Lonesome Cowboy Dave e la banda dei Pere Ubu

È fuori ufficialmente da ieri un nuovo album dei Pere Ubu, “Carnival Of Souls”. Dignitoso ma non granché di più, per quanto già non sia poco rispetto al brutto disco dello scorso anno. Quando la sigla di proprietà di David Thomas era ancora un’entità vitalissima le dedicavo un articolo cui resto piuttosto affezionato.

Pere Ubu 1978 Live

Il suo ultimo album, “Surf’s Up”, è fresco di stampa e splendido, come splendide si erano rivelate le precedenti uscite solistiche. Vale altrettanto la discografia messa in fila nella sua seconda vita dal gruppo che gli ha dato la fama: non ricordo altre rimpatriate nella storia del rock che abbiano avuto un così felice esito. E quanto ai primi album di quella band, tuttora lasciano a bocca aperta per l’audacia degli schemi, risultando per molti versi ancora avanguardistici – avant-garage, si definivano loro – dopo tutto questo tempo. Ormai nel secondo quarto di secolo di attività, ventisei anni sono difatti trascorsi da quando i Pere Ubu pubblicarono il primo 45 giri, David Thomas continua a essere un omaccione della cui esistenza dobbiamo essere grati. Siamogli grati anche per non essersi mangiato vivo il nostro Besselva che di recente lo ha intervistato. Noto per essere un interlocutore problematico, propenso a risposte monosillabiche oppure più ermetiche di certi suoi testi, Thomas si è mostrato sorprendentemente accomodante. Solo per obblighi promozionali? Nemmeno immaginabile, conoscendone i trascorsi e l’ombroso carattere.

I trascorsi, allora… Il luogo è Cleveland, la città più grande e industrializzata di uno degli stati più industrializzati d’America, l’Ohio. Adagiata sulla sponda meridionale del lago Erie alla foce di quel fiume Cuyahoga cui i R.E.M. intitoleranno una canzone su “Lifes Rich Pageant”, fondata nel 1796 e assurta alla dignità di municipio quarant’anni più tardi. Fredda, grigia, piovosa, moderna e financo elegante nel centro, squallida nelle periferie brulicanti di fabbriche che le hanno donato lunghi periodi di prosperità (ma anche recessioni drammatiche) e nel contempo ne hanno fatto uno dei luoghi più inquinati del pianeta. Nei tardi ’60 l’Erie venne dichiarato non balneabile e il Cuyahoga addirittura a rischio di incendio. Un’esagerazione? Niente affatto. Tali erano le schifezze rovesciate nelle sue acque dagli scarichi industriali che nel 1969 il fiume prese effettivamente fuoco. L’anno prima una rivolta razziale nell’area di Glenville aveva prodotto undici morti e danni per due milioni di dollari (di allora). Proprio un bel posticino per viverci, Cleveland, nei primi ’70.

È un magazzino sulle rive del Cuyahoga, già di proprietà dei Rockfeller e poi abbandonato e trasformato in improbabile bar, il Pirate’s Cove, il palcoscenico scelto dai Pere Ubu per la prima sortita alla ribalta. L’anno è il 1975. Il punk cova sotto le ceneri dello scontento indotto dal rattrappirsi del rock in circo dinosaurico di smemorati, ma non è ancora divampato. Così quei suoi portati che andranno sotto il nome di new e no wave. New York, nella cui orbita gli Ubu saranno progressivamente indotti a gravitare, è già in fermento ma Cleveland, Cleveland è lo sfintere degli Stati Disuniti d’America. Là Marc Bolan e Gary Glitter sono considerati un po’ strani, degli spostati, avanguardia.   Figurarsi gli MC5, gli Stooges, i Can, Captain Beefheart. L’hippismo è passato e non se n’è accorto nessuno finché non si è fatto rancido, puteobondo. Una comunità completamente isolata di non più di una cinquantina di individui, fra manipolatori di strumenti indecisi fra rock’n’roll e free jazz, piccoli scrivani e dilettanti delle arti figurative, si rifugia in una dimensione parallela e inizia a tramare una affatto differente Cleveland dell’anima. Il percorso che ha portato i Pere Ubu al covo piratesco è già lungo.

Si chiamavano Rocket From The Tombs e non occorre che vi spieghi cosa suonavano se vi dico che scindendosi generarono da un lato i Pere Ubu (nome ispirato dall’Ubu Roi di Alfred Jarry, opera scandalosa per antonomasia del teatro di fine Ottocento), dall’altro i Dead Boys, cattivi, mirabili maestri di sanguigno punk Detroit-dipendente. Hanno lasciato un album postumo, “Life Stinks” (qualcuno aveva dubbi al riguardo?; su Jack Slack, 1990) e un brano sul box “Datapanik In The Year Zero”. In vita non pubblicarono nulla. Da lì arriva, con David Thomas, Peter Laughner. Un Bob Dylan minore, un Lou Reed tossico sul serio, un perdente se mai se n’è visto uno. Con i Pere Ubu durerà due 45 giri fatti della materia di cui sono intessute le leggende. Se ne andrà per fare dischi che non concretizzerà mai e schiatterà giovane e marcio, pancreatite acuta la diagnosi, di un drogato eccesso via l’altro. Lester Bangs vergherà in sua memoria un coccodrillo – non sapendo, povero bastardo, che stava scrivendo l’epitaffio di se stesso – che è quanto di più furente e lacerante io abbia mai letto riguardo al rock’n’roll. Lo trovate, se volete farvi del male, nella raccolta Psychotic Reactions And Carburetor Dung. Per completare l’opera potrete poi cercare, di Laughner, “Take The Guitar Player For A Ride”, doppio commemorativo assemblato dalla T/K nel 1993. Tanto perché non sia morto invano.

Con Thomas (voce) e Laughner (chitarra e basso), la prima formazione dei Pere Ubu è completata da Tom Herman e Tim Wright (divisi pur’essi fra sei e quattro corde), Allen Ravenstine (sintetizzatore) e Scott Krauss (batteria). Autoprodotto per una fantomatica Hearthan Records, 30 Seconds Over Tokyo/Heart Of Darkness vede la luce (insomma…) in prossimità del Santo Natale ’75. Lento passo di danza arabeggiante il lato A, planante e psichedelico nelle ondivaghe chitarre, accellerante a strappi, schizoide e intriso di decadenza urbana. Ove il retro ha cadenza incalzante e un basso tondo che si svelerà archetipo per la new wave tutta. La replica arriva tre mesi dopo ed è al pari stupefacente: su una facciata i martellanti stridori di Final Solution, sull’altra l’hillbilly punk post-industriale di Cloud 149. Non c’è Ravenstine, che però tornerà subito, e in suo luogo figura Dave Taylor.

Pere Ubu 1978 studio

Il post-Laughner comincia nel novembre 1976 con l’accoppiata Street Waves, scontro fra percussioni tribali e intreccio di chitarre e tastiere che simulano aerei in decollo, più My Dark Ages, variante narcolettica sul tema di Final Solution. Tony Maimone ha preso il posto di Tim Wright, unitosi ai DNA. Schierati ora a cinque i Pere Ubu pubblicano un ultimo singolo su Hearthan nel fatidico 1977, in agosto. Se possibile superiore ai precedenti: The Modern Dance, rumorosa, elastica cantilena; Heaven, basso ticchettante, melodia ineffabile e un coro che insegnerà una cosa o due ai Talking Heads. Sono stati nel frattempo adottati dalla scena newyorkese (Final Solution è stata inclusa nell’antologia “Max’s Kansas City 1976”) e di loro si è innamorato Cliff Burnstein, che li porta alla Blank, sottomarca Mercury. Esce così griffato major “The Modern Dance” l’LP. Da non credersi.

Ventitré anni dopo l’uscita il debutto adulto dei Pere Ubu è ancora come i ceffoni di domineiddio secondo Gaber: appiccica al muro, dal sibilo su cui prende il volo l’iniziale Nonalignment Pact, frenetica e punkettona (ne sciorineranno convincenti riprese Julian Cope e That Petrol Emotion), alla rantolante svagatezza di Humor Me. In mezzo prodigi come Laughing, free transgenico, o Chinese Radiation, folk-prog-rock venusiano. O ancora Real World, minaccioso incontro fra Teste Parlanti e Capitan Cuordibue, o Over My Head, lisergico canto propiziatorio. Negli USA non vende niente. Alla Mercury si sodomizzano Burnstein e arrivederci e grazie.

Poco male. In Europa i Pere Ubu sono diventati un culto, grazie a un EP su Radar che mette insieme i primi due 45 giri con il gradito bonus dell’inedita Untitled, vortice di chitarre in caduta libera. Li ingaggia così la Chrysalis, che prima di licenziare i Pere Ubu stessi licenzierà “Dub Housing” (novembre ’78) e “New Picnic Time” (settembre ’79). Nel primo i nostri eroi si lasciano alle spalle definitivamente gli scampoli di punk laughneriani e optano per melodie Polyrock (On The Surface), danze dervisce in moviola (Caligari’s Mirror), funk astratto (Ubu Dance Party) e intimidenti sbarramenti elettrici (Blow Daddy O). Nel secondo disarticolano del tutto gli spartiti operando sul cadavere del rock operazioni di un’iconoclastìa che ha corrispettivi giusto nel Captain Beefheart di “Trout Mask Replica” e nei P.I.L. del “Metal Box”. Herman se ne va e sarebbe una perdita grave non fosse che a rilevarlo è nientemeno che Mayo Thompson, glorioso, poetico terrorista del pentagramma con radici nel Texas psichedelico dei ’60, con i cui redivivi Red Krayola i Pere Ubu sono entrati in simbiosi in occasione di un tour congiunto britannico. Li mette sotto contratto l’indie londinese Rough Trade e sia benedetta.

Saranno tre i 33 giri a recare il suo marchio. Oltre al live “390° Degrees Of Simulated Stereo”, “The Art Of Walking” e “Song Of The Bailing Man”. Il primo recupera qualcosa in fruibilità (Horses è una canonica ballata wave) senza perdere in ispirazione. Il secondo esibisce una vena clownesca (Petrified, West Side Story, Big Ed’s Used Farms) che anticipa il David Thomas solista, propenso all’avant-folk piuttosto che all’avant-garage. Ha anche begli sprazzi di jazz e rimembranze blues, cineserie, scorci cinematografici, chitarre qui circolari, là inzuppate d’acido. Stiloso addio, siccome il gruppo, che era passato per altri avvicendamenti sui quali ho sorvolato, senza dirlo a nessuno (non se lo dicono neppure i membri stessi, fra di loro) decide che la missione è compiuta ed è tempo di congedarsi.

Tornerà a sorpresa nel 1988, con l’ottimo “The Tenement Year” cui sono andati dietro da allora altri cinque album in studio e uno dal vivo, più potabili dei dischi della prima fase e sempre all’altezza di cotanta ragione sociale. Temporalmente si situano fuori dall’arco esplorato in Classic Rock e dunque non ne dico, così come non dico altro riguardo alla vicenda solistica del Thomas (un invito: mettetevi in casa il cofanetto “Monster”, economico e magnifico, che dei dischi del Nostro ne raduna mezza dozzina).

I primi cinque LP dei Pere Ubu sono in catalogo e, avrete inteso, consigliati. Meglio ancora se li catturate comprandovi il box quintuplo “Datapanik In The Year Zero”, che affianca loro un CD live e uno di stimolanti curiosità collaterali. Se proprio volete risparmiare, almeno “Terminal Tower”, sfilata di singoli compresi fra il ’75 e l’80 con dentro due titoli (Not Happy e Lonesome Cowboy Dave) che non mi sembra di ricordare altrove, è irrinunciabile. La ha appena ristampata la nostrana Get Back.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.434, 20 marzo 2001.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...