Archivi del mese: settembre 2014

Love unlimited per Barry White

Non ci avesse sfortunatamente lasciati nel luglio 2003, il maestro di tutti i maestri di seduzione compirebbe oggi settant’anni. Certo di fare cosa che oltraggerà molti, lo omaggio recuperando la recensione di un suo album classico.

Barry White - Let The Music Play

Bella e un po’ perfida soddisfazione potere scrivere di Barry White sapendo che la sua semplice presenza su queste pagine scandalizzerà talebani del rock di ogni tribù: da coloro che girano con la cresta incuranti del fatto che dal 1977 siano passati tre decenni e mezzo a quanti maneggiano ancora con reverenza i vinili di Emerson Lake & Palmer. E tutti quelli in mezzo. Per una volta uniti nel gridare all’abominio, presumibilmente ignari che l’uomo nato nel 1944 Barry Eugene Carter crebbe ascoltando musica classica e, giovanissimo, curò l’arrangiamento di un caposaldo errebì quale Harlem Shuffle (poi rifatto dai Rolling Stones) e scrisse alcuni brani per quel Bobby Fuller la cui canzone più famosa è I Fought The Law (poi rifatta dai Clash). Eppure ho abbastanza anni da ricordare quando nessuno avrebbe ammesso di apprezzare la voce ipervirile e iperconfidenziale del nostro uomo, la ritmica solidissima che la sottendeva e lo faceva catalogare alla voce “disco” (ma si può chiamare anche funky, eh?), le sontuose orchestrazioni che la avvolgevano. Gli LP e soprattutto i 45 giri finivano in classifica egualmente e in Italia più a lungo che non negli USA stessi dove, “guarita” la febbre del sabato sera, le fortune commerciali di Barry White conoscevano un declino più rapido, subitaneo.

Nondimeno a un certo punto la parabola discendente si invertirà e, con sublime paradosso, quest’uomo più grasso della vita si scoprirà icona trasversale in patria (lì sì), adorato dalla più variegata delle platee. Mi piace pensare che l’autore che come probabilmente nessuno ha contribuito con la sua musica – forse più che con qualsiasi altro album con questo “Let The Music Play”, oggi ristampato in un’edizione addizionata da cinque versioni alternative della lussuriosa traccia omonima – al sovrappopolamento del pianeta se ne sia andato certo troppo presto (cinquantottenne), ma consolato dal sapersi amatissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.333, maggio 2012. Adattato.

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Brian Eno/Karl Hyde – Someday World + High Life (Warp)

Eno & Hyde - Someday World

Non sprecherò spazio né offenderò il lettore raccontandogli chi è Brian Eno (che per bella coincidenza festeggia il sessantaseiesimo compleanno nel preciso giorno in cui scrivo queste righe) e perché sia così importante tanto per la musica “popular” che per quella colta degli ultimi quattro decenni. Due parole vanno invece magari spese per Karl Hyde, che pure non è nemmeno egli precisamente di primo pelo (cinquantasette anni e in giro da oltre trenta) ma i dischi li ha sempre venduti partecipando a progetti che coinvolgevano anche altri: prima declinando synth-pop un po’ dozzinale con i Freur, quindi coniugando con gli Underworld uno dei migliori e più popolari ibridi di sempre fra elettronica da ballo e forma canzone. Ve la ricordate la colonna sonora di Trainspotting? Ecco… Collaborazione pesante dunque quella che ha prodotto “Someday World” e solo colpa di Eno se le aspettative al riguardo erano però modeste, visto che lo ha presentato come una serie di bozzetti, dimenticati e poi ritrovati su un hard disk, che ha invitato Hyde a dargli una mano a completare, giusto per non lasciarli lì inutilizzati. Non c’era da eccitarsi troppo, eh?

Eppure ne è risultato un lavoro buono e in qualche frangente ottimo, che per certo non dice alcunché di nuovo ma nel suo raccontare storie risapute esibisce una grazia speciale. Più che gli Underworld, la cui ombra si allunga giusto su The Satellites (che parte però smaccatamente Radiohead) e Strip It Down, io ci ho colto l’Eno degli album pre-ambient di canzoni e delle produzioni per Talking Heads (A Man Wakes Up rammenta Once In A Lifetime, When I Built This World cita Burning Down The House) e U2 (To Us All praticamente una outtake di “Unforgettable Fire”).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.352, giugno 2014.

Eno & Hyde - High Life

Ma stiamo scherzando? Questa la mia reazione alla notizia che, a due mesi dalla precedente collaborazione (affrontata ovviamente due numeri fa), Brian Eno e Karl Hyde già tornavano nei negozi con un nuovo album insieme. Seguita da qualche frase irriguardosa e dal pensiero che non ci fosse da aspettarsi nulla: una raccolta di ulteriori scarti a seguire un disco già presentato in modo non lusinghiero da Eno stesso come un recupero di materiali a lungo dimenticati in un cassetto, come forse ricorderete visto che lo avete letto da poco. In tal caso ricorderete però anche che, a dispetto di premesse non entusiasmanti, “Someday World” alla prova dell’ascolto se l’è cavata più che bene. Il buffo è che toccherebbe ora ridimensionarlo, per quanto è superiore questo secondo capitolo, cui do un 8 pieno e il 7,5 del predecessore finisce per parere generoso. Fatto è che sono due lavori che niente condividono oltre agli artefici, dalle genesi affatto diverse come non sapevo prima di affrontare “High Life” e che a parere un errore, adesso, è non solo la scelta di pubblicarli uno a ridosso dell’altro ma che il primo sia uscito del tutto. Magari lo si sarebbe potuto recuperare parecchio più avanti, o anche no. Per non abbassare la media, ecco.

La migliore collaborazione di Brian Eno dall’epocale “My Life In The Bush Of Ghosts” con David Byrne, dico io. Lavoro quasi capolavoro con in comune con quello (il lettore più scaltro l’avrà intuito dal titolo) dosi massicce d’Africa: per cinque sesti del suo procedere un’orgia di funk dall’astratto al concreto e variamente ibridato, con minimalismo, industrial, electro, gospel, psichedelia e per l’appunto high life, e nello spettrale congedo Cells & Bells uno spiazzante omaggiare Fennesz, quando Fennesz è da una vita che omaggia Eno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Camper Van Beethoven – El camino real (429 Records)

Camper Van Beethoven - El camino real

Chi non muore si risente o si riforma e magari più di una volta, come è il caso di questi californiani tornati insieme già esattamente un decennio fa e poi di nuovo lo scorso anno, con un album di cui non si può non riferire per raccontare quest’ultimo. Magari però ricordando prima – a chi c’era ma era distratto e soprattutto a chi non c’era (perché che siano stati più o meno rimossi è un’ingiustizia colossale) – quanto furono straordinari e straordinariamente importanti i Camper Van Beethoven ragazzini. Che discograficamente si affacciavano al proscenio nell’85 e un gruppo così non lo si era mai sentito: capace di attaccare il folk con attitudine tutta punk, di mischiarlo alla psichedelia così come a quello che allora si chiamava college rock e come niente di aggiungere poi dello ska, del country, assortita world music, un tocco di progressive, uno di pop. Capace di rifare i Sonic Youth come i Pink Floyd restando egualmente plausibile. Formidabile in studio e persino di più dal vivo, come il Vostro affezionato ebbe modo di verificare in un paio di (indimenticabili) occasioni. Quei Camper Van Beethoven in un certo qual senso ci sono ancora, ma naturalmente non possono esserci più.

Chi arriva adesso piuttosto recuperi il catalogo storico. I cultori d’antan se avevano trovato soddisfacente “La costa perdida” non potranno non apprezzare “El camino real”, che del predecessore è come una seconda parte, concept in due puntate dedicato alla California, quella settentrionale al’altro giro, la meridionale adesso. Dell’album prima il nuovo è sorta di fratello più sobrio, non tanto più maturo – azzarderei – quanto più consumato dalla vita. Il meglio giunge a fondo corsa, con il country-rock spumeggiante ma agro Darken Your Door e la ballatona Grasshopper.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Audio Review n.355

Audio Review 355

È in edicola dallo scorso fine settimana il numero 355 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di Jon Allen, Liam Bailey, Basement Jaxx, Courteneers, Robyn Hitchcock, Moro & The Silent Revolution, Tom Petty & The Heartbreakers (disco del mese), Raveonettes, Gemma Ray e Tricky, di una raccolta di Ken Stringfellow e di recenti ristampe di Andrea Chimenti, Mogwai e Steve Wynn. Nella rubrica del vinile mi sono occupato di Billy Joel e Buddy Miles.

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The Cure 1978-1996 (18): Wild Mood Swings

Wild Mood Swings

Want. Club America. This Is A Lie. The 13th. Strange Attraction. Mint Car. Jupiter Crash. Round & Round & Round. Gone!. Numb. Return. Trap. Treasure. Bare.

Fiction, maggio 1996 – Registrato presso gli studi St Catherines Court nell’Avon e Haremere Hall nel Sussex – Tecnico del suono: Steve Lyon – Produttori: Steve Lyon e Robert Smith.

Chi ha assistito a uno dei concerti del tour con il quale, nel 1995, Robert Plant e Jimmy Page hanno celebrato in pompa magna il secondo, inatteso decollo del Dirigibile si sarà imbattuto, a un certo punto della scaletta, in un brano dal sapore stranamente familiare ma non proveniente dal repertorio dei Led Zeppelin. Nonostante la grande popolarità della canzone, ai più sarà probabilmente stato necessario, anche per via del curioso arrangiamento in aria di progressive, qualche minuto almeno per riconoscere Lullaby, vecchio hit dei Cure AD 1989. È la dote che Porl Thompson ha portato con sé nell’avventura per lui più affascinante della sua vita: fare da spalla a colui che era il suo modello quando cominciò a suonare. Una sfida da far tremare i polsi (quanti sono i chitarristi in grado di dividere un palco con Page?) che Thompson ha vinto in scioltezza. I veri e propri panegirici dedicati a lui e ai Cure da Plant ogni sera sono stati quasi una sorta di discorso introduttivo nella “Rock And Roll Hall Of Fame” per il gruppo di Robert Smith. Diranno i maligni: un omaggio di dinosauri ad altri dinosauri. Anche sorvolando sul fatto che i due ex-Zeppelin hanno esibito dignità e ispirazione rare nelle rimpatriate di questo genere, è “Wild Mood Swings”, un lavoro di freschezza straordinaria per un gruppo prossimo a festeggiare il ventennale, a smentirli.

Già lo si è annotato dicendo di “Wish”: i frequenti cambi di formazione hanno certo contribuito a mantenere i Cure “giovani”. Partiti per altri lidi Thompson e Williams, i nuovi arrivati si chiamano Roger O’Donnell (che nuovissimo non è, visto che era stato in squadra ai tempi di “Disintegration”) e Jason Cooper, aggregatosi stabilmente a lavori in corso, tanto che figura solo in metà delle quattordici canzoni in catalogo. Il tempo forse ci smentirà, ma il nuovo tastierista e il nuovo batterista sembrano essere, più di altri musicisti transitati in passato per le fila dei Cure, dei gregari la cui presenza è del tutto ininfluente. Se si tiene presente poi che Perry Bamonte è sì in organico da cinque anni ma questo è soltanto il suo secondo LP in studio e che Simon Gallup appare un po’ defilato (alcune parti di basso sono state suonate da Smith e da Bamonte) diventa impossibile non considerare questo un album solistico di Robert Smith. Non il primo, anche se, al solito, il capitano divide i crediti compositivi con sottoufficiali e truppa.

Le “selvagge oscillazioni di umore” promesse dal titolo non sono più marcate che in qualunque altro dei nove predecessori in studio di “Wild Mood Swings”. Non nei testi perlomeno, fra i migliori scritti da Smith, incerti fra un’assorta malinconia e stati depressivi che un’ironia spesso tagliente riscatta dalla tendenza al morboso e allo scatto iracondo. Se il pupazzetto che campeggia in copertina sorride, è però un sorriso inquietante, malevolo, da pagliaccio di It. Want, significativamente piazzata in apertura, sembrerebbe essere dapprima una giocosa, jovanottiana Voglio di più ma si svela nel suo dipanarsi litania perversa, esplicitarsi di una filosofia di vita edonista e decadente insieme, di una lust for life che chiede sì più sogni, più amore, più sorrisi, più sesso, ma anche più alcool, e droghe, e paura, e dolore. I versi finali, che riconoscono che di due cose, il tempo e la speranza, non si potrà avere un supplemento rispetto a quanto il Fato ha deciso, rituffano nella cupezza senza redenzione di “Pornography”. E la nausea di marca Camus/Sartre che trasmettono riporta ancora più indietro nel tempo, all’uomo sulla spiaggia di Killing An Arab, che ha ucciso senza sapere perché, forse soltanto perché si annoiava, forse cercando un senso per una vita inutile.

In “Wild Mood Swings” i riferimenti all’alcool sono numerosi come non mai e ci sono brani ove la delusione per la fine di un rapporto amoroso si spiega in modi tanto rancorosi da fare arretrare l’ascoltatore, da farlo sentire un guardone. Impossibile a volte non chiedersi se solo di finzione narrativa si tratti, soprattutto di fronte a una canzone come Trap, tanto biliosa quanto ambigua, ché il suo centro potrebbe essere sia la fine di un amore (l’unico, notoriamente, della vita di Robert Smith) che la traumatica rottura con l’amico di adolescenza Lol Tolhurst. Va da sé, naturalmente, che non si può escludere che sia unicamente frutto della fantasia del Nostro e anzi, conoscendolo, è forse l’ipotesi sulla quale sarebbe meno azzardato scommettere.

A un barometro lirico tendente dunque al basso si contrappone l’area di alta pressione melodica nella quale si trova la maggior parte delle quattordici canzoni che danno vita a “Wild Mood Swings”. Ne derivano perturbazioni musicali svelte a imprimersi nella memoria, che riescono – l’esempio più notevole è il primo singolo estratto dall’album, The 13th – nel miracolo di essere insieme clamorosamente “teatrali” e genuinamente emozionanti. Robert Smith (credeteci: non è un riferimento malizioso alla sua figura sempre più massiccia; va bene! solo un poco) sembra sempre più essere una versione pop di Orson Welles.

A dispetto di una carriera ormai lunghissima, Smith sa ancora stupire. Dopo avere scritto canzoni a centinaia riesce tuttora a estrarre dalla manica qualche carta mai vista. Prendete This Is A Lie: romantica con strizzate d’occhio al melò, sa di Jacques Brel riletto da Marc Almond. E donde giungono l’orchestrina tex-mex di The 13th e quella di jazz latino di Gone!? Non poco sorprendente è anche il soul ombroso, addirittura gotico, di Strange Attraction, il cui missaggio è stato affidato alle sapienti mani dello scienziato del dub Adrian Sherwood. Se è vero che Mr. Smith con il soul già aveva giocato più volte, è altresì innegabile che mai lo aveva amalgamato così bene con il substrato dark del suono Cure. È tanto riuscita questa unione che viene il desiderio di un secondo “Mixed Up”, più coraggioso stavolta.

Altrove, inevitabilmente, emergono sensazioni déjà vu, ma pure quando pesca in acque già conosciute la banda Smith lo fa con qualche lieve scarto stilistico che interdisce la noia. Club America, ad esempio, è rock da grande arena come Open e End, ma il piglio da crooner con cui l’affronta Robert Smith la fa cosa “altra”. Numb ricorda le atmosfere di “The Top” ma all’isteria anfetaminica emergente qui e là in quelle sostituisce un torpore da morfina. Return mischia il funky di The Walk e lo swing di The Love Cats, aggiunge un Hammond e fiati messicaneggianti e si prenota per numeri uno ovunque nel mondo.

Fra le note di copertina di “Wild Mood Swings”, spicca una citazione di La Rouchefoucald: “Man mano che invecchiamo, diventiamo nello stesso tempo più sciocchi e più saggi”. Se avete visto il delirante video di The 13th, non faticherete a comprenderne il senso. Che il dio del pop ci conservi ancora a lungo Robert Smith.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996. Ultima puntata.

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Il pozzo di San Patrizio Dylan

Se ne parla già da alcune settimane un po’ ovunque, quando alla pubblicazione dei “Complete Basement Tapes” manca ancora, a oggi, un mese esatto. Insomma: uno degli album più genuinamente attesi del 2014 è un box di sei CD che espande a dismisura quella che all’altezza della prima uscita, nel 1974, era già una raccolta (allora “solo” un doppio LP) di materiali d’epoca, con dentro incisioni, ufficialmente inedite ma ampiamente bootlegate in precedenza, risalenti al 1967. E mi pare che ciò sia estremamente significativo in due sensi: per come fa sospettare che nel 2014 di musica nuova interessante ce ne sia in giro pochina, se è vero come è vero che l’usato sicuro tira come non mai; e per l’ennesima dimostrazione che si sta per dare di come quello degli archivi dylaniani sia un pozzo apparentemente senza fondo, in cui a ventitré anni dalla pubblicazione del primo, triplo e a suo modo epocale volume della “Bootleg Series”, ancora si possono pescare materiali degnissimi di nota. Giacché a lasciare stupefatti quasi più della quantità è la qualità.

Poi magari ogni tanto alla Columbia scappa la mano. Forse non era il caso di approntare come decimo tomo della collana di cui sopra (quello dedicato ai “Basement Tapes” sarà l’undicesimo) “Another Self Portrait”. Quando viceversa sarebbe stato forse il caso di non condannare alla clandestinità nel momento stesso in cui la si mandava (si fa per dire) nei negozi questa quadrupla “50th Anniversary Collection” di cui a suo tempo riferivo su “Blow Up”.

Bob Dylan - The 50th Anniversary Collection

È una storia surreale e da raccontare assolutamente per come esemplifica, in maniera plastica, la totale incomprensione che l’industria discografica – ciò che ne resta – seguita ad avere di come siano cambiati i meccanismi di diffusione e consumo della musica. Negli ultimi giorni del 2012 Sony Music ha pubblicato un cofanetto quadruplo con registrazioni di Dylan del 1962. Moltissime sono outtake di “The Frewheelin’” (occupano da sole i primi due dischetti), altre vengono dai cosiddetti “Mackenzie Home Tapes” e c’è infine un bel gruzzoletto di incisioni live. Nulla di che eccitarsi per chi dell’uomo di Duluth possiede magari giusto i classici, o anche più o meno intera la produzione “ufficiale” e nondimeno non intende fare della sua esegesi un impiego a tempo pieno. Per i cultori e gli studiosi più accaniti, al contrario, un’altra cornucopia di tesori di cui bearsi dopo i nove diversamente voluminosi volumi delle “Bootleg Series”. Tutto bene, tutto fantastico per questi ultimi, non fosse che la diffusione di “The 50th Anniversary Collection”, quattro CD-R (avete letto bene) in un boxino decisamente spartano, è stata a dir poco clandestina, solo in Europa e in un centinaio di esemplari (avete di nuovo letto bene) disseminati in una manciata di negozi fra Regno Unito, Francia, Germania e Svezia. L’uscita ovviamente non è stata pubblicizzata in alcun modo, ma altrettanto ovviamente la notizia si è sparsa in fretta e il risultato è che questa rarità istantanea e assoluta circola nel momento in cui scrivo, fra eBay e Discogs, a prezzi variabili fra i mille e i quattromila euro (e ancora una volta avete letto bene). Ma c’è un senso in tutto ciò? Per la Sony a quanto pare sì.

Essendo cambiate recentemente le leggi europee sul copyright, è successo che la copertura è passata da cinquanta a settant’anni per le registrazioni dal ’63 in poi, mentre per quelle degli anni immediatamente precedenti vale il principio “usale o perdile”. Avendo in qualche modo pubblicato adesso queste ottantasei tracce, la casa discografica storica di Dylan si è assicurata il diritto di riutilizzarle da qui al 2032, impedendo che altri potessero accedervi con ogni crisma di legalità. Va bene, un senso – un po’ distorto, giacché stiamo parlando di materiali che interessano comunque un pubblico non certo di massa – c’è, ma perché in cento copie? Perché non come decimo tomo delle “Bootleg Series”? L’ineffabile risposta è stata: per non danneggiare le vendite di “Tempest”. Eh? Scusa?? Come??? A parte i prezzi folli richiesti per una copia fisica sul mercato dell’usato, la seconda inevitabile conseguenza di questa strategia demenziale è stata che, se ci tenete ad ascoltare “The 50th Anniversary Collection”, impiegherete pochi minuti a procurarvene aggratis una copia liquida. E quanto ci vorrà prima che i taroccatori si mettano all’opera? Quando la Sony vorrà ripubblicare queste incisioni, saranno già nelle case di tutti quelli che potevano essere interessati ad ascoltarle. Complimenti.

Dovrei riferirvi della musica adesso, cercando di essere obiettivo per quanto può esserlo uno che della collana di rarità ufficiali più volte menzionata ha nei propri scaffali l’integrale. Il massimo dell’obiettività cui posso giungere è concedere che, per reggere le versioni multiple di uno stesso pezzo (per esemplificare: cinque della sola Sally Gal che a suo tempo fu scartata e altrettante di Corrina, Corrina, per non dire di sette – ! – Mixed Up Confusion) di uno che non era esattamente John Coltrane, un po’ malati bisogna esserlo. Di una porzione rilevante quantomeno del secondo CD qualunque persona sana di mente può fare a meno. E tuttavia vorrei osservare – pacatamente, sommessamente – che recuperando tutto ciò che di Bob Dylan aveva in forma compiuta negli archivi ed era datato ’62 la Columbia ha scavato alcune gemme cui qualunque appassionato medio di rock dovrebbe gettare l’orecchio, una volta almeno. Per constatare ad esempio che ben tre anni prima della contestatissima svolta elettrica il principale responsabile del folk revival non si faceva nessun problema a suonare rock’n’roll, accompagnato da un gruppo rock’n’roll. Godetevelo alle prese, a più riprese, con la canzone che inventò Elvis, That’s All Right Mama, e sappiatemi dire. Ascoltate Rocks And Gravels e provate a negare che, esclusa come fu da “The Freewheelin’”, avrebbe potuto essere recuperata su “Bringing It All Back Home”.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

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Will Hermes – New York 1973-1977 (Codice Edizioni)

Will Hermes - New York 1973-1977

Bruce Springsteen che apre per David Bromberg e sui manifesti c’è scritto Rick. Il debutto da solista di Lou Reed. Tom Miller non ancora Verlaine che cala il primo acido e lo racconta in un bigliettino a Richard Myers non ancora Hell. La nascita dei Neon Boys non ancora Television. I New York Dolls che sbagliano tutti gli attacchi dei pezzi in una sala gremita di discografici e nel set dopo fanno il concerto della vita. Il Mercer Art Center che una notte collassa e Alan Vega che guarda i resti della sala dove avevano appena suonato i Suicide e “c’era solo più il palco senza pareti attorno”. Johnny Thunders che prova l’eroina “e gli piacque parecchio”. Il free jazz che si reinventa nei loft. “Hommy” che rifà “Tommy” in salsa… salsa. La prima jam dell’hip hop, quando non era ancora hip hop. David Mancuso e le sue feste a inviti al Loft e quelle di Nicky Siano al Gallery. Bob Marley & The Wailers di spalla a Springsteen al Max’s Kansas City. Soul Makossa che impazza da ogni radio. La Woodstock della musica latina allo Yankee Stadium.

Queste sono solo alcune delle cose che succedono nelle prime quaranta pagine di un libro capace di andare ben oltre il mero saggio, ben oltre la cronaca, per farsi romanzo collettivo raccontando la New York dei “cinque anni che hanno rivoluzionato la musica”, come recita il sottotitolo e il lettore già avrà inteso che uno dei grandi meriti del volume è che quella musica la affronta a 360 gradi, nell’ampissimo arco compreso fra La Monte Young e lo Studio 54. Libro impossibilmente denso di ritratti, aneddoti ed epifanie, di collegamenti incredibilmente illuminanti (come quando a pagina 206 si mettono insieme il Philip Glass di “Einstein On The Beach” e i Ramones e il tutto ha un senso, eccome se ce l’ha). Libro assai ben scritto e pure assai ben tradotto, al netto di un paio di perdonabili sviste. Non avete mai letto nulla di simile su New York, statene certi. Forse, non avete mai letto nulla di simile sulla musica.

Pag.400. € 23. Traduzione di Michele Piumini.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.194-195, luglio/agosto 2014.

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Blow Up n.196

Blow Up

È in edicola dallo scorso sabato il numero 196 di “Blow Up”. Il mio principale contributo è stato la curatela (in collaborazione con Bizarre, Federico Guglielmi, Roberto Municchi e Fabio Polvani) della rubrica 20 Essentials dedicata all’hard rock britannico classico (1968-1976). Ho inoltre firmato recensioni e/o segnalazioni degli ultimi album di George Ezra, Phil Cody e Felice Brothers e di recenti ristampe di Chet Atkins, Fats Domino e Joe Meek.

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