Billy Joel: le vere “Songs Of Innocence”

Billy Joel - An Innocent Man

Proprio vero che talvolta non tutto il male vien per nuocere. Metti che tu abbia appena divorziato, che di solito non è la più piacevole delle situazioni e delle condizioni d’animo, e che però – e in ciò sta il buono – riportandoti a uno status di “single” che da tempo non vivevi la pur dolorosa separazione ti spalanchi un mondo di occasioni. Se sei un comune mortale tiri fuori da un cassetto le vecchie agendine telefoniche, o ti dai all’happy hour. Se invece hai in salotto quei quaranta, cinquanta, sessanta fra dischi d’oro e platino frequenti altri ambienti. Ad esempio quelli dove le top model sono di casa. Tutto questo accadeva a Billy Joel, l’anno era il 1983 e che a consolarlo provvedessero dee tipo Elle Macpherson lo riportava mentalmente “agli anni dell’adolescenza”. Da lì l’idea di mettersi a scrivere canzoni nello stile di quelle che ascoltava da ragazzo. Esito: “An Innocent Man”. Sette milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti, altri cinque o sei nel resto del mondo. Povero Billy…

E però – ma davvero! – come può starti antipatico uno così? Come si fa a non adorare un album siffatto? Stilisticamente collocato quasi per intero all’incrocio fra ’50 e ’60, risultava revivalistico già all’uscita ma da allora non è naturalmente invecchiato di un giorno. Un autore meno talentuoso del Nostro si sarebbe limitato alla bella calligrafia. Joel confezionava invece una decina di tracce una più frizzante e irresistibile dell’altra. Passando con incredibile disinvoltura dall’esplosivo funk all’esatto incrocio fra Wilson Pickett e James Brown di Easy Money al soul innervato di archi e propulso da un felino basso jazz della traccia omonima, mettendo in fila doo wop da manuale quali The Longest Time e Uptown Girl e una riproduzione al pari certosina ma spiritata del suono Motown come Tell Her About It, serenatone alla This Night e un rock’n’roll come Christie Lee. Reimmaginando – in Leave A Tender Moment Alone – Smokey Robinson come Stevie Wonder e basterebbe un brano così a giustificare l’acquisto di “An Innocent Man”. Un’altra ragione per averlo: nonostante arrivi dagli anni ’80 – decennio nel quale come in nessun altro vennero perpetrati contro l’alta fedeltà i crimini più orrendi – ha sempre suonato fantasticamente. Mai come in questa straordinaria riedizione Original Master Recording che divide fra quattro facciate da ascoltare a 45 giri i suoi quaranta minuti, con gli effetti immaginabili sulla dinamica. Che non è poi nemmeno la qualità che colpisce maggiormente di una stampa che ha a mio avviso il suo principale punto di forza nella riproduzione di giochi di voci mai come ora così imprendibili. Ha anche un costo importante, avrete intuito, e però io dico che ogni tanto un sacrificio è lecito, ogni tanto bisogna volersi bene. Se quest’anno avevate intenzione di acquistare una sola edizione speciale per audiofili, che sia questa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.348, dicembre 2013.

4 commenti

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4 risposte a “Billy Joel: le vere “Songs Of Innocence”

  1. Michele

    Che bella sorpresa,Venerato. Il primo disco acquistato, da Disclan negozio storico di Salerno, il 2 novembre 1984. Da allora una passione che dura ancora oggi. E se la fiammella, piuttosto che spegnersi arde ancora crepitando il merito è anche tuo, che raggiunta la maturità stilistica e critica, continui a scrivere della “nostra” musica con la passione e l’entusiasmo che ti ha sempre animato. Grazie di tutto, Michele.

    • alfonso

      Negozio che per fortuna ancora esiste, per me è tappa obbligata quel paio di volte l’anno che vado a farmi un giretto a Salerno. Grazie Eddy per questa seconda dritta su Billy, me lo vado a ripescare subito

  2. marktherock

    ecco un altro con il quale ho dovuto necessariamente andare a Canossa (capirete, nell’83 questo era in classifica e si spupazzava Kristie Brinley… e potevi poi dire che ascoltavi i Crass?) . Eppure, sotto il sidol che certo abbelliva tutto, si capiva che talento ce n’era, eccome se ce n’era. Questo non è il suo che preferisco, forse per via che non mi sono voluto abbastanza bene comprandomi la super deluxe in doppio vinile (a seconda dei giorni, vado su “Turnstiles” o sull’eclettismo black and white alla Garland Jeffries di “52nd Street”) . Ma certo “Leave A Tender Moment Alone” – perfetto l’ibrido descritto dal VM – è una di quelle canzoni da salvare dal disastro termonucleare.

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