Tweedy – Sukierae (dBpm)

Tweedy - Sukierae

C’è un Jeff Tweedy per tutti o quasi – l’autore di ballate country, l’avanguardista, il vecchio punk che traffica con il noise, lo psichedelico, il post-rocker, l’emulo della tradizione di Tin Pan Alley, l’allievo dei Beatles come di Ray Davies – e in quello che sarebbe dovuto essere il suo primo album in proprio dopo ventisette anni trascorsi dividendo con altri, primi gli Uncle Tupelo, le luci della ribalta questi Jeff Tweedy ci sono tutti o quasi. Dice il nostro uomo che nei cassetti nel tempo gli si erano accumulate una novantina di canzoni non usate né con gli Wilco né con quel dopolavoro di lusso chiamato Golden Smog, né ritenute adatte a venire inserite in questo o quello dei diversi dischi altrui prodotti negli ultimi anni. Non è chiaro quante, fra la ventina che sfilano in “Sukierae”, arrivino da lì ma presumibilmente poche. Dice Jeff che dopo averne registrate una quindicina l’album sembrava pronto, ma a metterle in fila non riusciva né a trovare un ordine soddisfacente, che rendesse coeso l’assieme, né a scegliere quali sacrificare per ottenere tale risultato. Un ultimo e inaspettato florilegio di creatività, che gliene faceva buttar giù in men che non si dica ulteriori cinque, quadrava il cerchio, evidente a quel punto che gli album erano due o per meglio dire uno ma doppio, formato da due metà chiaramente distinguibili per il mood prima ancora che per gli spartiti esposti. Prossimo all’ora e un quarto, “Sukierae” è forse troppo, ma il sospetto che a togliere un mattone o due o tre (ma quali?) l’edificio crollerebbe fa sì che lo si prenda com’è. Quasi un grande album. E buttatelo via, voi, ché io non ci penso proprio.

La ragione per cui in copertina c’è scritto “Tweedy”, senza “Jeff” davanti, è che i Tweedy che suonano qui sono due (pochissimi gli apporti esterni) e il secondo è Spencer, diciottenne primogenito del Nostro. Nessun familismo, nondimeno. Il ragazzo ha gia un cv importante, è un autentico enfant prodige della batteria e per quanto non sia mai accreditato come co-autore dà un contributo rilevantissimo alla riuscita del progetto, non limitandosi a tenere il ritmo ma tessendo sottotrame, rifinendo, colorando. Nessun dubbio che il futuro sarà dalla sua, quando già il presente lo è.

Informato dalla lotta che la moglie di Jeff e madre di Spencer sta combattendo contro quella che una volta si sarebbe detta, con pietoso eufemismo, “una brutta malattia”, “Sukierae” è come dicevo dianzi due album in uno piuttosto che un canonico doppio: un primo più vivace e ricco di scarti improvvisi, un secondo dall’incedere più piano, dall’umore raccolto e via via più ombroso. Più che una settantina di minuti, come una vita intera pare separare l’attacco punkoide e dissonante Please Don’t Let Me Be So Understood dal suggello intimo e ipnotico I’ll Never Know. Dovendo per forza scegliere un disco opterei per un primo che a più riprese sfiora la memorabilità vera: con la languida e acidula ballata High As Hello, con una World Away che instilla un po’ di Led Zeppelin in The Band o viceversa, con il valzer Wait For Love e una mantrica Slow Love, ma soprattutto con un gioiellino di pop alla Lennon/McCartney chiamato Low Key. Sorta di equivalente di quest’ultimo è, nella seconda parte, Summer Noon, però più sul versante Ray Davies del classicismo melodico britannico. Qualche nota di merito ancora per le dylaniane Desert Bell e Fake Fur Coat e per una Down From Above che ascoltarla e farsi venire voglia di Pavement è una cosa sola.

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