Archivi del mese: novembre 2014

Le congiure di opposti di Antony & The Johnsons

È appena uscito un album nuovo di Antony & The Johnsons e naturalmente è bellissimo. E pazienza se è nuovo per modo di dire, visto che non solo è un live (il secondo di fila) ma contiene registrazioni del 2006. Mi è parsa in ogni caso un’ottima scusa per ripescare le recensioni che scrissi di due dischi che oggi mi sembrano ancora più meravigliosi di quanto non mi parvero al tempo.

I Am A Bird Now

I Am A Bird Now (Secretly Canadian, 2005)

Quantomai composita congrega di ospiti si incontra frequentando quello che per questo artista inglese di natali, californiano di crescita e newyorkese d’adozione è il secondo album. Se non sorprende incrociare nello stesso disco Devendra Banhart, Rufus Wainwright e Lou Reed, che dal suo canto non fa che contraccambiare la comparsata dell’Antony in “The Raven”, ammetterete che è alquanto spiazzante, e si fatica a crederlo, scoprire che il primo presta la sua chitarra a un brano cui presta la voce Boy George, nientemeno. Sulla carta sodalizio come minimo azzardato, funziona eccome in una accoratissima You Are My Sister, brano che potrebbe appartenere al Marc Almond con i Mambas ed ecco anche costui nei crediti, citato come fonte di ispirazione di Fistful Of Love, che è il pezzo in cui appare Lou Reed: partenza confidenziale e crescendo di spiccate fragranze gospel che sarebbe piaciuto gustare da Nina Simone e non sorprenderebbe ascoltare dalla Diamanda Galas meno terrorista. Lo avrà certamente apprezzato David Tibet dei Current 93, che del nostro androgino eroe è stato lo scopritore. A ben sentire, vi si scova più di qualcosa di Jeff Buckley e una lampadina si accende: se Jeff Buckley fosse stato Farinelli – e avesse cantato Scott Walker – il risultato sarebbe stato “I Am A Bird Now”. Vi intriga?

Album che in qualche strana maniera concilia tendenza al melodramma e senso della misura (sin da una durata inconsueta per questi tempi logorroici, trentacinque minuti), album che sarebbe stato facilissimo sciupare con gli arrangiamenti debordanti che un certo tipo di canzoni perversamente quasi richiede e invece no, anche laddove le orchestrazioni si fanno più dense e gli archi prepotenti – così in Man Is The Baby, così in What Can I Do? – non si trascende mai. Album che regala un piccolo capolavoro, con la troppo concisa innodia di stampo spiritual di For Today I Am A Boy, ma vale soprattutto come esperienza d’assieme, spettacolo di cabaret triste e romantico (di blues al teatro dell’opera: Spiralling), un uomo o all’incirca seduto a un pianoforte a sanguinare emozioni. Un uomo confuso e gentile cui viene facile volere bene. Non ancora un grandissimo ma è questo un disco che fa molte promesse e basterà che una piccola parte sia mantenuta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.18, estate 2005.

The Crying Light

The Crying Light (Secretly Canadian, 2009)

Norma numero uno del Manuale del Seduttore: farsi desiderare. Per certo Antony e i suoi mutevoli Johnsons non hanno corso finora il rischio di inflazionare. Noia? E come si potrebbe? L’omonimo esordio vedeva la luce nel 2000, “I Am A Bird Now” nel 2005, “The Crying Light” è stato il primo disco del 2009 a prenotare i referendum di fine anno. Si contino le canzoni: nove, dieci, dieci. I minuti: trentacinque, trentacinque, quaranta scarsi. Strategia quantomai saggia in presenza di uno stile maturo sin da un debutto perfettamente formato e che con microvariazioni tende a ripetersi, nella sostanza uguale a se stesso e sono allora scrittura e intensità a determinare successo o fallimento. L’evidente modello Scott Walker e però uno Scott Walker mai esistito, mediano fra il crooner delle prime uscite da solista e lo sperimentatore della rarefatta produzione dell’ultimo quarto di secolo.

Al giro prima ad attirare subito e inevitabilmente l’attenzione era un parterre di ospiti regale, oltre che dei più bizzarramente assortiti mai vistisi: Devendra Banhart e Rufus Wainwright, Lou Reed e Boy George. Stavolta il nome celebre è uno ed è una celebrità ancora per addetti ai lavori: Nico Muhly, arrangiatore sublime e il più giovane e forse il più grande, con la sua quieta iconoclastìa, dei compositori della classica contemporanea. Il nostro androgino eroe basta oggi a se stesso e se c’è una star con la quale divide davvero la ribalta è quella di copertina, Kazuo Ohno, un mito della danza giapponese fermato in uno scatto emblematico che programmaticamente fa invisibile il confine fra estasi e agonia, laddove in “I Am A Bird Now” la dicotomia era fra tristezza e redenzione. Qui il barocco minimalista, qui la tendenza centripeta all’haiku e al melodramma di un uomo che è una contraddizione in termini sin da come appare, femmineo in un corpo di gigante, corteggiano ben più apertamente Eros e Thanatos. Quello in una vivace Kiss My Name, questo in una Dust And Water fatta di un ineffabile nulla. La voce operatica, un bordone. Il resto? Congiura di opposti che decidono di confluire, fra archi in transito dalla tenerezza al lugubre e pianoforti barcollanti sull’orlo di una rivelazione.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.32, autunno 2009.

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Perché non ho votato al Tenco

Vincitori Tenco 2014

Il Premio Tenco è quella manifestazione in cui un numero di giurati bastante a riempire la curva di uno stadio vota le uscite discografiche di un numero di gruppi e solisti bastanti a riempire il resto dello stadio e alla fine vince Vinicio Capossela, se solo si è ricordato di pubblicare un album.

“Ma chi me l’ha fatto fare?”, è la domanda che mi frulla in testa sin da quando alcuni anni fa in un attimo di distrazione accettai l’invito di un addetto ai lavori a entrare nella non troppo selezionata giuria. In realtà so benissimo chi, o per meglio dire cosa, me lo fece fare. È che in un momento di inconsulto buonismo ritenni che non fosse giusto continuare a snobbare la quasi totalità della musica prodotta dalle nostre parti: scelta di comodo effettuata sin dacché pensai che fare il critico è pur sempre meglio che lavorare e decisi che, 1), non volevo rotture di coglioni e, 2), se non altro per la legge dei grandi numeri dal seguire piuttosto quanto si dà alle stampe nel resto del mondo avrei ricavato maggiori soddisfazioni. Ma l’Italia resta in fondo (molto in fondo; a sinistra, a fianco del bagno degli uomini) il paese che amo (qui ho le mie radici, le mie speranze e i miei orizzonti) e quando quell’amico mio mi fece l’oscena proposta io, sventurato, dissi sì. L’idea era che in tal modo mi sarei auto-obbligato ad ascoltare almeno la crema della produzione nostrana, che avrei fatto girare un tot di dischi degni che mi sarebbero se no sfuggiti e inoltre, nel mio piccolo (uno vale uno), avrei potuto contribuire a fare conoscere qualcuno fra i più validi.

Non è andata esattamente così. Ma mai. Sin da una prima, traumatica volta in cui mi resi conto che stare dietro a quanto esce è impossibile e che un livello medio sconfortante non invoglia in ogni caso a farlo. A maggior ragione perché oltretutto di italiani ho raramente occasione di scrivere e quel tempo non retribuito viene rubato agli ascolti di dischi di cui invece mi viene chiesto di occuparmi. E giacché poi fuori dagli ascolti per così dire “obbligati” di vita non me ne resta granché quella poca preferisco dedicarla a musica che mi va di ascoltare invece che a musica che devo ascoltare. Con tutto il rispetto per l’esordiente di Vigevano: quante possibilità ci sono che il suo disco sia meglio di quel John Coltrane che ho comprato dieci anni fa e sono riuscito a sentire tre volte? Voi a chi la dareste una possibilità? Ma l’idea, ingenua, era che sulla massa immane delle uscite venisse operata a monte una cernita che non ne portava a valle che un numero relativamente ridotto e dunque in qualche misura gestibile. Ma figurarsi! Anno dopo anno mi sono ritrovato a tre, due, un mese dalle votazioni a compulsare freneticamente recensioni altrui su carta stampata e web cercando di capire cosa non si potesse fare a meno di sentire (esordiente di Vigevano incluso). Perché se devo dare un voto voglio cercare di darlo, per quanto poco conti, a ragion veduta. Un calvario che non vi dico, con inevitabile scorciatoia finale quando immancabilmente a dieci giorni dall’apertura dei seggi cominciavano a partire telefonate a colleghi più addentro alla materia del tipo “ho qui questi quaranta album… ma secondo te?…” Eccetera. Ci siamo capiti.

Però quest’anno finalmente si cambiava. Finalmente, come da lungi auspicavo e in buona compagnia, una commissione adeguatamente ristretta e competente era stata incaricata di effettuare una prima scelta. Poteva aiutare in due sensi: a stressare di meno tutti gli altri più o meno duecento (ebbene sì: una follia) giudici e ad aiutarli a fare scelte un minimo meno banali. Perché è chiaro che se stai lì solo perché sei stato raccomandato e la cosa ti fa sentire sullo stesso livello di un Bertoncelli o un Guglielmi alla fine voti alla cazzo. O gli amici tuoi o il nome famoso ed ecco perché vincono sempre i soliti noti e spesso hanno vinto (esempi eclatanti in tal senso De Gregori, Guccini, Battiato, Pino Daniele, Vasco Rossi) con lavori clamorosamente al di sotto del catalogo storico (dalli alla carriera i premi, allora). Quest’anno si cambiava! Ero non direi eccitato ma fiducioso sì. Quel che è accaduto è che come tutti gli altri la mattina del 7 ottobre ho ricevuto una mail con allegato l’elenco delle opere votabili e l’invito a votarle entro il 19, ma possibilmente prima, per facilitare i conteggi. L’ho aperto e non credevo ai miei occhi. Una selezione che avrebbe dovuto essere, per l’appunto, selettiva aveva prodotto, nelle quattro categorie principali, una lista di 147 titoli e ve lo scrivo pure in lettere: centoquarantasette. Ho dato una rapida scorsa e potevo conoscerne un quaranta. Mi ritrovavo con undici giorni a disposizione per riascoltare quelli e ascoltare una volta quell’altro centinaio abbondante di album. Diciamo una cinquantina almeno due e una trentina tre, per scegliere con un minimo di cognizione di causa i miei tre nomi per sezione. Oppure avrei potuto acconciarmi all’uso corrente, sbattermene e votare i soliti noti (che al solito non mancavano) di cui sopra. Ho preferito astenermi. Dubito che esista un solo collega che abbia votato a ragion sul serio veduta, avendo ascoltato per bene tutto ciò che c’era di votabile, ma ognuno risponde per sé.

E mi sono poi astenuto anche sulle cinquine finali, quando non sarebbe stato un grande sforzo far fare un paio di giri ai pochi (a quel punto) titoli mai coperti. Un po’ per coerenza. Un po’ perché il pur ristretto lotto includeva uno dei dischi più irritanti e francamente orrendi in cui mi sia mai capitato di imbattermi e non ci posso credere che abbia potuto concorrere a vincere una manifestazione che in passato fra gli esordienti premiò i Mau Mau, gli Almamegretta, i La Crus, Cristina Donà, i Quintorigo (il livello si è abbassato? spaventosamente). Un po’ perché viceversa non ne facevano parte troppi, troppissimi album che ho invece ascoltato ed erano una spanna o tre sopra la media dei finalisti. E qui è di tutte le sezioni che sto parlando.

E allora non ho votato, ne sono lieto, non voterò mai più, a meno che i meccanismi di selezione non cambino radicalmente e forse anche se cambieranno. Il Tenco si è fatto degno di questo tempo nostro, ma questo tempo nostro del Tenco è indegno. La prima edizione – trenta esatti anni or sono – incoronava “Crêuza de mä”. Devo aggiungere altro?

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J Mascis – Tied To A Star (Sub Pop)

J Mascis - Tied To A Star

C’è speranza per tutti e il tempo e l’applicazione fanno miracoli, se è vero come è vero che Elvis Costello con gli anni ha imparato a cantare. Verrà magari un giorno in cui J Mascis si renderà conto, alla millesima occasione, che un’intervista non è una seduta di tortura e non rischierà inconsapevolmente la vita di fronte al giornalista di turno, esasperato da mugolii e monosillabi. Per intanto è diventato un Signor Manico, per quanto la classifica di “Spin” che due anni fa lo posizionava quinto fra i cento più grandi chitarristi di sempre resti la più ridicola mai apparsa su un giornale specializzato. Mi piacerebbe verificare dal vivo, prima o poi, tanto per ricollocare nella memoria il ricordo di quando (erano i tardi ’80) lo vidi all’opera con i Dinosaur Jr e sullo strumento (detto da uno che quel gruppo lo adorava e ne possiede l’opera omnia, 7” e 12” inclusi) si dimostrò di un’inettutidine tale da far sembrare al confronto le sue risposte standard un capolavoro di eloquenza e capacità affabulatoria. No. Sul serio. Una roba imbarazzante e lo sottoscrive uno che ha sempre privilegiato l’espressività alla tecnica.

Quasi da non crederci che sia lo stesso J Mascis che lascia l’elettrica sullo sfondo in questo che è il suo sesto lavoro da solista e preferisce danzare leggero, con grazia pari alla vivacità ed entrambe rimarchevoli, sulle corde di un’acustica. Decisamente da non crederci che per raccontare un suo brano – lo strumentale indianeggiante Drifter – si possa chiamare in causa John Fahey invece del solito Neil Young. Peccato – grandissimo – che alla perizia strumentale vertiginosamente migliorata corrisponda lo sfiorire di una scrittura viceversa memorabile quando costui era giovane e, se giudicato solo in quanto musicista, “diversamente abile”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.356, ottobre 2014.

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Come fu che conobbi Rickie Lee Jones

Rickie Lee Jones - Rickie Lee Jones

Non so come abbiate conosciuto Rickie Lee Jones, voi. Io sbattendola sul cofano di un’auto. Per interposta persona, naturalmente. Ho incontrato Rickie Lee immedesimandomi in Tom Waits, che sul retro di “Blue Valentine” le si chinava sopra lascivo. Quanto lo invidiai! E pure di più invidiai quel Chuck Weiss di cui la fanciulla medesima nel 1979 diceva – in Chuck E.’s In Love, suo primo grande successo, rimasto unico – che “è innamorato della ragazzina che sta cantando questa canzone”. Ho comprato a suo tempo “Rickie Lee Jones” perché pazzo di Chuck E.’s In Love, pazzo di Tom Waits, pazzo di quella dea da morirci dietro in copertina: sigaro pendulo, basco rosso sulle ventitré su una cascata di lunghi capelli biondi. Novella Lauren Bacall cui dedicare sogni impossibili. Non mi deluse e tuttora lo adoro, quello e il più introverso seguito del 1981 “Pirates”, dischi chiave per una canzone d’autore raffinata ma non esangue, imbevuta di jazz e di blues. Poi l’ho un po’ persa e quel che è peggio è stata lei a perdersi, affondata nelle sabbie mobili di una crisi esistenziale e di cattive abitudini che nei tardi ’80 fecero pensare che non ne sarebbe emersa. Una prolungata resurrezione invece i ’90, ma se avevamo ritrovato l’interprete di vaglia (gli album migliori quelli di cover, “Pop Pop” e “It’s Like This”) l’autrice era al contrario incerta e infine a lungo silente: ultimo lavoro autografo, prima del grande ritorno sanzionato nel 2003 da “The Evening Of My Best Day” e da poco clamorosamente ribadito da “The Sermon Of Exposition Boulevard”, il modernista e non granché convincente “Ghostyhead”, del ’97. Rickie Lee è tornata e ogni tanto me lo ripeto, così, giusto per il gusto di rinnovare la sorpresa e l’entusiasmo. Ma siccome è il primo amore che non si scorda mai confesserò che “The Sermon” l’ho fatto girare parecchio – parecchissimo per un disco di cui non ho avuto il piacere di scrivere da nessuna parte – ma che soprattutto è stato una scusa per rispolverare, rubando tempo prezioso agli ascolti resi obbligati dal mestiere che faccio, quei due primi LP e in particolare il primo. Tempestivo l’inatteso invito fattomi a recuperarlo su queste pagine. Per dirla con Lloyd Cole e rivolgendomi ai giovincelli per i quali la Jones è appena un nome, al più una Joni Mitchell meno aristocratica e attempata: are you ready to be heartbroken?

Rickie Lee ha venticinque anni quando questo esordio le regala le classifiche, recensioni tracimanti superlativi, un Grammy quando vincere un Grammy era sul serio l’equivalente discografico del portarsi a casa un Oscar. Il suo ultimo anno è stato incredibile: Lowell George è rimasto a tal punto colpito da una canzone che gli ha cantato al telefono, Easy Money, da includerla in quello che resterà purtroppo il suo unico lavoro da solista (“Thanks I’ll Eat It Here”); Lenny Waronker è rimasto appiccicato al muro da uno spettacolo al Troubadour e poi da un demo e le ha prontamente offerto il contratto Warner che frutterà i primi cinque capitoli di una saga che ne conta a oggi tredici. Non ha avuto insomma bisogno di raccomandazioni da parte di Waits, che già da un lustro pubblica dischi, per farsi strada e commercialmente lo schianterà: l’album terzo nella classifica di “Billboard”, Chuck E’s In Love quarto e insomma lei una stella prima di lui. Fra breve non staranno più insieme (che triangolo con Chuck!) e sarà il dolore della separazione a indurla, fin da “Pirates”, a frequentare luoghi oscuri. Ma per intanto… Il venticinquesimo anno della vita di Rickie Lee Jones per intanto è un passare di trionfo in trionfo, approdo apparentemente lieto di una vita che nei ventiquattro precedenti non è stata facile: fra litigi e separazioni di padre e madre, peregrinazioni insensate al seguito di questa o quello da un angolo all’altro degli States, fughe da casa, un’espulsione da scuola e la bottiglia che già fa mostra di consolare nel mentre distrugge. Se avete mai fantasticato di mettere in scena un vostro On The Road, viveteci voi da homeless a Los Angeles e non vi parrà tanto cinematografico dormire alle spalle della celebre insegna di Hollywood. Se vi siete mai immaginati da Charles Bukowski, andateci voi a servire ai tavoli nelle bettole che frequentava, a cantare per “motociclisti, degenerati, ubriaconi e donne sdentate”. Un conto è scriverli i romanzi, altro è viverli. Rickie Lee ha fatto entrambe le cose ed ecco il risultato: undici canzoni meravigliose ciascuna delle quali è un racconto perfettamente concluso o se preferite un film.

Scorrono vite negli interstizi fra l’accoratezza “in blues” di Night Train e l’esuberanza ispano-funk di Young Blood, il jazzetto manouche di Easy Money e il folk fantasmatico di The Last Chance Texaco, il boogie di Danny’s All-Star Joint e l’assorto pianismo dell’alba solitaria disegnata in After Hours. Prenderanno nota in tante, da Natalie Merchant a Edie Brickell, da Sheryl Crow a Lisa Germano, a Polly Paulusma. Chissà se Chuck è ancora innamorato, ventotto anni dopo. Io sì.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.633, aprile 2007. Rickie Lee Jones compie oggi sessant’anni.

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Audio Review n.357

Audio Review 357

È in edicola il numero 357 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di  Devon Allman, Ólöf Arnalds, Caribou, Julian Casablancas, Cheap Wine, Common, Drums, Justin Townes Earle, Flying Lotus, Sid Griffin, Sondre Lerche, Christopher Owens, Gregory Porter, Scott Walker & Sunn O))), Wildbirds & Peacedrums, Lucinda Williams e Thom Yorke. Nella rubrica del vinile ho scritto di John McLaughlin/Shakti, Steeplejack e Peter Tosh.

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Hawkwind – The Flicknife Years 1981-1988 (Atomhenge)

Hawkwind - The Flicknife Years 1981-1988

Quasi un percorso netto quello che rendeva gli Hawkwind raccordo, via space rock, fra l’era della psichedelia e quella del punk. Dei primi otto album, sette in studio e l’epocale doppio live “Space Ritual”, il solo “Astounding Sounds, Amazing Music” faceva registrare, infedele al titolo, una battuta a vuoto. Fatta però pur sempre di una signora routine e a invertire la curva discendente pareva provvedesse subito lo splendido “Quark, Strangeness & Charm”, uscito in pieno ’77. Un po’ paradossale che proprio l’anno dei Clash e dei Pistols marchi invece, in una storia protrattasi in qualche modo fino ai giorni nostri, una cesura netta e mai ricomposta. Da lì in poi luogo comune vuole che poco o nulla sia all’altezza dell’era aurea nella produzione di una compagine martoriata da avvicendamenti continui, scismi, liti per il possesso della ragione sociale.

Premesso che in ogni luogo comune c’è sempre tanta verità, e non prima di avere appuntato come da “Levitation”, dell’80, scocchi ancora più di qualche lampo di ispirazione e gloria autentiche, bisogna rilevare con una certa sorpresa che dall’immersione nelle abbondanti quattro ore di “The Flicknife Years” si emerge tutt’altro che annoiati. Stranamente esilarati, anzi, e dire che dei cinque LP che ristampa collettivamente su altrettanti CD (aggiungendo a ciascuno una o più bonus) soltanto due costituiscono emanazione piena della casa madre e di questi il solo “Zones” va contato fra gli album “veri”, siccome già in origine “Out & Intake” era una collezione di tagli e ritagli. E il resto? Tre tomi di “Hawkwind, Friends & Relations” con dentro una quantità di sigle e sortite almeno formalmente solistiche. Va da sé che anche per via di un prezzo economico ma non economicissimo (qualcosa meno di cinquanta euro) il tascabile box può essere consigliato senza remore giusto a chi dei nostri eroi già possiede ogni conclamato caposaldo, ma i cultori per certo non ne resteranno insoddisfatti.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.197, ottobre 2014.

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Cymbals Eat Guitars – LOSE (Tough Love)

Cymbals Eat Guitars - LOSE

Sono poche note di piano in solitario a suggellare il valzer dal sommesso allo stentoreo – e in mezzo stridulo, ma con grazia – di 2 Hip Soul e con esso l’intero “LOSE” e che razza di congedo perfetto per un disco siffatto. La quiete dopo una tempesta di idee, suoni ed emozioni che la voce senza rete di Joseph D’Agostino riesce a trasmettere bene anche all’ascoltatore non di madrelingua, inevitabilmente un po’ perso nel flusso lirico di un’opera che è elegia per un amico scomparso. La semplicità dopo un affastellarsi di arrangiamenti sovente densi, l’estro che si fa spericolatezza che rischia l’arzigogolo. Chiusura ideale anche perché fa tirare un bel respiro, profondo, prima di reimmergersi (quasi compulsivamente) nell’ascolto di un disco tanto complessivamente godibile quanto impossibile a racchiudersi in un solo sguardo, parata di spunti e stili anche molto distanti che pure in qualche modo si tiene. Universi interi, e non solo una Place Names stralunata nel suo incedere, separano una travolgente XR da Pogues a un apice di sguaiato vitalismo dal folk-pop da camera e cameretta di un’incantata Child Bride. Nulla pare sul subito accomunare il Prince idealmente rivisitato dai Tame Impala di Laramie e l’immediatamente successiva e un potenziale successo – molto wave, molto Cure – Chambers. O, ancora, lo scintillare lucidato al vetriolo di Warning e quello scanzonato, indie-easy di LifeNet. Aveva aperto le – per così dire – danze Jackson con un afflato epico che giunti a fondo corsa parrà depistante.

Qualcuno ha parlato di “nuovi Flaming Lips” e può starci, può starci bene anche considerando come i vecchi stiano ultimamente battendo i coperchi e non in un (non)senso positivo. Ma forse converrà non dare troppa responsabilità a D’Agostino e compagni. Non che difettino loro spalle larghe, ma di questi tempi è l’attimo che conviene cogliere.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.197, ottobre 2014.

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