Quarant’anni senza Nick Drake

A oggi sono quarant’anni esatti dacché Nick Drake si congedò da un mondo a lui indifferente, in ogni senso. Mai avrebbe potuto immaginare che la sua assenza si sarebbe fatta presenza onnipervasiva, la sua lezione mandata a memoria.

Five Leaves Left

Five Leaves Left (Island, 1969)

Ventun’anni: tanti ne ha il giovanotto che in uno scatto di copertina divenuto iconico scruta da una finestra chissà cosa e bastano poche righe a riassumerli. Nick Drake nasce in Birmania da genitori benestanti il 19 giugno 1948, torna con la famiglia in Gran Bretagna intorno alla metà del decennio seguente, vive un’infanzia idilliaca e nel 1967 viaggia fra Marocco e Spagna, soggiornando per qualche tempo a Aix-en-Provence. Resteranno i suoi giorni più felici, anche oltre l’improvviso fiorire di un talento per la scrittura che si unisce a una tecnica chitarristica già notevole, al livello degli amatissimi maestri del nuovo folk anglosassone: Davey Graham, Bert Jansch, John Renbourn. Nella primavera 1968 Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention, lo segnala al produttore Joe Boyd e costui lo porta alla Island. Firmerà la regia sia di “Five Leaves Left” che di “Bryter Layter”. Magistrale l’esordio, forte di orchestrazioni discrete stupendamente disegnate da Robert Kirby attorno a un folk gentile che commercia con il blues, lambisce il jazz (il Dave Brubeck di Take Five dietro River Man), azzarda ipotesi di neocameristica con archi un po’ ovunque e soprattutto con il torpido violoncello di Cello Song. Magistrale sì, epocale no, siccome a comprarlo pare siano in meno di cinquemila e negli annali della popular music non ci sono altri album così poco venduti all’uscita che si siano rivelati in prospettiva altrettanto influenti.

In nessun modo poche righe possono viceversa bastare a spiegare perché proprio l’artista di Tanworth-In Arden continui a venire preso a modello da una generazione dopo l’altra di adolescenti che rifiutano di lasciarsi alle spalle il fetale conforto della propria cameretta per affrontare quell’età adulta che – wertherianamente – Drake rigettò. Non valgono a decrittarne la magia né il peculiare stile chitarristico (caratterizzato da una capacità ineguagliata di unire progressioni di accordi alla Beatles e scale folk-jazz) né una voce al pari inconfondibile: profonda, mantrica. Nemmeno il fascino romantico dell’eroe caduto nel fiore degli anni pare sufficiente.

Bryter Layter

Bryter Layter (Island, 1970)

Folk e non folk-rock il debutto di Nick Drake, “Five Leaves Left”: la batteria c’è giusto nella conclusiva Saturday Sun. È invece sempre presente in questo secondo (capo)lavoro: quello che l’artefice intese come il suo album commerciale. Che sembra una di quelle giornate ottobrine, inondate dal sole, che recano seco un fondo di malinconia, ma di una dolcezza infinita. Orchestra ancora il maestro Robert Kirby, danno man forte fra gli altri Richard Thompson e John Cale ed è un trattenuto tripudio di archi e ottoni che dilaga attorno a melodie alate, ma dense, e in un frangente almeno – quando in Poor Boy escono alla ribalta controcanti femminili di gusto soul – scopertamente ironiche. Qui e là (Introduction, la canzone omonima, il congedo di Sunday) Drake tace. Un sintomo – forse – del male di vivere che cominciava a consumarlo.

Pink Moon

Pink Moon (Island, 1972)

Leggenda vuole che il Nick Drake di “Pink Moon” faccia tutto da solo, che lo registri in due sedute notturne e in diretta (unica sovraincisione otto battute di piano nella title track), presente giusto un tecnico del suono, e che depositi la bobina all’ingresso della casa discografica senza scambiare parola con nessuno. Si era già da tempo ritirato dai concerti. Depresso al punto di venire brevemente ricoverato in una clinica psichiatrica, si isola poi nella quiete bucolica di Tanworth-In Arden, nel bozzolo della famiglia, farfalla che vuole disperatamente tornare crisalide. Prestate attenzione alla durata dei dischi del Nostro: quasi quarantadue minuti il primo, meno di quaranta il secondo, ventotto e mezzo il terzo. Chiaro segno di resa all’afasia e bisognerebbe allora essere lieti che se ne sia andato senza dare triste spettacolo di sé come l’amico John Martyn, che ha avuto la fortuna/sfortuna di invecchiare e oltretutto non abbastanza. Ecco forse perché un classico come “Solid Air”, quintessenzialmente drakiano, resta patrimonio dei soliti happy few mentre l’influenza del cantore delle “cinque cartine rimaste” su tanto pop acustico odierno – persino imbarazzanti certi emuli – risulta onnipervasiva.

Pubblicati per la prima volta in Rock – Mille dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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3 commenti

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3 risposte a “Quarant’anni senza Nick Drake

  1. stormo del triangolo

    Clap, Clap, Clap, Clap, Clap, Clap,Clap, Clap, Clap,Clap, Clap, Clap,

    • Francesco

      su drake le parole si sono ormai esaurite da anni. imprescindibile? fondamentae? boh, per me un compagno di viaggio con il quale ripercorro sentieri e piste note e non ormai da un buon trentennio. migliora la qualità della vita

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