I sessantacinque anni piuttosto orribili di Bruce Springsteen

Oggi è il compleanno del Boss, che è uno al quale ho voluto un sacco di bene. Siccome tuttora gliene voglio tanto gli auguro di cuore di non pubblicare mai più un album come quelli che ci ha inflitto, uno via l’altro (sola eccezione virtuosa le “Seeger Sessions”), post-“The Rising”. Di scrivere ancora una manciata di canzoni degne della sua era (diciamo ’75-’82?) artisticamente aurea (a me ne basterebbe anche una sola). E – va da sé – di divertire e divertirsi su e giù per i palchi di mezzo mondo per tanti anni ancora. Però, per cortesia, basta balletti con squinzie e bambini.

Bruce Springsteen - Devils & Dust

Devils & Dust (Columbia, 2005)

Di solito i bonus che le case discografiche aggiungono alle uscite più attese (premurandosi di far sapere che così sarà per la prima tiratura e basta, con l’effetto di “dopare” le vendite nelle cruciali prime settimane) non sono particolarmente significativi. Non vale per quello che per Bruce Springsteen è l’album in studio numero tredici, in trentadue anni e basti la matematica a certificare che il Boss ha sempre ben meditato le sue uscite, facendo di ciascuna un evento, parlando quando aveva qualcosa da dire e sarà anche per quello che il catalogo (tolto “Human Touch”) rasenta l’impeccabile: qui più del CD colpisce il DVD. Seduto in un angolo di una casa spoglia come le cinque canzoni che esegue in solitudine, accompagnandosi con una chitarra acustica, Bruce sorride molto parlando di quei brani e del disco che li contiene, ma si coglie nei suoi sorrisi un’ombra di malinconia. E quando è attraverso una porta socchiusa che viene inquadrato pare smarrito e assediato da fantasmi: quelli di “Nebraska”, quello di Tom Joad, quelli del fallimento delle cause per cui si è impegnato dacché nel 2002, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle, “The Rising” raccontava un’America desiderosa di capire oltre che di risorgere. Quell’America ha poi invaso l’Iraq (come altri di buona volontà, il nostro uomo invano si è opposto). Quell’America ha poi rieletto George W. Bush (il nostro uomo ha fatto campagna per John Kerry). Stupirsi che gravi su “Devils & Dust” una cappa di amarezza?

Impossibile non vederlo come il completamento del trittico aperto nell’82 da “Nebraska” e di cui “The Ghost Of Tom Joad” costituì, nel 1995, il secondo pannello. Meno cupo e scarno del primo, meno avaro di melodie istantanee di un secondo da cui prende qualche tema, qualche arrangiamento, con qualche altro e in primis certe tastiere che arrivano da “Tunnel Of Love”. Ecco: se ne sarebbe fatto a meno. Sebbene non debordino mai ed evidenzino più di un’intuizione felice – il violino che infioretta Long Time Comin’, l’organo chiesastico in Black Cowboys o che sibila errebì in Maria’s Bed, la tromba spagnoleggiante che schizza da Leah – gli arrangiamenti tolgono invece che aggiungere a canzoni che si fatica a immaginare eseguite dalla E Street Band, che difatti non c’è e che distrarrebbe dall’intensità di storie memorabili come le migliori di Bruce. Sono invece sotto una peraltro altissima media le musiche, ordinaria amministrazione l’elettrico incalzare di All The Way Home o il sussurro country-blues di Reno, o ancora lo sculettare rock’n’roll di All I’m Thinkin’ About. La traccia omonima o Matamaros Banks, congedo quantomai struggente, si raccomandano nondimeno a future antologie.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.19, autunno 2005.

Bruce Springsteen - Magic

Magic (Columbia, 2007)

Due stellette per una doppia mozione d’affetto: per il padrone di casa, naturalmente, e non c’è bisogno di spiegazioni; e per un Danny Federici al passo d’addio e la commozione è tanta, più di quanto non avrei mai creduto. Due stellette grazie a una canzone molto bella, che è Your Own Worst Enemy, graziosissima variazione sul sempiterno tema del jingle-jangle, e a una assolutamente straordinaria che è Girls In Their Summer Clothes, un capolavoro che sintetizza la malinconia dell’incombere della terza età in quattro versi che semplicemente appiccicano al muro. Se no “Magic”, di gran lunga il disco meno soddisfacente del Nostro da “Human Touch”, la sufficienza non l’avrebbe raggiunta. Troppi brani con il pilota automatico. Troppi brani da John Cafferty qualunque, altro che da Boss. E poi quella produzione: oscena. Da proporre, auspicabilmente, alle nuove generazioni di tecnici del suono come esempio di tutto quello che non bisognerebbe fare quando si registra, si mixa, si masterizza. Sempre che la stupida presunzione che l’mp3 abbia reso tutti quanti sordi non prevalga ed è purtroppo possibilissimo.

 Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.647, giugno 2008.

Bruce Springsteen - Working On A Dream

Working On A Dream (Columbia, 2009)

Il punto, naturalmente, è che costui è Bruce Springsteen: l’autore di “Born To Run” e “The River”, di “Darkness On The Edge Of Town” e “Nebraska”, di “The Ghost Of Tom Joad” e se vogliamo (vogliamo? sì) pure di “Born In The U.S.A.” o “The Rising”. Il punto è che fa male dovere dir male di uno che (scusate se mi cito) “fu un fratello maggiore con cui percorrere le strade dei sogni che cercano, ridimensionandosi, di non trasformarsi in amarezza”. Uno che per alcuni incredibili anni (scusate se mi cito di nuovo) fu la stella polare di “chi aveva nella mente e più che altro nel cuore una certa idea di rock’n’roll e di America”. Però “Working On A Dream” è il nuovo disco di Bruce Springsteen, non di Bon Jovi, John Cafferty o Bryan Adams. Non di Little Steven o Clarence Clemons o Southside Johnny. In quei canoni farebbe una discreta o persino ottima figura. In quello springsteeniano è una delusione che va dietro a una delusione, in un certo senso purtroppo ridimensionandola. Dai, in fondo “Magic” non era così scarso (e invece sì). Quantomeno un paio di brani da antologia (Your Own Worst Enemy, Girls In Their Summer Clothes) li regalava. Quantomeno la copertina non faceva schifo. Era viceversa pessima una produzione con i volumi sempre al massimo e “Working On A Dream” persevera nell’errore.

Alla fine puoi salvare davvero (ma in altri tempi non sarebbero state che dei lati B o degli interessanti scarti da recuperare su un bootleg) giusto quelle due canzoni in cui, quasi a fondo corsa, gli amplificatori si spengono e un uomo solo resta alla ribalta con la sua chitarra e un piccolo bagaglio di emozioni vere: The Last Carnival e The Wrestler. Il resto sono ballatone che dall’epica sconfinano nella retorica, sono rock’n’roll che non hanno capito che la festa è finita. Il punto è che costui è Bruce Springsteen e un pezzo osceno come Outlaw Pete – un po’ Cuore matto, un po’ I Was Made For Loving You: ascoltare per credere – non ce l’aveva mai inflitto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.655, febbraio 2009.

Di “Wrecking Ball” e “High Hopes” ho scritto qui e qui.

30 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

30 risposte a “I sessantacinque anni piuttosto orribili di Bruce Springsteen

  1. Gian Luigi Bona

    Tanti auguri Bruce,
    Mi hai dato sensazioni, risposte, domande e tanta bella musica come pochi altri.
    (Facciamo finta che gli ultimi 4 dischi non sono mai usciti e tira fuori qualcosa come solo tu sai fare !)

  2. Giacomo/SonofBrahem

    Anche nel caso Greendale di Neil Young trovo di gran lunga migliore la versione live acustica del disco nel DVD bonus.

  3. Giacomo/SonofBrahem

    Outlaw Pete mi ha fatto rivalutare i Kiss.

  4. Bruce è uno di famiglia a cui si perdonano eventuali uscite fuori dalle righe.

  5. Antonio

    Per quanto riguarda le canzoni degne direi 73-82 e non 75-82…

  6. Massimo

    Sono d’accordo con Antonio. I primi due dischi contengono tra le cose migliori del Nostro, soprattutto non capisco perchè venga sempre sistematicamente considerato come un disco minore The wild, the innocent…che è ispiratissimo e suonato da dio. Per me è sul podio, senza discussioni. Poi è vero che gli ultimi trenta anni sono un tantino imbarazzanti…

    • Gian Luigi Bona

      Vero, “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle” è un capolavoro.
      Anche “Greetings…” lo sarebbe se fosse stato arrangiato e suonato con la band.

    • marktherock

      Pensa che io istituirei una Fondazione che regali a ogni singolo essere umano privo di musica “The Wild, the Innocent & The E Street Shuffle”… Pure per me sta sul podio, e non necessariamente sul gradino più basso. Mai più si vedrà un Boss con così evidenti radici black e pure latine. capolavoro interrazziale in spirito e lettera.

  7. Mi trattengo dal buttarmi nell’ennesima rissa in difesa dell’orribile 65enne solo perchè hai appena festeggiato i 1000 post e ci hai definiti “bella gente”… Non starebbe bene dare sfogo a bassi istinti da springsteeniano (critico con gli springsteeniani e fazioso con chi sbeffeggia poor old Outlaw Pete…)
    Su una cosa sola penso ci sia il 100% del consenso: la fottuta Waiting on a sunny day con i fottuti bambini che cantano…

    • Ero SICURO che saresti intervenuto. 🙂 Ti sia di consolazione che per diversi mesi non si tornerà più sull’argomento. Un abbraccio.

      • Ma una bella legnata del Venerato ai gadgettari irlandesi? Non vorrai prendertela solo con l’Orribile…

      • Francesco

        Sicuro di non tornare sull’argomento? Si vocifera di un nuovo disco in arrivo e non so se tremare dalla paura dell’ennesima cagata pazzesca o sperare in (almeno) un wrecking ball, che a questa età è un lusso, certo tirasse fuori un time out of mind….

      • Francesco

        il VM fa bene ad ignorarli, non si reggono più da achtung baby e bono è il più insopportabile pallone gonfiato che calca i pachi oggidì.

      • Massimo

        Mi accontenterei anche di un modern times ma temo che abbia definitivamente smarrito la strada.

  8. backstreet70

    A me “Wrecking ball” piace parecchio

  9. Ma al di là delle canzoni, quei dannati suoni rimasti agli anni ’80…Davvero non capisco come il Nostro Amatissimo non se ne sia mai reso conto

    • Davvero, un artista che è sempre stato ipercritico con se stesso prima che con gli altri non capisco come fa a non sentire quello che fa uscire.

    • Questo è esattamente l’atteggiamento di cui parlo nel mio commento più sotto…Il punto è che non c’è niente da capire, secondo me. La risposta è che Springsteen & The ESB SONO questo. Forse già da The River. A me non lascia attonito che possa non piacere la loro musica (per paradosso a me un sound del genere piace solo se è creato da loro, normalmente ascolto roba completamente diversa), ma non capisco come ci si possa stupire nel 2014 di questa cosa. E’ non volere accettare ciò che un’artista è, per sua scelta e per sua stessa natura, da quasi 35 anni. Sarebbe come criticare l’ultimo di Neil Young perchè usa il falsetto alla Neil Young per come la vedo io, boh…

  10. Ragazzi, può anche essere che un po’ si sia rincoglionito, eh. Mettiamolo in conto.

    • Massimo

      Ahahahaha quant’è vero! E non da ieri (l’età non c’entra). E’ che lui e la band erano una cosa sola, inscindibile. Quando poi decidi di ritornare sui tuoi passi per ritrovare il tempo perduto quella “magia”, quel “sound”, non li ricrei più e diventi patetico.

  11. Maurisio Seimani

    Venerabile Maestro, rispettosamente, io non capisco. Quando sento questi discorsi sul Boss tutto mi sembra così opinabile…Mi sembra cioè che al mondo esistano solo due tipi di fans di Springsteen: quelli che odiano Born in the USA e quelli che lo considerano un gran disco, alla stregua dei precedenti. I primi probabilmente non fanno altro che rimpiangere dall’82 che Springsteen non tiri fuori un nuovo Darkness o un’altro disco acustico. I secondi se la passeranno sicuramente meglio e si ritroveranno ad urlare in coro in qualche stadio il riff di Death to my hometown assieme a qualche decina di migliaia di persone. Lei appartiene alla prima schiera mi par di capire, io, per esempio, alla seconda (con tutto che trovo la title track di Born in the USA terrificante). E quindi, posto che Working on a dream fa sul serio vomitare e che l’ultimo, per quanto quasi inutile, non è un vero e proprio album, viste le immani schifezze che vengono spacciate per musica decente a suon di stelline da quando le canzoni si regalano sul web anzichè nei negozi di dischi, ciò che ci ha propinato lo Springsteen post-The Rising è l’ultimo dei miei problemi. Intendo: se mi piaceva lo Springsteen di Darlington County, Working on the highway, I’m on fire, Stand on it, Pink Cadillac, Dancing in the dark, perchè dovrebbero farmi schifo oggi Radio Nowwhere, Girl in the summer clothes, I’ll work for your love o Breaking Ball o Easy Money? E poi…Ma diamine, ci vogliamo ricordare che i testi hanno ancora un significato nella carriera di cantautore? Jack of all trades, Magic, Hunter of Invisible game, la stessa Death to my hometown, 41 Shots, The Wrestler, Bruce continua a scrivere storie bellissime! Ed è fra i pochi a farlo ancora. E perchè poi dovrei storcere il naso se Springsteen balla sul palco con squinzie e bambini? …quando ha cominciato a farlo? Nel 1980? Io avevo 4 anni nel 1980…Che problema c’è se lo fa oggi come lo faceva 35 anni fa? Cioè, il Boss è sempre stato anche questo fin dalla notte dei tempi, bisogna mettersi l’animo in pace…comunque, in sintesi: secondo me tutto parte dallo spartiacque indicato sopra. A molti, moltissimi, tantissimi, in verità, anche se non lo dicono apertamente (forse non si sa perchè vergognandosi), sotto sotto ciò che fa il Boss va ancora da Dio. Punto. E c’è una logica in questo per il discorso fatto sopra. Altrimenti non si spiegherebbe come mai uno che negli anni 90 si era esibito qui da noi (e non solo da noi) in stadi mezzi vuoti (ricordo Verona 93) se li sia andati a riprendere alla grande e, attualmente, sia l’unico insieme agli Stones in grado di fissare più d’una adunata oceanica per ogni nazione che visita ad ogni tour. Si può semplicisticamente dire che è l’effetto “Reunion E Street Band” o che in questo vi sia tanta nostalgia.Ma, appunto, quando vedo una folla esplodere in coro sul riff di una Death to my hometown, o saltellare impazzita su Breaking Ball, no…c’è qualcosa che non mi torna in questa visione delle cose. Se sono 65 anni orribili questi qui…

  12. Antonio

    Non si capisce bene perché, dopo aver parlato di Wrecking Ball in maniera quasi (ho detto quasi) positiva, adesso tu li metta nell’indistinto calderone dei dischi orribili (ammesso, e non concesso, che lo siano). Ci dovrà pur essere una via di mezzo tra le poracciate alla Repubblica XL, e questi articoli da talebano.

    Antonio

    • Francesco

      macchè talebano, purtroppo è la pura e semplice verità dell’ascolto. WB non è male, ma gli altri fanno pena..e non mi interessa se sono grandi storie (che poi ..41 shots è una grande storia? è una grande canzone? mag..), musicalmente inducono alla deiezione, e la produzione come ha detto qualcuno prima di me testimoniano di un uomo (il nostro amato bruce) che semoplicemente, in quel settore, non capisce una emerita mazza. questi dischi fanno schifo, ne parliamo giusto perchè li ha fatti lui, se li avesse fatti bon jovi ci avremmo fatto sopra una bella scoreggia e finita li. detto questo non vedo l’ora di riandare ai concerti, perchè è li where the meat is, nella speranza che woasd e relativo bambino siano per sempre un ricordo del passato, perchè fatta una volta è ok, due pure, ma se me la metti a ogni show mi fa venire l’orchite

      • Roger

        “Non mi interessa se sono grandi storie” se è musica cantautoriale, è un assunto inaccettabile (anche se oggi sembra che la cosa passi senza problemi). Anzi a volte non capisco se sia poca dimestichezza con la lingua inglese o che…ma andate un po’ di mesi a Londra a sgobbare allora cazzo!…riguarda qualsiasi cantautore…leggi la recensione dell’ultimo di Dylan o Young, ma anche Sun Kil Moon, Bonnie Prince Billy, Lanegan, Howe Gelb e tutti si preoccupano di spiegarti ogni piccola cagatina che riguardi variazioni sugli arrangiamenti, sottolineando anche ogni lieve inflessione della voce rispetto al disco prima, ma si spendesse una riga su che cazzo c’ha da dire. Se Dylan nascesse oggi sarebbe spacciato per manifesti impedimenti linguistici qui da noi, solo che è strano perchè teoricamente una volta era peggio, ma forse è che alla gente gliene fregava di più di quello che scriveva un cantautore e si informava. Oggi si recensisce Sun Kill Moon come fosse i Goat. Ti vengono a dire che il basso suona diverso dal disco prima. Boh. Inaccettabile, ripeto.

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