Perché non ho votato al Tenco

Vincitori Tenco 2014

Il Premio Tenco è quella manifestazione in cui un numero di giurati bastante a riempire la curva di uno stadio vota le uscite discografiche di un numero di gruppi e solisti bastanti a riempire il resto dello stadio e alla fine vince Vinicio Capossela, se solo si è ricordato di pubblicare un album.

“Ma chi me l’ha fatto fare?”, è la domanda che mi frulla in testa sin da quando alcuni anni fa in un attimo di distrazione accettai l’invito di un addetto ai lavori a entrare nella non troppo selezionata giuria. In realtà so benissimo chi, o per meglio dire cosa, me lo fece fare. È che in un momento di inconsulto buonismo ritenni che non fosse giusto continuare a snobbare la quasi totalità della musica prodotta dalle nostre parti: scelta di comodo effettuata sin dacché pensai che fare il critico è pur sempre meglio che lavorare e decisi che, 1), non volevo rotture di coglioni e, 2), se non altro per la legge dei grandi numeri dal seguire piuttosto quanto si dà alle stampe nel resto del mondo avrei ricavato maggiori soddisfazioni. Ma l’Italia resta in fondo (molto in fondo; a sinistra, a fianco del bagno degli uomini) il paese che amo (qui ho le mie radici, le mie speranze e i miei orizzonti) e quando quell’amico mio mi fece l’oscena proposta io, sventurato, dissi sì. L’idea era che in tal modo mi sarei auto-obbligato ad ascoltare almeno la crema della produzione nostrana, che avrei fatto girare un tot di dischi degni che mi sarebbero se no sfuggiti e inoltre, nel mio piccolo (uno vale uno), avrei potuto contribuire a fare conoscere qualcuno fra i più validi.

Non è andata esattamente così. Ma mai. Sin da una prima, traumatica volta in cui mi resi conto che stare dietro a quanto esce è impossibile e che un livello medio sconfortante non invoglia in ogni caso a farlo. A maggior ragione perché oltretutto di italiani ho raramente occasione di scrivere e quel tempo non retribuito viene rubato agli ascolti di dischi di cui invece mi viene chiesto di occuparmi. E giacché poi fuori dagli ascolti per così dire “obbligati” di vita non me ne resta granché quella poca preferisco dedicarla a musica che mi va di ascoltare invece che a musica che devo ascoltare. Con tutto il rispetto per l’esordiente di Vigevano: quante possibilità ci sono che il suo disco sia meglio di quel John Coltrane che ho comprato dieci anni fa e sono riuscito a sentire tre volte? Voi a chi la dareste una possibilità? Ma l’idea, ingenua, era che sulla massa immane delle uscite venisse operata a monte una cernita che non ne portava a valle che un numero relativamente ridotto e dunque in qualche misura gestibile. Ma figurarsi! Anno dopo anno mi sono ritrovato a tre, due, un mese dalle votazioni a compulsare freneticamente recensioni altrui su carta stampata e web cercando di capire cosa non si potesse fare a meno di sentire (esordiente di Vigevano incluso). Perché se devo dare un voto voglio cercare di darlo, per quanto poco conti, a ragion veduta. Un calvario che non vi dico, con inevitabile scorciatoia finale quando immancabilmente a dieci giorni dall’apertura dei seggi cominciavano a partire telefonate a colleghi più addentro alla materia del tipo “ho qui questi quaranta album… ma secondo te?…” Eccetera. Ci siamo capiti.

Però quest’anno finalmente si cambiava. Finalmente, come da lungi auspicavo e in buona compagnia, una commissione adeguatamente ristretta e competente era stata incaricata di effettuare una prima scelta. Poteva aiutare in due sensi: a stressare di meno tutti gli altri più o meno duecento (ebbene sì: una follia) giudici e ad aiutarli a fare scelte un minimo meno banali. Perché è chiaro che se stai lì solo perché sei stato raccomandato e la cosa ti fa sentire sullo stesso livello di un Bertoncelli o un Guglielmi alla fine voti alla cazzo. O gli amici tuoi o il nome famoso ed ecco perché vincono sempre i soliti noti e spesso hanno vinto (esempi eclatanti in tal senso De Gregori, Guccini, Battiato, Pino Daniele, Vasco Rossi) con lavori clamorosamente al di sotto del catalogo storico (dalli alla carriera i premi, allora). Quest’anno si cambiava! Ero non direi eccitato ma fiducioso sì. Quel che è accaduto è che come tutti gli altri la mattina del 7 ottobre ho ricevuto una mail con allegato l’elenco delle opere votabili e l’invito a votarle entro il 19, ma possibilmente prima, per facilitare i conteggi. L’ho aperto e non credevo ai miei occhi. Una selezione che avrebbe dovuto essere, per l’appunto, selettiva aveva prodotto, nelle quattro categorie principali, una lista di 147 titoli e ve lo scrivo pure in lettere: centoquarantasette. Ho dato una rapida scorsa e potevo conoscerne un quaranta. Mi ritrovavo con undici giorni a disposizione per riascoltare quelli e ascoltare una volta quell’altro centinaio abbondante di album. Diciamo una cinquantina almeno due e una trentina tre, per scegliere con un minimo di cognizione di causa i miei tre nomi per sezione. Oppure avrei potuto acconciarmi all’uso corrente, sbattermene e votare i soliti noti (che al solito non mancavano) di cui sopra. Ho preferito astenermi. Dubito che esista un solo collega che abbia votato a ragion sul serio veduta, avendo ascoltato per bene tutto ciò che c’era di votabile, ma ognuno risponde per sé.

E mi sono poi astenuto anche sulle cinquine finali, quando non sarebbe stato un grande sforzo far fare un paio di giri ai pochi (a quel punto) titoli mai coperti. Un po’ per coerenza. Un po’ perché il pur ristretto lotto includeva uno dei dischi più irritanti e francamente orrendi in cui mi sia mai capitato di imbattermi e non ci posso credere che abbia potuto concorrere a vincere una manifestazione che in passato fra gli esordienti premiò i Mau Mau, gli Almamegretta, i La Crus, Cristina Donà, i Quintorigo (il livello si è abbassato? spaventosamente). Un po’ perché viceversa non ne facevano parte troppi, troppissimi album che ho invece ascoltato ed erano una spanna o tre sopra la media dei finalisti. E qui è di tutte le sezioni che sto parlando.

E allora non ho votato, ne sono lieto, non voterò mai più, a meno che i meccanismi di selezione non cambino radicalmente e forse anche se cambieranno. Il Tenco si è fatto degno di questo tempo nostro, ma questo tempo nostro del Tenco è indegno. La prima edizione – trenta esatti anni or sono – incoronava “Crêuza de mä”. Devo aggiungere altro?

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13 commenti

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13 risposte a “Perché non ho votato al Tenco

  1. Maurizio Zoja

    Non capisco perché ti lamenti del fatto che duecento giurati siano troppi. I membri dell’Academy che votano per gli Oscar sono migliaia…

    • Obiezione assolutamente valida. Solo che sono un addetto ai lavori da quei trent’anni e spiccioli e scorrendo l’elenco dei giurati ce n’è una metà che non ho mai sentito nominare. Qualche dubbio viene.

      • Ok, però, così come non puoi ascoltarti 147 dischi in pochi giorni, non puoi neanche pensare di conoscere la totalità di chi si occupa di musica in Italia. I giurati delle Targhe Tenco vengono anche dallo sterminato mondo web che si occupa di musica, e non credo tu possa conoscere tutti coloro che ci lavorano. Detto questo, grande stima per te sin dai tempi di Velvet

      • Vero, ma un po’ frequento anche quel mondo lì. Il dubbio non mi verrebbe fossero dieci o venti quelli che con conosco. Obiezione in ogni caso sensata la tua.

  2. Per il resto il tuo ragionamento non fa una piega, e denota grande professionismo: è in effetti impensabile ascoltare tutti i dischi in “nomination”

  3. Andrea

    Ora pero’ devi dire qual e’ il disco irritante e orrendo…

  4. Gian Luigi Bona

    Caparezza Dio mio, Caparezza !!!

  5. Un intervento sulla questione delle Targhe Tenco che rilancio perchè mi pare importante offrire un punto di vista dall’altra parte della barricata, quella degli artisti.
    http://www.fabiocinti.it/7-notizie/132-lettera-aperta-alla-commissione-del-premio-tenco.html

  6. Ogni premio/riconoscimento ha le sue criticità. Anch’io sono rimasto stupito di quei 147 dischi e sinceramente speravo che il mio lavoro (di volontariato, meglio precisarlo) nella prima commissione, quella che li ha selezionati, servisse a definire un numero parecchio minore di prime nomination.
    Non ho alcun problema ad ammettere che un 10/15% di quei 147 non l’ho ascoltato nemmeno io, che pure di musica italiana scrivo tantissimo… perché va così, è inevitabile. Troppa troppa troppa roba, troppo poco tempo che non si può sottrarre al lavoro, visto che il frigorifero non lo si riempie con il Club Tenco. Si fa quel che si può, con impegno e persino amore oltre che, almeno per quanto mi riguarda, con onestà intellettuale. La verità, comunque, è che ai premi, di qualsiasi tipo, non bisognerebbe dare importanza, indipendentemente dal fatto che li si vinca o meno, che si sia considerati o meno.

  7. Francesco

    Capisco perfettamente la posizione del VM. Lo sconforto davanti al “ristretto” gruppo dei selezionati (147 dischi, ma quanti erano in partenza, 2000!!!) è pari al mio quando apro BU,vedo cento recesnioni e 5 nomi che conosco. Il senso che esca tanta, troppa roba è palpabile anche da quanto dice Guglielmi: semplicemente non ce la fanno neppure i professionisti a star dietro a questo mare magnum di musica che esce, per cui alla fine l’ascolto diventa spezzettato e superficiale con il risultato che, a mio avviso ma posso sbagliarmi, la musica è ovunque (anche dove non dovrebbe essere) ma è molto meno “sentita” (complice anche il downloading compulsivo) di un po’ di tempo fa.
    ciao
    e, si, sicuramente è meglio quel john Coltarne al quale non hai dedicato il tempo che meritava

  8. “Con tutto il rispetto per l’esordiente di Vigevano: quante possibilità ci sono che il suo disco sia meglio di quel John Coltrane che ho comprato dieci anni fa e sono riuscito a sentire tre volte?”
    Gioca coi fanti ma lascia stare i santi.
    Il Tenco, come tutti i premi, bisognerebbe abolirlo.

  9. Paolo Scortichini

    in quest’articolo citi i Mau Mau. Sono del parere che è sono uno dei gruppi italiani più originali e sottovalutati di sempre. Ora che sono tornati con un nuovo cd colgo l’occasione, caro VMO, per chiederti cosa ne pensi di loro.

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