Quel vecchio frac – Una storia dei Tuxedomoon

È in circolazione da alcune settimane “Solve et coagula”, una raccolta dei Tuxedomoon che naturalmente non vi consiglio perché in nessuno modo un solo disco e quattordici titoli possono sensatamente aspirare a riassumere una delle vicende più intriganti di ciò che andò sotto il nome di new wave. Storia che nell’ormai lontano 2003 sintetizzavo in un articolo che sarebbe dunque da aggiornare ma anche no, giacché i graziosi quattro album in studio che vi si sono da allora aggiunti giocoforza nulla aggiungono di imprescindibile a un canone immenso.

Tuxedomoon On Broadway

E così sono tornati. Lo erano già da un po’, a dire il vero, siccome nel 1997 e quindi non ieri avevano pubblicato il piacevole “Joeboy In Mexico”: dopo un tondo decennio la riverita sigla Tuxedomoon si rivedeva su un album che non era riordino di archivi. Se n’erano però accorti in pochi. E poi nel 2000 avevano suonato da varie parti nella vecchia Europa, che ha sempre voluto loro molto bene, ed erano stati un po’ di più ad accorgersene. Prezioso lascito di quel tour il doppio “Live In St. Petersburg” da qualche mese nei negozi, bel modo di celebrare i venticinque anni del gruppo e invito, per noi, a compiere una passeggiata sul viale dei ricordi troppo pressante e seducente perché si potesse resistere. Nella speranza che siano a questo giro in tanti a notare che la Luna in Frac splende ancora. Beati coloro che solo adesso punteranno il loro telescopio su un astro che per la prima volta sorse a San Francisco una sera di giugno del 1977.

Un quarto di secolo dunque per i Tuxedomoon, anche se poi il cuore della loro vicenda e anzi quasi tutta batte nei primi dieci anni di un percorso seminato di ostacoli e intuizioni che risultano tuttora abbacinanti. Decennio che potrebbe essere ancora dimezzato prendendone solo la parte ’77-’82. E si potrebbe enucleare ulteriormente e individuare un duro nocciolo compreso fra il debutto adulto “Half Mute”, una faccenda del 1980, e il doppio mix “Suite en sous-sol”, che usciva nell’82 in esclusiva mondiale per i tipi della bolognese Italian Records. Ne resterebbe comunque a sufficienza per ritagliare uno spazio importante per la formazione californiana nella storia di quel rock che si definiva “avant” fin quando non si decise di chiamarlo “post”. Nella storia del rock e basta, quel rock cui stavano succedendo tante splendide cose in quegli anni ma poche splendide quanto i Tuxedomoon. Steven Brown, Blaine Leslie Reininger e Peter Dachert, in arte Principle, approfittavano di una favorevole congiuntura temporale chiamata punk per farlo collidere e colludere con scampoli di romanticismo e un’avanguardia fuori dalle accademie ma delle accademie conscia, disossamenti proto-world ed elettronica casalinga, cameristica, pulsioni e pulsazioni disco e gangsta-jazz in a Blade Runner (che ancora non si era visto) style. Non si era mai ascoltata una musica così.

Europei d’adozione fin dai primi ’80, quando si stabilirono a Rotterdam, i tre principali Tuxedo – diversi altri, vedrete, li hanno nel tempo accompagnati – sono oggi cittadini del mondo: Brown risiede a Città del Messico, Reininger ad Atene, Principle è tornato nella natìa New York. Il che rende loro alquanto difficoltoso provare insieme, c’è da supporre. Si continua a dirli californiani per forza d’abitudine, ma il primo è nativo di Chicago e il secondo di Pueblo, Colorado. Considerati gli interessi condivisi per teatro, cinema e musica d’avanguardia, di poco passato il giro di boa dei ’70 non avrebbero potuto conoscersi e piacersi che nella fricchettona Frisco, laddove vent’anni prima la poesia beat aveva dimostrato, con Burroughs e in anticipo su Laurie Anderson, che “language is a virus from outer space” e un decennio dopo l’Estate dell’Amore aveva germinato bocciuoli di sogni all’LSD e policrome visioni di un mondo migliore possibile. E difatti lì si conobbero e si piacquero, ma non tutti e tre subito. Dapprima Blaine e Steven. L’uno dopo avere suonato, ragazzino, garage nei garage aveva cominciato a vagheggiare un nuovo genere di complesso rock, disposto al commento a un fluire di immagini e alla rappresentazione teatrale. L’altro aveva vinto, diciottenne, un prestigioso premio per la regia di un film amatoriale. L’uno aveva un posto dove suonare, l’altro una buona strumentazione, come scoprirono frequentando il medesimo corso di musica elettronica. Provavano a scrivere qualcosa a quattro mani e ne veniva fuori l’oscura Litebulb Overkill, passo quasi da bolero cui un insistito violino dona accorata ossessività. Abbastanza soddisfatti, si battezzavano pomposamente (accorceranno per fortuna subito) Tuxedomoon New Music Ensemble e di tutti i luoghi possibili al mondo per presentarsi dal vivo optavano per una pasticceria. “Live At Just Dessert”, esistesse un nastro: wow. Svezzatisi dinnanzi a pochi intimi, due mesi dopo – e siamo dunque all’agosto ’77 – si esibivano pubblicamente in ben più affollato ambito suonando su un carro di carnevale alle celebrazioni del Gay Liberation Day. Viene da lì la loro registrazione più antica che ci sia pervenuta, una stupefatta e stupefacente I Heard It Through The Grapevine di Marvin Gaye recitata con voce impassibile da Gregory Cruikshank. Passando in rassegna il repertorio pre-debutto adulto, altre due stortissime cover risaltano: 19th Nervous Breakdown dei Rolling Stones, pressoché irriconoscibile, e l’epica e struggente In Heaven di David Lynch, rintracciabili entrambe sul live collettivo (gli altri partecipanti: Dead Kennedys, K.G.B., Offs, Mutants, Pink Section) “Can You Hear Me?”. Registrato in un club per sordi, uno dei pochi locali di San Francisco in cui ai punk venisse permesso di suonare e non è una barzelletta.

La prima sortita discografica dei Tuxedomoon, a questo punto ancora un duo cui occasionalmente collaborano la cantante Victoria Lowe (che sarà presenza passeggera) e l’attore e cantante Winston Tong (che sarà viceversa presenza rilevante seppure intermittente) è il 45 giri su Tidal Wave Pinheads On The Move/Joeboy The Electronic Ghost, inciso nella primavera del 1978 e per certo uno dei reperti più eccitanti della new wave a stelle e strisce. Altrettanto per certo, non granché indicativo di quanto verrà, dal momento che il lato A è una scheggia di innodìa Devo e il retro una svagata cantilena Residents (la qual cosa porterà bene). Quell’estate, già senza Vittoria ma con le importanti aggiunte del chitarrista Michael Belfer (in libera uscita dagli Sleepers) e del batterista Paul Zahl (Flamin’ Groovies! Frisco è bella perché è varia; e anche SVT, con Jack Casady), vengono impressi su nastro i quattro brani che andranno a comporre l’EP autoprodotto “No Tears”: recuperata Litebulb Overkill, il programma si completa con la gracidante danza electro di New Machine, una tambureggiante traccia omonima che all’ombra della Big Apple avrebbero detto no wave e lo sconcertante omaggio a Cole Porter di Nite & Day. I Tuxedomoon iniziano a sembrare i Tuxedomoon e molto di più quando – ecco! – avanza infine al proscenio Peter Principle, che ha messo dischi nelle radio underground facendosi chiamare Peter Carcinogenic (urgh!) e vanta un tentativo di contemporanea imitazione di Cage e Stockhausen durante il quale ha distrutto un pianoforte a colpi di tubi catodici morti: perfetto.

Un 7” e un EP 12” (il primo per la Time Release del manager Adrian Craig, il secondo ancora autoprodotto) anche nel 1979 e la qualità seguita a lievitare. Se la seconda facciata del singolo, Love/No Hope, è clash eccitante ma relativamente poco originale di Devo e Residents (rieccoli), la prima, The Stranger, è già indicativa della multimedialità che caratterizzerà il combo: messa in scena per le orecchie in forma di recitativo da Camus, musica per il cuore da una notte d’Arabia trafitta da un archetto incantatore. “Scream With A View” fa vaticinare capolavori mettendo di seguito la cybergitana Nervous Guy dal sax-appeal immane, la motoristica Where Interests Lie, una (Special Treatment For The) Family Man che svolazza/sputazza jazz in luoghi orrorosi e la miagolante catatonia di Midnite Stroll. Squisito lascito di Belfer che dice ciao, Zahl l’ha già fatto, Tong è disperso.

Tuxedomoon 1982

È cosi quello che per tre anni sarà il nucleo base (ed è tornato da cinque assieme) – Brown (sax, voce, sintetizzatori, tastiere, percussioni elettroniche), Reininger (violino, voce, sintetizzatori, tastiere, chitarra, basso, percussioni elettroniche), Principle (basso, chitarra, percussioni elettroniche, sintetizzatori) – a congiurare, su istigazione guarda un po’ della residentsiana Ralph, la pietra miliare “Half-Mute”, anno di infinita grazia 1980. Un classico totale della nuova onda dai primi secondi di tastiere ascendenti e sax struggente di Nazca agli ultimi di pale rotanti che suggellano la suite KM/Seeding The Clouds, circonvoluzioni jazz metamorfizzate in assorta cantilena. L’applauso e una lacrima unica risposta possibile. Al robotico funk di 59 To 1 piuttosto che al martellare di Tritone (Musica Diablo), alla Morricone western-wave di What Use? come ai bartokiani svisi di Volo vivace, al velvettiano malessere che trasmette 7 Years (all’altezza di “Holy Wars” i Tuxedo cercheranno di farsi produrre da John Cale ma dovranno dire no alle sue esose richieste), a una James Whale che (sogno o son desto?) anticipa certi Pan Sonic.

“Half Mute” vende piuttosto bene (per il tempo e gli spartiti), soprattutto in Europa, e viene pianificato un tour da spalla ai Joy Division. Salta, perché saltano gli stessi Joy Division quando Ian Curtis salta nel vuoto con un cappio al collo, ma ci si riorganizza e allora Tuxedomoon sarà attrazione principale o unica (unica comunque). Belgio, Olanda, Germania, Londra, dove si registra e c’è di nuovo Tong. In un giorno libero si infila una data a Bologna ed è l’inizio del romanzo d’amore fra l’Italia e la Luna in Frac, di cui viene ammirata, a parte l’arditezza di musiche in ogni caso colme di sentimento, la teatralità di spettacoli in cui andersonianamente (Laurie) i Nostri suonano immersi in un fluire di diapositive e filmati. “Desire” fa poi l’impossibile: sorpassa il predecessore. Con la malinconia zingara che dopo cavalcate in cinemascope affonda in ronzanti silenzi nella strada che conduce da East a Music # 1; con il metronomico disvelarsi di Victims Of The Dance fra ululare di sassofono e tessiture di synth; con l’ultravoxiana (già in precedenza John Foxx si era dichiarato un estimatore) Incubus (Blue Suit); con la vorticosa danza di tastiere slanciate e basso negro e voci in stanze d’eco del brano omonimo; con la funebre Again; con la sferragliante In The Name Of Talent; con il tango marziano Holiday For Plywood. Estasiati dalle accoglienze europee i Tuxedo decidono di salutare per sempre San Francisco e cambiare sponda dell’Atlantico. E subito va tutto male e in particolare a Reininger, che dopo un concerto in solitudine ad Amsterdam, organizzato per rimediare qualche spicciolo, viene derubato dell’incasso e mentre insegue il ladro è investito da un auto, che gli sbriciola una caviglia e quel che è peggio quattro dita della mano destra. Passerà un tot di mesi su una sedia a rotelle e altri zoppicando su una stampella, e prima di potere di nuovo imbracciare il violino dovrà a lungo arrangiarsi per suonare con una tastierina Casio.

Il 1982 è nondimeno l’ultimo anno di gloria autentica per il trio o quartetto che sia, visto che non si capisce mai se Tong sia dentro o fuori. Tre punti fermi: l’album “Divine”, su Philips, colonna sonora per un balletto coreografato da Maurice Bejart e ispirato alla figura di Greta Garbo; il bellissimo e già citato mini in forma di doppio mix “Suite en sous sol”, caratterizzato da forti influssi etnici (sublime Courante marocaine, con tanto di oud); l’ambiziosa pièce orchestrale “The Ghost Sonata”, rappresentata al Festival di Polverigi e che avrà un’edizione discografica soltanto nel 1991, su Les Temps Modernes.

L’anno dopo Reininger opta per una carriera solistica che sarà congrua sia per numero che per livello medio delle uscite e nulla sarà più lo stesso. Sono però largamente sottovalutati i Tuxedo in mano a Brown e a Principle, con Tong che fa capolino quando gli garba e l’ottimo olandese Luc Van Lieshout a fare il jolly . Dei tre LP messi in fila fra l’85 e l’87 per la Cramboy giusto l’ultimo, “You”, cade in una peraltro gradevole routine. “Holy Wars” vanta alcune delle canzoni più incisive del catalogo: una St. John per la quale i Cure potrebbero in ogni momento far carte false, una Bonjour tristesse che piacerebbe sentire dal Marc Almond più melò; “Ship Of Fools”, una seconda facciata deliziosamente in bilico fra neo-classicismo, jazz e cabaret.

E il resto? Polvere di stelle o per meglio dire di luna. Un buon mazzo di dischi in proprio pure per Steven Brown (vedi Reininger) e parecchi di meno per Principle. La cruciale raccolta “Pinheads On The Move”, del 1987, che è l’unico sensato modo per procurarsi la preistoria di Tuxedomoon, e il canonico doppio dal vivo celebrativo “Ten Years In One Night”, del 1989. Poi “Joeboy In Mexico”. Poi “Soundtracks/Urban Leisure”, antologia ancora fresca, visto che è dello scorso giugno, che colleziona estratti di colonne sonore tanto per il palcoscenico che per il cinema. Infine “Live In St. Petersburg”, scaletta archeologica (quasi tutto “Half-Mute” e addirittura due pezzi da “No Tears”) ma non un granello di polvere su pagine che parvero futuro remoto la prima volta e oggi sono, semplicemente, senza tempo.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.56, gennaio 2003.

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4 commenti

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4 risposte a “Quel vecchio frac – Una storia dei Tuxedomoon

  1. Giancarlo Turra

    “crema di VMO”, qui…

  2. Matteo

    Ne ho sempre, vergognosamente, rinviato l’ascolto; come quei bambini che si lasciano le caramelle buone per dopo (quando poi non si sa..)… a questo giro però credo che non resisterò, troppa la curiosità messami addosso dalle parole del venerato.
    P.s. ma il tuxedo non è lo smoking? il frac è puro residents

    • Sì, lo so che il tuxedo è lo smoking. E’ una libertà che mi presi allora e mi sono preso di nuovo adesso per il gusto di fare una citazione. Domenico Modugno, per quelli a cui è sfuggita. 🙂

  3. Matteo

    Ecco, mi era sfuggita.. colpa mia, la prossima volta mi taccio (o studio di più prima di parlare). 🙂

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