi tocca affidarvi a) a un colpo di culo, b) a qualche fiera del disco raro, c) a eBay. Gli stessi appassionati di cui sopra indicano di solito in “Set Me Free” il secondo migliore LP fra i forse troppi griffati dalla signora. Ebbene: registrato nel 1970, non avrebbe visto la luce che nel 1986 e dunque postumo, in una doppia confezione che sulle prime due facciate dispiega una sorta di “Best Of”. La Phillips non potè quindi udire le ovazioni che ne salutarono l’uscita. Proseguo in questa scorribanda nel passato e mi spingo fino al principio del 1953, o forse alla fine del ’52. I ricordi di Johnny Otis riguardo alla data precisa sono incerti. Quel che rammenta bene è che si era tirato su la ragazzina, texana ma cresciuta a Los Angeles e scoperta a una gara di dilettanti tenutasi nel club di suo proprietà, lo storico Barrelhouse Club in pieno ghetto di Watts, come una figlia, preoccupandosi persino che ricevesse un’adeguata educazione anche fra i disagi di un’esistenza trascorsa perlopiù “on the road”. Dopo i primi mesi come semplice stipendiata nel suo spettacolo, le riconosceva inoltre (manifestazione di giustizia e generosità rarissime per l’epoca) pari dignità artistica ed economica rispetto a lui. Voleva dire a volte migliaia di dollari per una sola serata ma la ragazzina non l’avrebbe appreso che in circostanze traumatiche: Otis, essendo la Piccola Esther minorenne, dava il denaro alla madre, che le faceva da manager, e costei al sangue del suo sangue non girava che pochi spiccioli. Sospettando di essere truffata, quell’adolescente venuta su troppo in fretta assumeva via via un atteggiamento sempre più irrispettoso e ribelle e finiva per insultare pesantemente un Otis che, ignaro del retroscena, non poteva capacitarsi di tanta irriconoscenza. Pur sapendolo comportamento autolesionista (Double Crossing Blues, la prima incisione della fanciulla, aveva venduto nel 1950 oltre un milione di copie e diversi altri titoli ne avevano in seguito avvicinato il successo), scioglieva seduta stante il sodalizio. Ci sarebbe stato in seguito un chiarimento e fra lacrime e abbracci l’amicizia sarebbe rinata, ma non così la collaborazione, eccettuato un breve periodo all’incrocio fra ’60 e ’70 (favolose tracce in “The Johnny Otis Show Live At Monterey!”, un Epic del 1971). Peccato per Esther, che di una figura adulta e benevola a fianco avrebbe avuto un immenso bisogno al limitare di una maggiore età varcata senza mai essere stata sul serio una bambina (era stato il divorzio dei genitori a spostarla da Houston alla California) e sono cose che si pagano. Il flirt con la bottiglia diventava l’amore di una vita. Più avanti, pasticche ed eroina avrebbero sostituito la marijuana. E come Billie Holiday, come Aretha, come Etta James, come Janis, gli uomini l’avrebbero sfruttata e buttata.

Esther Phillips - The Best Of 1962-1970

Non ho spazio a sufficienza per spingermi nei dettagli di odissee di disperazione sulle quali David Nathan si diffonde con puntualità nel voluminoso libretto del doppio compact Rhino “The Best Of Esther Phillips (1962-1970)”. Al suo empatico narrare vi rimando perché, sia chiaro, qualcosa di questa artista straordinaria in casa dovete avere e se deve essere un solo titolo sia codesto, fra l’altro uno di quelli facilmente reperibili. Vi trovate dentro: il sontuoso country-soul zuppo d’archi di Release Me, che nel 1962 segnava un rilancio e il primo piccolo hit come Esther Phillips, dopo il primo di vari ritiri dalle scene per disintossicarsi e all’immediata vigilia del secondo; una seconda versione di Double Crossing Blues che vale la prima e il meglio del meglio del meglio di B.B. King (quando è al meglio); la più memorabile interpretazione di qualunque canzone dei Beatles chiunque abbia mai offerto, una And I Love Her diventata And I Love Him e resa come avrebbe potuto la Holiday (i più entusiasti furono proprio Lennon e McCartney, che subito invitarono la Phillips a raggiungerli in Inghilterra); una As Tears Go By che strapazza quella di Marianne Faithfull; una When A Woman Loves A Man che risponde a Percy Sledge dandogli lezioni sui sentimenti; una Try Me che fece lo stesso con James Brown. E ancora ma non solo: una Tonight, I’ll Be Staying Here With You che nel canone dylaniano si fa istantaneamente maggiore, da minore che era, e una Crazy Love sì indicibilmente intensa che si scommetterebbe che Van Morrison apposta l’abbia scritta. Qualcosa inevitabilmente si soprappone con il “Set Me Free” cui accennavo dianzi, ma se vi volete bene non curatevene e procuratevi pure quello, uno dei più grandi esempi di sempre di soul sudista, a cominciare da un brano omonimo che pare Isaac Hayes in versione Nashville e femmina. Disponibile attualmente in economica accoppiata con “The Country Side Of” (vale a dire “Release Me!” il 33 giri).

Nel consigliato “Meglio di” c’è materiale pubblicato per Lenox, Atlantic e Roulette. Varie e ugualmente insoddisfacenti (perché nessuna esaustiva) altre raccolte documentano gli anni ’50. La ristampa 1997 di “Memory Lane”, un King del 1959 già in partenza una compilazione, con incisioni dal 1951 al 1953, è valida, ma nel caso vi capitasse di incocciare “Bad Baad Girl!”, un Charly dell’85 (soltanto su vinile, che io sappia), fate per la gioia tripli salti mortali e poscia ponete mano al portafoglio. Ci scoverete jumping blues del dì di festa, doo wop lascivo, proto-rock’n’roll, una You Took My Love Too Fast in cui c’è già la Joplin per intero e una Houng Dog più selvatica tanto di quella di Big Mama Thornton che di quella di Elvis.

Pure Scarred Knees, la canzone che chiudeva il “From A Whisper To A Scream” vinilico, ha sanguinamenti jopliniani. Album (ribadisco) immenso, con ad aprire il funky-jazz elegante e pugnace di Home Is Where The Hatred Is (Gil Scott-Heron) e quasi a mezza via un brano che letteralmente uccide, perché esplicito oltre il sopportabile sull’infelice parabola terrena di Esther Mae Jones. Con due versi che immobilizzano come uno schiaffo: “That’s all right with me/if you want to make me your slave”. Distantissimi dall’esuberanza che altrove le faceva cantare “catch me, i’m fallin’/in love with you”.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.69, febbraio 2004. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

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Audio Review n.354

Audio Review 354

Per ragioni troppo complesse da spiegare (da allora tutto ha fortunatamente trovato la migliore delle soluzioni possibili),  a cavallo fra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo “Audio Review” ha saltato, come i suoi fedelissimi lettori ben sanno, alcuni fascicoli. Da qui l’idea, per recuperare almeno parzialmente, di uscire per la prima volta nella sua lunghissima storia non con il consueto numero doppio luglio/agosto, bensì con due distinti numeri.  E auspicabilmente d’ora in poi sarà sempre così. È dunque in edicola, da oggi, il primo “Audio Review”  agostano di sempre. Include mie recensioni degli ultimi album di Marc Almond, Antlers, Bellowhead, Brian Jonestown Massacre, Camper Van Beethoven, Brian Eno & Karl Hyde, Robert Gordon, Pete Molinari, Old Crow Medicine Show, Phantom Band, Jonathan Richman, Naomi Shelton, Sonido Gallo Negro e Sébastien Tellier e di una recente ristampa degli Oasis. Nella rubrica del vinile ho scritto di Hall & Oates, Santana e Willie Nelson.

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Bob Mould – Beauty & Ruin (Merge)

Bob Mould - Beauty & Ruin

Pronti e via, all’inizio di quello che formalmente è il suo decimo lavoro in studio da solista Bob Mould piazza una canzone clamorosa, una delle sue più memorabili di sempre e stiamo parlando di chi ha firmato robette tipo I Apologize, Celebrated Summer, Makes No Sense At All, Standing In The Rain, Ice Cold Ice, Could You Be The One?. Erano i tempi degli Hüsker Dü, era ormai oltre un quarto di secolo fa, ma con quell’epopea al nostro uomo tocca ancora – e sempre toccherà – confrontarsi. Ma che potesse esserci una vita dopo “Warehouse: Songs And Stories” lo chiariva già con le prime uscite in proprio (provvidenziale la recente ristampa di “Workbook” per il venticinquennale, per farlo conoscere a chi non lo conosceva e rivalutare a chi lo aveva sottovalutato) e lo ribadiva con gli Sugar. Nei loro due album e mezzo un’altra manciata di pezzi indimenticabili ma che lo dico a fare, a voi gente di mondo che già sapete e canticchiate felici al ricordo. Giusto intorno al cruciale passaggio dei quarant’anni il nostro eroe incespicava e un po’ si perdeva per poi, superati i cinquanta, venire definitivamente a patti con tutti i suoi ingombranti passati e ritrovare l’ispirazione. Due anni fa “Silver Age” ne forniva certificazione inoppugnabile e oggi “Beauty & Ruin” ribadisce, quantomeno per chi ha orecchie per intendere e non vive e di conseguenza muore di indie spocchia. A proposito di orecchie e tornando alla canzone clamorosa di cui sopra: si chiama Low Season e che praticamente tutti ci abbiano sentito dentro Neil Young e i Dinosaur Jr (quelli più ossessionati dal Canadese) ci sta. Meno che io abbia scorso un paio di dozzine di recensioni del disco (ogni tanto mi piglia la voglia di farmi del male) e in nessuna ci abbia trovato scritto ciò che mi pare di un’evidenza solare, abbagliante: che sembra anche – e soprattutto – una outtake di certi Pink Floyd a mezza via fra “Dark Side” e “Wish You Were Here” ed è in tal senso inedita e inaudita nel canone mouldiano. Ma d’altronde non ho letto da nessuna parte nemmeno due paroline che direi non possano non sovvenire guardando la copertina e una è “Joy” e l’altra “Division”. Vabbé…

Era una quasi unanimità di consensi quella che nel 2012 faceva registrare “Silver Age”. Ancorché generalmente positive e in qualche caso entusiastiche, più tiepide le accoglienze per il successore. Sarà forse che alla bellezza ci si abitua, così come alla vittoria nello sport, e si dimentica in fretta come sia non la norma ma un dono, un lusso, e nondimeno tale differenza di trattamento a me risulta assurda. Dovendo per forza scegliere mi sa che tirerei la monetina, parendomi che il predecessore la vinca in termini di impatto e tensione e del nuovo si faccia apprezzare l’estro più variegato, una superiore vivacità, figlia probabilmente di processi di pacificazione portati nel frattempo a compimento. In qualche modo “Beauty & Ruin” sa porgersi leggero anche nei momenti più tosti: l’esercizio di calligrafia grunge Little Glass Pill; una Kid With Crooked Face rovinosamente hardcore; una Hey Mr. Grey che rimanda dritta a “Flip Your Wig” e nello specifico a Hate Paper Doll; Tomorrow Morning, tiratissima e stentorea. Sono l’altro verso della medaglia dei du-du-dù sorprendentemente sbarazzini che fanno capolino nella squadrata Nemeses Are Laughing e nel folk-poppeggiare di Let The Beauty Be, di una insidiosa Forgiveness e naturalmente del brano che è stato designato a fare da battistrada: I Don’t Know You Anymore. Innodia festosa alla Sugar, If I Can’t Change Your Mind dietro l’angolo e ovviamente mi piace. Low Season sarebbe stata però una scelta più coraggiosa, se proprio alla fine devo fare il critico e criticare.

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