Il blues di Duane Allman

Era un 29 ottobre, l’anno il 1971, quando un incidente motociclistico toglieva di mezzo uno dei più grandi chitarristi che mai abbiano calcato le scene del rock. Celebratissimo da allora, Duane Allman, ma paradossalmente anche piuttosto sottovalutato, come appuntavo a suo tempo recensendo un monumentale cofanetto Rounder (sette CD) “alla carriera”.

Duane Allman - Skydog

Ci va una sana follia in tempi come questi – di Spotify e iPod, di mp3, di musica fruita distrattamente e frettolosamente, perché tutto è a disposizione e per tutto non basta una vita e allora mordi e fuggi, due minuti a pezzo su YouTube, tanta roba se arrivi al ritornello – per porre mano a un’operazione così. Ci va fede nell’esistenza di un pubblico disposto, per cominciare, a investirci dei soldi – l’oggetto è sontuoso ma costa: tipo sette album separati a prezzo pieno – e poi a non abbandonarlo a fare mostra di sé e a prendere polvere in una libreria, che è spesso il destino dei cofanetti. Spendendoci invece la cosa più preziosa che si ha, più dei soldi, ossia del tempo. Nove ore per ascoltare tutto una volta e un primo ascolto non basta che a restare stupefatti dalla ricchezza (davvero non una mera questione di minutaggio) di quanto offerto. Figurarsi quanto ci vorrà ad acquisire una familiarità minima e infine sul serio a conoscerlo. Ci va fede, sì. Ci va tantissimo lavoro, perché un’operazione così non si improvvisa, e testardaggine, ché è da almeno un decennio che se ne favoleggiava ma rintracciare e mettere d’accordo tutti i detentori dei diritti pareva un’impresa impossibile. E ci va uno sconfinato amore per l’oggetto di questa fatica, e quello non manca a Galadrielle Allman, la donna che ha reso possibile l’esistenza di “Skydog” e che non era che una bambina di due anni quando il 29 ottobre 1971 un incidente motoclistico rubava a lei il padre e al rock probabilmente il suo chitarrista più straordinario dopo Jimi Hendrix.

Dice bene Stephen Thomas Erlewine: per quanto bizzarro possa sembrare affermarlo di uno che è citato immancabilmente fra i giganti dello strumento d’elezione, Duane Allman è un sottovalutato. Sarà che, diversamente dall’uomo di Seattle, il suo genio si riversava appieno nell’estro istantaneo dell’esecuzione – quello il suo modo di comporre – e non anche nella scrittura (tant’è che in questo box su centoventinove brani la sua firma sta giusto sotto tre). Sarà che Duane lo riconosci ma non dopo mezza nota come Jimi. Sarà che il suo passaggio su questa terra fu una meteora (non arrivava a festeggiare il venticinquesimo compleanno), sotto i riflettori non trascorreva da protagonista che due anni e quanto fatto con la Allman Brothers Band (con la quale, per inciso, il sottoscritto ha sempre avuto un rapporto un po’ problematico) metteva in secondo piano il resto. Di una vicenda artistica senza pari “Skydog” offre infine un ritratto completo e quella che ne emerge non è una storia alternativa di Duane Allman bensì “la” sua storia e c’è allora una giustizia e un senso nel fatto che la bellezza di centootto delle tracce che vi sfilano non siano della Band. Di cui ovviamente diversi capisaldi sono presenti ma, suvvia, non è per Statesboro Blues o per In Memory Of Elizabeth Reed che merita comprarlo, quelle ben le si conosceva. La vera meraviglia è data dall’avere infine tutto insieme il Duane turnista e nel godere dell’eclettismo di uno capace di fiancheggiare con la medesima disinvoltura Wilson Pickett e Aretha Franklin, Otis Rush e Boz Scaggs, Clarence Carter così come Ronnie Hawkins, King Curtis ed Eric Clapton ma anche Sam Samudio ed Herbie Mann, oltre che di jammare con i Grateful Dead come con Delaney & Bonnie. Sulle sue dita poco meno che l’intero scibile della musica popolare USA, blues e country, soul e surf, rock’n’roll, garage, funky, errebì e jazz. E poi l’invenzione del southern rock. I momenti più epifanici laddove meno te li aspetteresti. Ad esempio in due cover mimetiche degli Yardbirds eseguite dagli Allman Joys che possono parere superflue fintanto che non ci si rende conto dell’età di chi sta suonando. In una Norwegian Wood bastante a ridare dignità alla vicenda fors’anche giustamente negletta degli Hour Glass. In una Melissa già nel repertorio dei 31st Of February. E siamo ancora e solo sul primo CD. Cosa ci siamo persi quando ci perdemmo Duane Allman, cosa ci siamo persi…

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.180, maggio 2013.

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1 Commento

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Una risposta a “Il blues di Duane Allman

  1. Che musica straordinaria !
    Mi piacerebbe fare un commento arguto e geniale ma quello sopra è tutto ciò che sono riuscito a dire !

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