Le congiure di opposti di Antony & The Johnsons

È appena uscito un album nuovo di Antony & The Johnsons e naturalmente è bellissimo. E pazienza se è nuovo per modo di dire, visto che non solo è un live (il secondo di fila) ma contiene registrazioni del 2006. Mi è parsa in ogni caso un’ottima scusa per ripescare le recensioni che scrissi di due dischi che oggi mi sembrano ancora più meravigliosi di quanto non mi parvero al tempo.

I Am A Bird Now

I Am A Bird Now (Secretly Canadian, 2005)

Quantomai composita congrega di ospiti si incontra frequentando quello che per questo artista inglese di natali, californiano di crescita e newyorkese d’adozione è il secondo album. Se non sorprende incrociare nello stesso disco Devendra Banhart, Rufus Wainwright e Lou Reed, che dal suo canto non fa che contraccambiare la comparsata dell’Antony in “The Raven”, ammetterete che è alquanto spiazzante, e si fatica a crederlo, scoprire che il primo presta la sua chitarra a un brano cui presta la voce Boy George, nientemeno. Sulla carta sodalizio come minimo azzardato, funziona eccome in una accoratissima You Are My Sister, brano che potrebbe appartenere al Marc Almond con i Mambas ed ecco anche costui nei crediti, citato come fonte di ispirazione di Fistful Of Love, che è il pezzo in cui appare Lou Reed: partenza confidenziale e crescendo di spiccate fragranze gospel che sarebbe piaciuto gustare da Nina Simone e non sorprenderebbe ascoltare dalla Diamanda Galas meno terrorista. Lo avrà certamente apprezzato David Tibet dei Current 93, che del nostro androgino eroe è stato lo scopritore. A ben sentire, vi si scova più di qualcosa di Jeff Buckley e una lampadina si accende: se Jeff Buckley fosse stato Farinelli – e avesse cantato Scott Walker – il risultato sarebbe stato “I Am A Bird Now”. Vi intriga?

Album che in qualche strana maniera concilia tendenza al melodramma e senso della misura (sin da una durata inconsueta per questi tempi logorroici, trentacinque minuti), album che sarebbe stato facilissimo sciupare con gli arrangiamenti debordanti che un certo tipo di canzoni perversamente quasi richiede e invece no, anche laddove le orchestrazioni si fanno più dense e gli archi prepotenti – così in Man Is The Baby, così in What Can I Do? – non si trascende mai. Album che regala un piccolo capolavoro, con la troppo concisa innodia di stampo spiritual di For Today I Am A Boy, ma vale soprattutto come esperienza d’assieme, spettacolo di cabaret triste e romantico (di blues al teatro dell’opera: Spiralling), un uomo o all’incirca seduto a un pianoforte a sanguinare emozioni. Un uomo confuso e gentile cui viene facile volere bene. Non ancora un grandissimo ma è questo un disco che fa molte promesse e basterà che una piccola parte sia mantenuta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.18, estate 2005.

The Crying Light

The Crying Light (Secretly Canadian, 2009)

Norma numero uno del Manuale del Seduttore: farsi desiderare. Per certo Antony e i suoi mutevoli Johnsons non hanno corso finora il rischio di inflazionare. Noia? E come si potrebbe? L’omonimo esordio vedeva la luce nel 2000, “I Am A Bird Now” nel 2005, “The Crying Light” è stato il primo disco del 2009 a prenotare i referendum di fine anno. Si contino le canzoni: nove, dieci, dieci. I minuti: trentacinque, trentacinque, quaranta scarsi. Strategia quantomai saggia in presenza di uno stile maturo sin da un debutto perfettamente formato e che con microvariazioni tende a ripetersi, nella sostanza uguale a se stesso e sono allora scrittura e intensità a determinare successo o fallimento. L’evidente modello Scott Walker e però uno Scott Walker mai esistito, mediano fra il crooner delle prime uscite da solista e lo sperimentatore della rarefatta produzione dell’ultimo quarto di secolo.

Al giro prima ad attirare subito e inevitabilmente l’attenzione era un parterre di ospiti regale, oltre che dei più bizzarramente assortiti mai vistisi: Devendra Banhart e Rufus Wainwright, Lou Reed e Boy George. Stavolta il nome celebre è uno ed è una celebrità ancora per addetti ai lavori: Nico Muhly, arrangiatore sublime e il più giovane e forse il più grande, con la sua quieta iconoclastìa, dei compositori della classica contemporanea. Il nostro androgino eroe basta oggi a se stesso e se c’è una star con la quale divide davvero la ribalta è quella di copertina, Kazuo Ohno, un mito della danza giapponese fermato in uno scatto emblematico che programmaticamente fa invisibile il confine fra estasi e agonia, laddove in “I Am A Bird Now” la dicotomia era fra tristezza e redenzione. Qui il barocco minimalista, qui la tendenza centripeta all’haiku e al melodramma di un uomo che è una contraddizione in termini sin da come appare, femmineo in un corpo di gigante, corteggiano ben più apertamente Eros e Thanatos. Quello in una vivace Kiss My Name, questo in una Dust And Water fatta di un ineffabile nulla. La voce operatica, un bordone. Il resto? Congiura di opposti che decidono di confluire, fra archi in transito dalla tenerezza al lugubre e pianoforti barcollanti sull’orlo di una rivelazione.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.32, autunno 2009.

1 Commento

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Una risposta a “Le congiure di opposti di Antony & The Johnsons

  1. Alfonso

    Mai stato più d’accordo in vita mia, Antony è forse l’unico artista uscito nell’ultimo disgraziato decennio abbondante di inizio 2000 a essere sul serio grande e necessario. E poi vabbe, il Buckley se fosse stato un Farinelli che canta Scott Walker è una delle definizioni di un disco più belle e insieme giuste e concise che abbia mai letto.

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