Jack White – Lazaretto (Third Man)

Jack White - Lazaretto

Dai, gente, diciamocelo, ché tanto resta fra noi, non verrà a saperlo nessuno e se proprio dovesse accadere niente di più facile che se ne possa menar vanto: io l’ho sempre detto che Jack White è uno stronzetto pieno di boria, io. Ogni decennio ha il suo del resto: gli anni ’80 ebbero Prince, i ’90 Billy Corgan e questo nuovo secolo in cui nulla finora sembra distinguere i decenni l’uomo nato John Anthony Gillis. Va tutto bene fintanto che l’ispirazione – quando non addirittura il genio – ti sostiene. Ma scivola una volta, inciampa un’altra, fa che ti ritrovi per terra e saranno solo bastonate con le quali pagherai con gli interessi il fio dei tuoi peccati di arroganza. Chiedi all’Artista di nuovo conosciuto come Prince (che poi a tratti ha saputo riprendersi ma tant’è, la popolarità vera se n’è andata per sempre), Jack. Chiedi a Billy, che oggi si venderebbe l’anima per scrivere anche solo una canzone ancora di quelle che da giovane metteva in fila con una disinvoltura disarmante, che tutto gli faceva perdonare. Perdonavi, ma non dimenticavi. E così nessuno si dimenticherà, ad esempio, che con Meg non sei stato un gentiluomo, Jack, né che il femminismo non sembra essere esattamente nelle tue corde. Che dare dei copioni ai Black Keys detto da uno che di rielaborazioni più o meno creative vive da sempre è stato poco intelligente oltre che ingeneroso. Che non fosse per te Neil Young un album di merda come “A Letter Home” non l’avrebbe mai pubblicato (magari un altro sempre di merda, ecco). Che hai sì giocato un ruolo meritorio nel prepotente ritorno in auge del vinile ma stai pure contribuendo come nessuno a renderlo ciò che mai sarebbe dovuto diventare: una moda. Non nego che sia stato esaltante apprendere che nell’ascesa istantanea di “Lazaretto” al numero uno della classifica di “Billboard” proprio il formato in questione si è rivelato decisivo (quarantamila LP venduti nella prima settimana nei negozi, record da ventitré anni in qua), ma le bonus nascoste dove nessuno potrà ascoltarle, sotto l’etichetta, sono una bischerata e le due differenti intro (a seconda di dove cade la puntina) per Just One Drink e l’ologramma che appare quando il disco gira trucchetti che lasciano il tempo che trovano. La sai una cosa, Jack? A parte che il vinile si è subito volatilizzato, così a comprare il CD mi ci hai quasi costretto. Fanculo. E fanculo anche per non avere incluso l’Italia in questo strano “World Tour” a puntate la cui seconda parte è partita, se non erro, sabato scorso. Sarei venuto volentierissimo a prostrarmi a tuoi piedi.

Arriverà probabilmente il tempo del backlash e qualche indizio c’è: vedasi la stroncatura di rara ferocia uscita su “Tiny Mix Tapes”; vedasi recensioni mediamente entusiastiche ma mediamente meno di quelle che avevano salutato nel 2012 “Blunderbuss” (secondo me inferiore a questo seguito; di un nonnulla, ma inferiore). Per intanto l’unico under 40 che si può incrociare in copertina su “Mojo” è in forma smagliante. Arriverà probabilmente anche il tempo del blocco dello scrittore e pare anzi che già ce ne sia stato un assaggio, se è vero come è vero che a mettere insieme questo suo secondo lavoro da solista il Nostro ha impiegato un anno e mezzo (per lui un’eternità) e per i testi ha recuperato quaderni riempiti quando era a malapena maggiorenne. Se da qui in avanti sarà discesa lo sarà in ogni caso partendo da molto in alto.

Diviso grossomodo a metà fra rock-blues discretamente fragorosi e un country solo moderatamente alternative, “Lazaretto” vive come il predecessore di grande scrittura, meno eclettico di quello e tuttavia seguendo rotte che facilmente porterebbero un timoniere meno navigato a sbandare ogni tanto, qualcuno pure a smarrirla la rotta. Si può pensare quel che si vuole dell’autore, ma negare che gran parte dei materiali che compongono quest’album rechi impresso su di sé un marchio di classicismo nel senso alto del termine sarebbe irragionevole. Peggio: da non udenti. Così la rielaborazione estrosamente alla Maggot Brain di un classico di Blind Willie McTell inscenata in Three Women e una Temporary Ground che avrebbe potuto tirarla fuori Dylan all’altezza di “Desire”; così una High Ball Stepper che sono i Led Zeppelin rielaborati come una collisione fra Duane Eddy e i Surfaris o una Entitlement che sono gli Stones in fissa per Gram Parsons; o ancora il funk in erezione dopata della traccia omonima, una Just One Drink che cita Howlin’ Wolf nel mentre rimanda agli White Stripes o il lamento nashvilliano con coda operatica di I Think I Found The Culprit. Da un certo punto di vista, è dura farsi piacere Jack White. Da un altro, è impossibile non adorarlo.

3 commenti

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3 risposte a “Jack White – Lazaretto (Third Man)

  1. Concordo con il fatto che il nostro ha grosse responsabilità nell’avere reso il vinile una moda, però, ad essere onesti, si deve rilevare che le bischerate (che tali sono e restano; ma Jack non è l’unico: gli Hellacopters hanno pubblicato l’edizione limitata di “Head Off” sotto forma di CD-7″ “double face”, sotto l’album da far leggere al laser e sopra solchi da ascoltare a 45 giri con due brani inediti) dell’ologramma, dell’intro diversa e delle bonus sotto l’etichetta sono la prima vera innovazione nel formato vinilico da decenni. In questo senso, “Lazaretto” è un album storico.

  2. stormo del triangolo

    Vinile, Cd, 7″, 45giri ma chi se ne frega..
    Per adesso É il personaggio musicale di questi anni.
    Concordo con Eddy, quest’ultimo é IL disco più “facile” dei suoi, ma la qualità é sempre altissima.
    Avercene
    Goody Music Mr White

  3. sonica

    Adoro Jack White. L’avevo visto in concerto a Lione, un paio di anni fa : pazzesco. Sudore e sangue, così come dev’essere un concerto blues. Maestro, non immagini quanto aspettassi questa tua recensione…

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