RadioHeads: Thom Yorke vs. Philip Selway

Thom Yorke vs Philip Selway

Ma quanto ha fatto comodo agli U2 che si sia discusso moltissimo del loro “regalare” su iTunes “Songs Of Innocence” e quasi niente di un’operina di avvilente pochezza? Direi tanto e ci ho pensato a lungo se valesse o meno la pena di spendere qualche contumelia al riguardo per poi decidere che no. Se non altro per risparmiarmi un altro ascolto di un disco che per un gruppo che pure contò qualcosa, e a un certo punto parecchio, è pietra tombale sulla quale c’è scritto “era meglio morire da piccoli”. O minimo in una media età in cui si seppe – contro ogni pronostico – reinventarsi, stupire. Che razza di uscita di scena impossibilmente memorabile sarebbe stata se si fossero congedati con “Achtung Baby”! Non trovate?

Dovevo cavarmelo ’sto dente, via. Passo a Thom Yorke, che è come dire al Bono (ma un Bono infinitamente più problematico) della sua generazione. Scorrevano fiumi d’inchiostro nel 2007 quando i “suoi” Radiohead si pubblicavano da soli “In Rainbows” mettendolo sul loro sito, in forma di file zippato, a offerta libera. Oppure, ma sempre sul sito e prima che l’album trovasse una distribuzione regolare nei negozi griffato XL, in forma di costosissima stampa “vinile più CD”. Modello che ha fatto epoca e scuola e rispetto al quale Yorke per il suo secondo lavoro da solista (a otto anni dal debutto, tre dall’ultima uscita della casa madre, uno dall’esordio del progetto Atoms For Peace) ha introdotto alcune significative variazioni: “Tomorrow’s Modern Boxes” è stato il primo album a venire posto in vendita per tramite di un protocollo P2P, al prezzo modesto (ma per degli mp3 a me pare che qualunque cifra più di “gratis” sia ingiustificata) di qualcosa meno di cinque euro. Unica alternativa comprarlo dall’artista in un’edizione vinilica extralusso spendendo otto volte tanto. Salvo ripensamenti non lo troverete mai in un negozio, da Amazon o su iTunes, né potrete mai ascoltarlo su Spotify e se non altro per questo il nostro uomo andrebbe applaudito. Dopodiché bisognerebbe pure parlare di musica, no? Una collezione di brani di elettronica (non una chitarra alle viste) crepuscolare la cui malinconia minaccia di farsi monotonia senza mai diventarlo sul serio. Invano cercherete una melodia cui appigliarvi, ma attenti: l’ascolto ripetuto potrebbe indurre assuefazione. Il che è in ogni caso un bel progresso rispetto alla noia noiosa fino a farsi irritante indotta dagli Atoms For Peace.

Sia come sia: dell’ultima fatica del cantante dei Radiohead si è parlato parecchio, parecchissimo per essere un non-disco disponibile sostanzialmente solo in forma liquida, mentre a “Weatherhouse” (Bella Union) sono stati dedicati trafiletti o poco più. D’altro canto: se per ipotesi Bono pubblicasse domani un lavoro da solista e Larry Mullen gli andasse dietro a distanza di una o due settimane son certo che del primo si parlerebbe anche ai telegiornali e del secondo discuterebbe giusto qualche fan e qualche addetto ai lavori. È il destino dei batteristi essere sottovalutati, non venire mai presi granché sul serio quando si alzano dal seggiolino e si mettono una chitarra a tracolla, o magari vanno a sedersi davanti a una tastiera, e cominciano a scrivere canzoni. Ecco, è questa la parola chiave: canzoni. Laddove Thom Yorke in “Tomorrow’s Modern Boxes” declina elettronica sprovvista di qualsivoglia seduzione melodica, Philip Selway l’elettronica non la disdegna ma la colloca sullo sfondo, totalmente al servizio di un artigianato deliziosamente in bilico fra art-rock e avant-pop. Brani come It Will End In Tears (fra Beatles tardi ed XTC), Don’t Go Now (super Pink Floyd) o Turning It Inside Out (certi U2 estatici che si sono persi per sempre) certificano che può esserci vita dopo i Radiohead. Fosse mai che decidano di sciogliersi al momento giusto (che era forse ieri), loro.

2 commenti

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2 risposte a “RadioHeads: Thom Yorke vs. Philip Selway

  1. Antonio

    Naturalmente il disco degli U2 non è affatto di “avvilente pochezza”. E il disco di Yorke sembra fatto di scarti. Ma che dobbiamo fare, il Venerato Maestro (sic!) fa parte di quella genia di talebani che hanno ucciso sul nascere ogni speranza di avere una critica decente in Italia; responsabilità che questi tipi (che se non scrivono una stroncatura con la bava alla bocca non son contenti) condividono insieme ai mediocri tipo Fegiz, Venegoni, etc.

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