Leo Kottke: il John Fahey che non fa figo citare

Leo Kotthe - 6 & 12 String Guitar

Vuoi mettere il carisma, oltre alla genialità, di un John Fahey? Vuoi mettere il maledettismo, oltre sempre alla genialità, di un Sandy Bull? Vuoi mettere l’aura di misticismo di un Robbie Basho? In qualche modo la buona sorte ti tocca spesso pagarla ed è toccato pure al buon Leo Kottke, uno che è arrivato a riempire i palasport facendo musica senz’altro con meno spigoli dei nomi summenzionati ma non tanti di meno, però. Uno che con certi singoli dischi ha totalizzato cifre che a mettere insieme i loro cataloghi interi gli artisti di cui sopra a malapena le pareggiano. Tanto per capirci: pubblicato a inizio anni ’70, “6 & 12 String Guitar” arriverà a vendere solamente nel corso di quel decennio mezzo milione di copie e ne farà fuori un altro bel pacco quando diventerà disponibile in digitale. No, dico… stiamo parlando di autentici esercizi di virtuosismo nonché di musica esclusivamente strumentale (in altri dischi il Nostro canterà; non qui), mica di poppetto. Ancorché meritata la buona sorte ti tocca spesso pagarla. Con l’invidia: magari non da parte di Fahey, oltre che lo scopritore pure il primo discografico di Kottke, con ovvi benefici economici. Con la diffidenza: la critica non sarà benevola che intermittentemente e, più sovente che no, distratta. Con la cattiva memoria e/o la riduzione ingiustificata a stereotipo: chi costui non lo conosce che di fama, o lo ha comunque frequentato occasionalmente, tende a incasellarlo fra quei prodigi di tecnica poco interessanti per chi non maneggia lo stesso strumento. Gente che potrebbe fare magnifici discorsi ma non ha purtroppo alcunché da dire. Che questa nomea sia palesemente in contraddizione con l’altra – Leo Kottke artista “facile”, buono per le masse cui un limitato comprendonio non concede l’ascesa alle vette di un Fahey – si direbbe non importare a nessuno.

Una confessione? Fino a un anno o due fa anch’io lo conoscevo poco e male e, senza averlo in realtà mai ascoltato come si deve, lo reputavo noioso, banale, commerciale pur fra tutte le virgolette del caso. Con all’attivo in quasi quattro decenni un unico album – questo – memorabile sul serio. Poi per ragioni che non sto a spiegarvi mi è toccato fare un corso accellerato e dire che l’ho rivalutato è un eufemismo. Per dirne una: come facevo a ricordarmelo noioso – un antipatico secchione – come uomo oltre che come artista? Nel caso non fosse veramente la vostra tazza di thè di “6 & 12 String Guitar” dovreste almeno procurarvi le esilaranti note di copertina autografe. Naturalmente divertono di più se le si legge mentre si ascolta il disco, ma come non scoppiare ugualmente a ridere di fronte a un “Bach ebbe venti bambini perché il suo organo non si fermava mai”? Scritto come commento autosmitizzante a una straordinaria, intensissima Jesu, Joy Of Man’s Desiring, proprio del Johann Sebastian. Il resto è Kottke che countreggia e blueseggia come un ossesso concedendosi qui e là un’oasi di sogno, inscenando feste con un retrogusto di mestizia così come elegie dal cuore allegro. Mi viene da pensare che il mentore dovette patirne, se non la tecnica, la capacità comunicativa. Mi viene da pensare che Jorma Kaukonen questo LP lo frequentò prima di porre mano a “Quah”.

L’ottimo Alfredo Gallacci, di Sound And Music, mi ha fatto recapitare questa gemma di disco in due stampe, entrambe Classic Records, una in un vinile tradizionalmente nero, l’altra su un supporto semitrasparente che in teoria, essendo stato depurato di ogni traccia di carbonio, dovrebbe essere meno soggetto a disturbi statici e offrire di conseguenza una definizione complessiva superiore e in particolare una resa migliore sulle basse frequenze. Ovviamente un confronto plausibile lo si sarebbe potuto fare solamente avendo un secondo giradischi e una seconda testina identici, collegandoli a una centralina, iniziando l’ascolto in contemporanea ed effettuandolo a parità di volume. Ovviamente non ho potuto fare un confronto plausibile. Suonano benissimo (pulite e scintillanti, senza la minima traccia di fatica d’ascolto) l’una edizione e l’altra. Il vecchio Leo mi si è materializzato nella stanza e ne ho approfittato per chiedergli scusa per avere malpensato di lui.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.300, aprile 2009.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...