Joan (Baez) prima di Bob (Dylan)

Joan Baez - Joan Baez

Tanto vale dichiararlo subito: sempre avuto un rapporto a dir poco problematico con Joan Baez, sin da un primo incontro televisivo due terzi di vita fa. In duetto con Bob Dylan in un estratto di circa tre quarti d’ora da un qualche concerto della Rolling Thunder Review, parve al quasi sedicenne di allora, in piena tempesta ormonale ma se possibile ancora più infoiato per la musica, una discretissima gnocca formidabilmente noiosa. Che cambio di passo incredibile quando lei lasciava il palco, il Vate imbracciava un’elettrica e il folk si tramutava in rock’n’roll! Il trascorrere del tempo e l’incremento di conoscenza dovuto all’accumularsi degli ascolti e delle letture non me la facevano apprezzare di più e anzi il contrario: pur essendole smisuratamente grato per il ruolo cruciale avuto nell’ascesa di Dylan, non mi riusciva in nessun modo di amarne la voce, troppo “educata” in un gruzzoletto di incisioni dalla metà dei ’60 ai primi ’70 su cui mi capitava di mettere le mani (e che non mi tenevo in casa), né gli arrangiamenti immancabilmente blandi in un catalogo che pure includeva canzoni straordinarie in gran copia. Ma soprattutto mi dava sui nervi, facendomi stizzire più di un Johnny Rotten a un concerto di Rick Wakeman, quella sua aria di Santa Patrona delle Buone Cause. Una cazzo di suora radical-chic sempre lì a predicare e senza manco il coraggio di scagliare una prima pietra. Insomma: per un abbondante quarto di secolo la signora mi è rimasta un po’ lì, sui gioielli di famiglia. Finché un bel giorno non mi sono deciso a guardare il film sulla kermesse woodstockiana, evento che nella mia personale cosmogonia del rock è più nefasto di Altamont, e per la prima volta la Baez (che all’epoca era ventottenne) ha suscitato in me del sacro rispetto: perché bisogna avere degli attributi tipo meloni per presentarsi di fronte a mezzo milione di persone e cantare a cappella. Ho ripreso in mano qualche disco. Ho riletto la Storia e verificato che molto del meglio della sua arte Joan Baez lo offrì prima del fatidico incontro con un ragazzotto di Duluth, Minnesota, in trasferta a New York sulle tracce di Woody Guthrie.

A parte che ce l’ho sotto mano, non potrei consigliare al lettore LP più adatto da cui partire per capire perché questa artista fu così importante del primo e omonimo, che pubblicava per i tipi della Vanguard nell’ottobre 1960, a poco più di un anno dacché una sua apparizione al “Newport Folk Festival” aveva suscitato scalpore. Naturalmente bisognerebbe cercare di ascoltarlo con orecchie nei limiti del possibile vergini ed è l’unico modo per cogliere quanto parve fresco e innovativo nell’ambito di un folk revival montante che la rivoluzione vera, quella che sobillerà Dylan da lì a tre anni, nemmeno poteva immaginarsela. Voce – un soprano purissimo – già controllata magistralmente e nondimeno con un che di selvatico, repertorio tradizionale preso di petto con una – squisita contraddizione in termini – ruvida raffinatezza che conquista. Valgano come supremi esempi, più della notissima (a posteriori) Silver Dagger, una felpata e drammatica House Of The Rising Sun, il countreggiare da Woman In Black di Wildwood Flower, l’Odissea in sedicesimo di John Riley, la biblica danza in punta di dita di Little Moses. Che i tempi non fossero ancora pronti per un simile sommovimento è evidenziato dalla modestia all’uscita di vendite che si facevano un po’ più consistenti alla pubblicazione undici mesi più tardi di “Vol.2” e ragguardevoli, da lì a un altro anno, con i due tomi di “In Concert”. Curiosamente, come certifica un retro di copertina in cui fra il resto si pubblicizza il 33 giri successivo, la Pure Pleasure ha preso come base per questa riedizione non la prima stampa dell’album ma la seconda. Registrazione di pregio nei limiti di un orizzonte fatto di sole voci e chitarre acustiche, ma vinile non dei più silenziosi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.291, giugno 2008.

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