The Cure 1978-1996 (18): Wild Mood Swings

Wild Mood Swings

Want. Club America. This Is A Lie. The 13th. Strange Attraction. Mint Car. Jupiter Crash. Round & Round & Round. Gone!. Numb. Return. Trap. Treasure. Bare.

Fiction, maggio 1996 – Registrato presso gli studi St Catherines Court nell’Avon e Haremere Hall nel Sussex – Tecnico del suono: Steve Lyon – Produttori: Steve Lyon e Robert Smith.

Chi ha assistito a uno dei concerti del tour con il quale, nel 1995, Robert Plant e Jimmy Page hanno celebrato in pompa magna il secondo, inatteso decollo del Dirigibile si sarà imbattuto, a un certo punto della scaletta, in un brano dal sapore stranamente familiare ma non proveniente dal repertorio dei Led Zeppelin. Nonostante la grande popolarità della canzone, ai più sarà probabilmente stato necessario, anche per via del curioso arrangiamento in aria di progressive, qualche minuto almeno per riconoscere Lullaby, vecchio hit dei Cure AD 1989. È la dote che Porl Thompson ha portato con sé nell’avventura per lui più affascinante della sua vita: fare da spalla a colui che era il suo modello quando cominciò a suonare. Una sfida da far tremare i polsi (quanti sono i chitarristi in grado di dividere un palco con Page?) che Thompson ha vinto in scioltezza. I veri e propri panegirici dedicati a lui e ai Cure da Plant ogni sera sono stati quasi una sorta di discorso introduttivo nella “Rock And Roll Hall Of Fame” per il gruppo di Robert Smith. Diranno i maligni: un omaggio di dinosauri ad altri dinosauri. Anche sorvolando sul fatto che i due ex-Zeppelin hanno esibito dignità e ispirazione rare nelle rimpatriate di questo genere, è “Wild Mood Swings”, un lavoro di freschezza straordinaria per un gruppo prossimo a festeggiare il ventennale, a smentirli.

Già lo si è annotato dicendo di “Wish”: i frequenti cambi di formazione hanno certo contribuito a mantenere i Cure “giovani”. Partiti per altri lidi Thompson e Williams, i nuovi arrivati si chiamano Roger O’Donnell (che nuovissimo non è, visto che era stato in squadra ai tempi di “Disintegration”) e Jason Cooper, aggregatosi stabilmente a lavori in corso, tanto che figura solo in metà delle quattordici canzoni in catalogo. Il tempo forse ci smentirà, ma il nuovo tastierista e il nuovo batterista sembrano essere, più di altri musicisti transitati in passato per le fila dei Cure, dei gregari la cui presenza è del tutto ininfluente. Se si tiene presente poi che Perry Bamonte è sì in organico da cinque anni ma questo è soltanto il suo secondo LP in studio e che Simon Gallup appare un po’ defilato (alcune parti di basso sono state suonate da Smith e da Bamonte) diventa impossibile non considerare questo un album solistico di Robert Smith. Non il primo, anche se, al solito, il capitano divide i crediti compositivi con sottoufficiali e truppa.

Le “selvagge oscillazioni di umore” promesse dal titolo non sono più marcate che in qualunque altro dei nove predecessori in studio di “Wild Mood Swings”. Non nei testi perlomeno, fra i migliori scritti da Smith, incerti fra un’assorta malinconia e stati depressivi che un’ironia spesso tagliente riscatta dalla tendenza al morboso e allo scatto iracondo. Se il pupazzetto che campeggia in copertina sorride, è però un sorriso inquietante, malevolo, da pagliaccio di It. Want, significativamente piazzata in apertura, sembrerebbe essere dapprima una giocosa, jovanottiana Voglio di più ma si svela nel suo dipanarsi litania perversa, esplicitarsi di una filosofia di vita edonista e decadente insieme, di una lust for life che chiede sì più sogni, più amore, più sorrisi, più sesso, ma anche più alcool, e droghe, e paura, e dolore. I versi finali, che riconoscono che di due cose, il tempo e la speranza, non si potrà avere un supplemento rispetto a quanto il Fato ha deciso, rituffano nella cupezza senza redenzione di “Pornography”. E la nausea di marca Camus/Sartre che trasmettono riporta ancora più indietro nel tempo, all’uomo sulla spiaggia di Killing An Arab, che ha ucciso senza sapere perché, forse soltanto perché si annoiava, forse cercando un senso per una vita inutile.

In “Wild Mood Swings” i riferimenti all’alcool sono numerosi come non mai e ci sono brani ove la delusione per la fine di un rapporto amoroso si spiega in modi tanto rancorosi da fare arretrare l’ascoltatore, da farlo sentire un guardone. Impossibile a volte non chiedersi se solo di finzione narrativa si tratti, soprattutto di fronte a una canzone come Trap, tanto biliosa quanto ambigua, ché il suo centro potrebbe essere sia la fine di un amore (l’unico, notoriamente, della vita di Robert Smith) che la traumatica rottura con l’amico di adolescenza Lol Tolhurst. Va da sé, naturalmente, che non si può escludere che sia unicamente frutto della fantasia del Nostro e anzi, conoscendolo, è forse l’ipotesi sulla quale sarebbe meno azzardato scommettere.

A un barometro lirico tendente dunque al basso si contrappone l’area di alta pressione melodica nella quale si trova la maggior parte delle quattordici canzoni che danno vita a “Wild Mood Swings”. Ne derivano perturbazioni musicali svelte a imprimersi nella memoria, che riescono – l’esempio più notevole è il primo singolo estratto dall’album, The 13th – nel miracolo di essere insieme clamorosamente “teatrali” e genuinamente emozionanti. Robert Smith (credeteci: non è un riferimento malizioso alla sua figura sempre più massiccia; va bene! solo un poco) sembra sempre più essere una versione pop di Orson Welles.

A dispetto di una carriera ormai lunghissima, Smith sa ancora stupire. Dopo avere scritto canzoni a centinaia riesce tuttora a estrarre dalla manica qualche carta mai vista. Prendete This Is A Lie: romantica con strizzate d’occhio al melò, sa di Jacques Brel riletto da Marc Almond. E donde giungono l’orchestrina tex-mex di The 13th e quella di jazz latino di Gone!? Non poco sorprendente è anche il soul ombroso, addirittura gotico, di Strange Attraction, il cui missaggio è stato affidato alle sapienti mani dello scienziato del dub Adrian Sherwood. Se è vero che Mr. Smith con il soul già aveva giocato più volte, è altresì innegabile che mai lo aveva amalgamato così bene con il substrato dark del suono Cure. È tanto riuscita questa unione che viene il desiderio di un secondo “Mixed Up”, più coraggioso stavolta.

Altrove, inevitabilmente, emergono sensazioni déjà vu, ma pure quando pesca in acque già conosciute la banda Smith lo fa con qualche lieve scarto stilistico che interdisce la noia. Club America, ad esempio, è rock da grande arena come Open e End, ma il piglio da crooner con cui l’affronta Robert Smith la fa cosa “altra”. Numb ricorda le atmosfere di “The Top” ma all’isteria anfetaminica emergente qui e là in quelle sostituisce un torpore da morfina. Return mischia il funky di The Walk e lo swing di The Love Cats, aggiunge un Hammond e fiati messicaneggianti e si prenota per numeri uno ovunque nel mondo.

Fra le note di copertina di “Wild Mood Swings”, spicca una citazione di La Rouchefoucald: “Man mano che invecchiamo, diventiamo nello stesso tempo più sciocchi e più saggi”. Se avete visto il delirante video di The 13th, non faticherete a comprenderne il senso. Che il dio del pop ci conservi ancora a lungo Robert Smith.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996. Ultima puntata.

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2 commenti

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2 risposte a “The Cure 1978-1996 (18): Wild Mood Swings

  1. sanste

    Da come ne parli sembra che ti sia piaciuto e ciò non me l’aspettavo. Per me è il punto più basso della discografia dei Cure.

  2. Davide

    Non riuscirò mai a capire il motivo di tanto odio nei confronti di questo album, mi fa piacere scoprire che non sono l’unico a pensarla in questo modo. Senza dubbio il loro album più sottovalutato (seguito a ruota da The Top, album di transizione, ma di assoluto fascino).

    Complimenti, leggerò anche gli altri speciali, questo blog è davvero ben fatto e curato.

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